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DINO CAMPANA, IL DEMONE CREATIVO E LA NOTTE


A Dino Campana

Ritorna, che cantar canzone di voto
dentro l'acqua del Naviglio io voglio
perché tu sia riesumato dal vento.
Ritorna a splendere selvaggio
e giusto ed equo come una campana,
riscuoti questa mente innamorata
dal suo dolore, seme della gioia,
mia apertura di vento e mio devoto
ragazzo
che amasti la maestra poesia.
Alda Merini



La voce poetica che si apre verso le esperienze liriche che caratterizzano il dopoguerra è, senza dubbio, quella di Dino Campana. Egli rappresenta un caso a sé in tutta la letteratura italiana.
Giudizi e accuse hanno accompagnato questo "alchimista" di versi del primo Novecento anche dopo la morte.
"Alzai la testa e ricercai la stella / Avvelenata sotto cui sono nato": questi due versi rivelatori sono la terribile sentenza che suggellò il suo destino.
La vicenda stessa di quest'uomo appare come una lunghissima stagione di follia indomabile. Lo stesso Campana può riassumere la sua biografia in poche righe, in una nota trovata tra le sue carte dopo la morte: "Dino Campana nacque il 20 agosto 1885 in Marradi [...].All'età di 15 anni, colpito da confusione di spirito, commise in seguito ogni sorta di errori ciascuno dei quali egli dovette scontare con grandi sofferenze".
Il padre era maestro elementare; la madre, Fanny, casalinga. Il fratello di Fanny, affetto da pazzia, viveva sotto lo stesso tetto quando già era nato Dino. Tutto il paese darà valore alla "ereditarietà", stabilendo una connessione tra zio e nipote.
Nel 1888 nasce il fratellino Manlio. A seguito di tale evento Fanny, per evitare ulteriori gravidanze, rifiuta ogni rapporto coniugale. Il marito, nel giro di qualche mese cade in depressione e deve essere temporaneamente internato nel manicomio di Imola. Fanny riversa tutte le sue cure al neonato, ignorando deliberatamente Dino. Il ragazzo si chiude in se stesso, scoprendo la gelosia fraterna e un odio aperto per la madre. Segue i corsi ginnasiali a Faenza, presso il Convitto Salesiano ma con scarso profitto.Nel 1897 si iscrive al Ginnasio-Liceo "E. Torricelli". Colto da disturbi nervosi,deve tornare a Marradi, dove continua privatamente gli studi. Ricominciano gli scontri con la madre.
Oltre al disadattamento ambientale, ora è oggetto di scherno da parte dei coetanei. Dino resta fuori casa quanto più può, si apparta, si rifugia nei boschi a contatto con la natura, legge, si nasconde nei fienili per interi giorni senza toccar cibo. Ogni volta che discende in paese, lo scherniscono, e allora il ragazzo s'identifica, perversamente, nel personaggio del pazzo.
Nel 1903 s'iscrive a chimica pura a Bologna, ma passa subito a chimica farmaceutica presso l'Istituto di Studi Superiori a Firenze, per poi tornare a Bologna. La difficoltà di adattamento alimenta le turbe nervose che rendono necessario, nel 1906, un primo ricovero in manicomio, ove resta però pochi mesi soltanto, per intervento del padre. A 19 anni, Dino prende il primo treno per il nord. Sarà a Milano, poi in Svizzera, infine a Parigi, ove acquisisce conoscenze di pittura moderna che affioreranno nella sua opera letteraria. I viaggi disperati sono quelli di un eterno fanciullo, rapito nell'anima dal demone della poesia: "Tutto era mistero per la mia fede, la mia vita era tutta un'ansia del segreto delle stelle, tutto un chinarsi sull'abisso. Ero bello di tormento, inquieto, pallido assetato errante dietro le larve del mistero...".
Campana conosce in terra francese i poeti "maledetti" Baudelaire, Rimbaud, Verlaine. Più volte lo fermano per vagabondaggio. Per sbarcare il lunario fa i più svariati mestieri. Infine torna a Marradi, ma per poco. Ama troppo la vita da nomade, l'aria aperta, la vastità delle valli coi suoi echi e i suoi silenzi rispecchianti i paesaggi segreti dell'anima, e che gli aprono il cuore sull'infinito.
Ha compiuto 22 anni. Compone le poesie che formeranno i Canti orfici. La raccolta sarà ultimata nell'autunno 1913. Nella sua poesia visionaria sembra trasparire un rapporto spirituale con quella di Rimbaud. Si è molto insistito, all'inizio, sull'influenza del poeta francese, ma essa è stata giustamente rimessa in discussione dalla critica più recente. Nella poesia di Campana, la Notte è il suo simbolo visivo. E in essa appaiono lampeggiamenti, immagini frantumate... Egli cerca il risarcimento della sua fame di vita in una poetica dilacerata, sia come simbolo di bellezza ideale, sia come incarnazione di una condizione umana che fa di lui uno sradicato, un anarchico. Scrive Galimberti che Campana fu poeta "nel segno della poesia come vita". Emilio Cecchi parla di "un esempio di eroica fedeltà alla poesia: un esempio di poesia davvero col sangue". E il critico Angelo R. Pupino (1): "Lo stravolgimento allucinato della parola e trasformazione di questa in oggetto, avviene nel raggio di un non cospicuo numero di immagini-simboli (erotiche, soprattutto) che subiscono alcune variazioni e molte reiterazioni.
Alla fine, l'impressione è di una forte componente letteraria, anzi intenzionalmente e sacerdotalmente poetica ".
In Argentina, dove resta per poco, Campana svolge vari lavori per vivere. E' in Olanda, Belgio, attraversa a piedi intere regioni. Viene arrestato per vagabondaggio e trascorre due settimane nel manicomio di Tournay. Torna a Marradi ancora una volta, per poco tempo, nel 1908. Vaga ancora, spirito inquieto e tormentato. Questa sua ansia di muoversi, di cambiare luogo corrisponde a un motivo profondo della sua poesia: il viaggio (soprattutto interiore), il senso di evasione dalla condizione presente, l'inseguire qualcosa (una Chimera) che non potrà mai essere raggiunto.
Dino si reca a Firenze nel dicembre 1913, con in tasca il manoscritto dei Canti Orfici, e si presenta alla redazione di "Lacerba", dove incontra Papini e Soffici che dirigono la Rivista.Frequenta intanto il gruppo di artisti e letterati che si riuniscono al caffè delle "Giubbe Rosse" e alla birreria "Paszkowski". Tempo dopo scrive a Soffici per avere indietro il manoscritto, ma l'artista lo ha perduto durante un trasloco. L'episodio penoso sconvolge Campana, il quale, prossimo al collasso nervoso, ne ricompone a memoria la seconda stesura, deciso pubblicarlo.
Gli editori a cui lo invia, lo ignorano, così egli in estate si decide a stamparlo a spese proprie, presso il tipografo Bruno Ravagli. Torna a Firenze dove vende personalmente il libretto nei caffè e nei luoghi pubblici, firmando il volume o strappando qualche pagina a seconda che l'acquirente gli sia "simpatico" o "antipatico".
Estimatore, con alcuni altri, della novità della poesia di Campana, è lo stesso Soffici. Silenzio, al contrario, da parte della critica. Deluso, Dino parte per la Svizzera, in cerca di lavoro. Intanto l'Italia entra in guerra (1915). Dino pensa di arruolarsi ma viene riformato. La delusione si trasforma in mania di persecuzione. Si ammala di nefrite, reni infiammati. Mentre si trova a Genova, colto da una paralisi al lato destro. In settembre, viene curato in ospedale, a Marradi, per la nefrite e l'infezione luetica. Guarisce ma rimane preda di deliri e acute cefalee. Sviluppa un delirio persecutorio nei riguardi dei letterati fiorentini. La famiglia Campana si trasferisce intanto a Signa, presso Firenze. Dino si sente finito; il destino lo sovrasta come una spada di Damocle. Ha dato tutto al demone creativo; ora erra senza pace, l'anima lacerata...
Ed ecco che quel destino ("stella avvelenata") contro il quale egli impreca, deve riservargli un'ultima esperienza consistente in una felicità effimera che però si tramuterà in struggente dolore: il fatale incontro con Sibilla Aleramo (2). E' l'estate del 1916. Nasce un amore disperato e divorante, ma anche trasfigurato in un alone di magia lirica: "Vi amai nella città dove per sole / Strade si posa il passo illanguidito / Dove una pace tenera che piove / A sera il cuor non sazio e non pentito / Volge a un'ambigua primavera in viole / Lontane sopra il cielo impallidito".
Un amore passionale che lo travolge; è come un incendio dei sensi, una fiammata. Infatti dura poco, meno di un anno. Per lui è il colpo definitivo; cade in delirio, si dà al bere, va spesso in escandescenze. Durante un episodio persecutorio, è fermato in stato di etilismo e trasferito al manicomio di San Salvi di Firenze.
Da lì, il 18 marzo è inviato in internamento al manicomio di Castel Pulci. Ormai in questi posti si può dire che "è di casa". E' preda di visioni e di violenti deliri. Ma non è da escludere che a condurlo in quello stato abbiano contribuito i rudimentali elettroshock n uso allora, che portano allo sfacelo della psiche. Dino è interrogato e "tormentato", per tre anni consecutivi, dallo psichiatra Carlo Pariani (poi suo medico e futuro biografo). Finalmente nell'autunno 1930 viene ritenuto guarito.Ma ecco il cerchio si chiude: Campana muore il I° marzo 1932, per "setticemia primitiva acuta". Almeno, questa la diagnosi; ma la verità, nei suoi riguardi, sembra ancora una volta negata: si dice che in realtà egli fosse morto per una ferita procuratasi scavalcando un recinto di filo
spinato. Persino le sue spoglie devono peregrinare, fino a quando, nel 1946 saranno traslate nella chiesa di Badia. Dopo la morte, 43 composizioni vengono trovate per caso, trascritte su un quaderno. Saranno poi pubblicate in Canti Orfici e altri scritti (Vallecchi 1952), a cura di Enrico Falqui.

Chiudiamo questo breve excursus sulla vita e l'opera di Campana con le parole di Carlo Bo, che nell'introduzione ai Canti Orfici scrive: "La poesia ha continuato per altre vie, ha avuto illustri pretendenti ma non ha più coinciso con il destino di un uomo, così come era accaduto con Campana. Ecco perché va ripetuto che Campana resta l'ultimo poeta, il poeta toccato e divorato dal fuoco, il poeta che è entrato per sempre nel cuore stesso della notte e non ne è più uscito".

NOTE
(1) Letteratura mondiale del '900, 3 voll., Edizioni Paoline 1980.
(2) Della scrittrice (1876-1960) s'innamorarono anche, a quanto ci risulta, Giovanni Papini, Vincenzo Cardarelli e Salvatore Quasimodo.

Felice Serino




DYLAN THOMAS: VIAGGIO ALLA FINE DELLA PROPRIA FERITA


Venere giace nella sua ferita, colpita
da un astro e le rovine sensuali creano
stagioni sopra il liquido universo.
Il bianco spunta nelle tenebre.



Il suo vero nome era Dylan Marlais. Dylan starebbe a significare: "Figlio marino dell'onda".
Il Nostro nasce a Swansea (Galles) il 27 ottobre 1914. La sola educazione formale che Dylan riceve è alla Swansea Grammar School che frequenta tra il 1925 e il 1931. Il padre, poeta egli stesso, è insegnante presso questa scuola. Il ragazzo non s'iscriverà all'università.Durante un breve periodo lavora come cronista presso un giornale locale, il "South Wales Daily Post", e in questo stesso periodo pubblica le prime poesie. Presto si reca a Londra, ove entra a far parte di un circolo letterario che si raduna nella Charlotte Street a Bloomsbury. Tra le poesie pubblicate, e premiate, dal periodico "Sunday Referee" - a cui egli collabora - vi sono quelle della poetessa e narratrice Pamela Hamsford Johnson, con cui a partire dal 1933 Dylan inizia una fitta corrispondenza che sembra sfociare, dopo il primo incontro nel febbraio dell'anno seguente, in un legame sentimentale.
Conosce in quello stesso anno il poeta gallese Vernon Watkins, che resterà uno dei più sinceri e disinteressati amici della sua vita.
Già prima dei vent'anni Dylan comincia a bere smodatamente, asciandosi dominare letteralmente dall'alcool.A Penzance, in Cornovaglia, nel luglio 1937, egli sposa l'irlandese Caitlin Macnamara, modella del pittore August John, che l'ha presentata al poeta alcuni mesi prima. Dylan racconterà poi che appena dieci minuti dopo le presentazioni, sono già a letto insieme.
Nell'agosto 1938, Thomas si stabilisce con la moglie a Laugharne, nel Carmarthenshire, in una casa di campagna vicino al mare, luogo denominato "Sea View" in cui sarà ambientato il "Dramma per voci" (Under Milk Wood, 1954).
Dal 1941, egli lavora saltuariamente presso l'industria cinematografica e successivamente per la BBC con una serie di letture radiofoniche.Le sue opere poetiche Eighteen Poems 1934, Twenty-Five Poems 1936, e alcune poesie di The Map of Love 1939, contribuiscono a dar vita al movimento denominato "The New Apocalypse". Tali poesie, molte delle quali surrealisticamente oscure, visionarie, presentano un indubbio talento nel trattamento del ritmo e nel sapiente uso delle metafore. Dove maggiore è la capacità di controllare l'impeto creativo, è tuttavia da rilevare in Deaths and Entrances, del 1946.
"Nell'inevitabile contrasto di immagini", dichiara Thomas, "io cerco di ricreare quella pace che dura un attimo e che è una poesia".Detto per inciso, la pubblicazione, ultima, dei Collected Poems 1934-1952 ( del 1952), raggiungerà la tiratura di 10 mila copie.
Egli nasce predestinato a un successo duraturo, soprattutto post-mortem.
Nella primavera del 1947, Dylan Thomas si ferma per qualche settimana in Italia, a Villa Beccaro, Scandicci (Firenze), dove tuttavia non si trova a proprio agio. Qui sostituisce l'enorme quantità di birra a cui è abituato, al vino italiano, con una conseguente ebbrezza che lo coglie molto prima, e la cui causa è un immaginabile squilibrio psichico.Conosce poeti di fama come Mario Luzi, Ottone Rosai, Piero Bigongiari, Eugenio Montale.
Giovanni Papini definisce la poesia di Thomas come "l'opera di un ubriaco irresponsabile".
Nel marzo 1949, il Nostro torna a Laugharne, dove si trova a dover affrontare il problema di enormi rretrati di tasse da pagare.
Nell'autunno 1953 riceve il premio Etna-Taormina.
In ottobre si reca per l'ultima volta in America (vi era già stato per brevi periodi negli anni 1937 e 1952), dove lo coglie la morte per delirium tremens, a New York, nel Saint Vincent Hospital, il 9 novembre. La diagnosi è: intossicazione alcolica delle cellule cerebrali. Il 24 novembre le spoglie di Dylan Thomas vengono sepolte nel cimitero di St. Martin a Laugharne.
Da rilevare, che nell'anno 1982 è stata collocata una lapide in suo onore nell' Angolo dei poeti dell'Abazia di Westminster, a Londra.

* * *

L'opera thomasiana è definita caotica e ineguale.
A volte la poesia sbocca nelle forme della preghiera o dell'inno; si vedano i "canti d'innocenza" o quelli del gruppo comprendente 12 frammenti di "Visione e preghiera ", che inizia con questi versi: "Chi / Sei tu / Che nasci / Nella stanza accanto / Alla mia con tanto clamore / Che io posso udire l'aprirsi / Del ventre e il buio trascorrere / Sopra lo spirito e il tonfo del figlio / Dietro il muro sottile come un osso di scricciolo? / Nella stanza sanguinante della nascita / Ignoto al bruciare e al girare del tempo / E all'impronta del cuore dell'uomo / Nessun battesimo si curva, / Ma il buio solamente / A benedire / Il barbaro / Bimbo". (L'intero poemetto è diviso in due parti; i primi sei frammenti sono a forma di losanga, i secondi a calice).
Sovente nella sua opera poetica pare che l'autore giochi sul caos e sul filo dell'ambiguo "per invogliare la critica ad arrendersi o a una condanna o a una accettazione incondizionata" (Gabriele Baldini nell'introduzione a "Poesie", 1974). Ma di tutto si può accusare questo "alchimista" della parola, tranne che di faciloneria e di improvvisazione. Il tema di fondo è quello della recherche di un tempo infantile, d'innocenza, e l'ossessione è quella dello scavare in profondità nell'alveo primordiale della nascita, come viaggio doloroso verso l'altra "nascita" che è implicita nella morte. ("Dopo la prima morte non ce ne sono altre": è l'ultimo verso di "A Refusal"). Si contano vari traduttori della sua opera poetica e in prosa che si sono cimentati nel difficile compito di interpretarla. Fra questi vogliamo citare, nel chiudere questo breve excursus, Eugenio Montale: "La forza che urgendo nel verde calamo guida il fiore, / Guida la mia verde età; quell'impeto che squassa la radice degli alberi // E' per me distruzione. / E muto non so dire alla rosa avvizzita / Che questa febbre invernale piega anche la mia giovinezza. // La forza che guida l'acqua fra le rocce, / Guida il mio rosso sangue; quella stessa che asciuga le sorgenti che gridano, // Le mie raggruma / (...).
La lirica [di Thomas] non ha un linguaggio da comunicare", scrive Alfredo Giuliani, "è essa stessa il più alto e comprensivo messaggio possibile, informazione magica faticosamente raccolta dall'autore (...) la poesia sta ferma, romba dentro se stessa come una pietra cava, tutte le lacerazioni si rimarginano nel tessuto sonoro, sono soltanto figure del disegno elegiaco e celebrativo".

Nota
Per la vasta bibliografia si veda "Dylan Thomas - Poesie", Oscar Mondadori 1974, o anche "Letteratura mondiale del 900", Edizioni Paoline 1980.

Felice Serino




SIMONE WEIL, IL FUOCO DELLA VERITA'


Personalità dal carattere forte e volitivo, che per la sua fede nella verità fu spesso pietra d'inciampo e che eccelse in coerenza fino al limite dell'estremismo più radicale, Simone Weil nacque il 3 febbraio 1909 a Parigi.
A 14 anni attraversa una crisi di sconforto adolescenziale ("ho seriamente pensato a morire a causa della mediocrità delle mie facoltà naturali"). A 21 le si manifestano quelle cefalee che la faranno soffrire atrocemente sino alla fine della sua vita. ("Il mio impulso, nelle crisi di mal di testa" - confessa - "è colpire qualcuno alla testa"). Un estremo sforzo di attenzione le permette di lasciar soffrire la carne " per conto suo, rannicchiata in un angolo". All'inizio degli anni '30, quando milita nei ranghi del sindacalismo rivoluzionario, la Weil professa un antimilitarismo radicale. "Il patriottismo (...) non tende ad altro che a trasformare gli uomini in carne da cannone" (1).
Professoressa al liceo di Auxerre, Simone nel dicembre '34 non disdegna di sperimentare il lavoro manuale, prestando opera come manovale presso Alsthom (società di costruzioni meccaniche) a Parigi ("lavoro durissimo, calore insopportabile, fiamme che lambivano le braccia..."). L'anno seguente la Weil lavora come fresatrice alla Renault. A settembre, in Portogallo, nel villaggio Pavoa do Varzim, a 80 chilometri circa a nord di Porto, ella percepisce l'affinità tra Cristo e i più poveri, scoprendo il cristianesimo nella sua dimensione più vera e straziante. Quella data, 15 settembre, è la festa patronale di Nostra Signora dei 7 Dolori.
Nell'agosto '36, Simone Weil s'impegna nella guerra civile in Spagna nelle file degli anarco-sindacalisti. Partita per prendere parte a una rivoluzione, ella si rende conto di non far altro che partecipare a una guerra. L'anno seguente, Assisi è la prima delle tre tappe della sua conversione. "Fu una volta che ero intenta a recitare la poesia Love" [di George Herbert, n.d.a.] - scrive - "che Cristo stesso è disceso e mi ha presa". Da allora la poesia diventa preghiera. La sua conversione assume contorni più netti durante il soggiorno all'abbazia di Solesmes, nella settimana santa. Ha allora 29 anni.
Nella primavera del '40, Simone conoscerà le Bhagavad Gìta, dalla cui lettura riceverà, per sua ammissione, un'impronta permanente. Su consiglio di René Daumal ella si avvierà allo studio del sanscrito, lingua originale del testo sacro.
Dopo aver lasciato Parigi, il 13.6.1940, giorno in cui la capitale francese viene dichiarata "città aperta", Simone in settembre s'installa a Marsiglia e prende contatti con gli ambienti della Resistenza. La rete alla quale appartiene viene scoperta, e nella primavera del '41 ella viene interrogata per quattro volte dalla polizia. Ogni volta si aspetta di venir arrestata e prepara la valigia con alcuni vestiti... Resterà fino al marzo '42 alla base dell'organizzazione e della diffusione dei quaderni clandestini della Resistenza, i Cahiers du Témoignage chétien per i sei dipartimenti del Sud-Est. Nel giugno '41, Simone va a trovare padre Joseph-Marie Perrin presso il convento domenicano a Marsiglia, dietro richiesta di questi di conoscerla; lei gli chiede di voler fare l'operaia agricola, e il frate la indirizza da Gustave Thibon a Saint Marcel d'Ardeche. La Nostra si appassiona al Tao Te Ching e studia le Upanishads. Impara a memoria il Pater in greco; inoltre s'interessa molto di Platone e riconosce in lui un mistico, vero testimone di Dio. L'incontro con Lanza Del Vasto, avvenuto lo stesso anno, a Marsiglia, permetterà a Simone di percepire meglio il reale significato della "non-violenza alla Gandhi". Come la Weil, anche Del Vasto si meraviglia delle compromissioni della Chiesa col potere e con l'impero della violenza. Egli ricorda Simone in un suo libro, e ad un certo punto aggiunge che, ascoltandola parlare, "nel giro di dieci minuti non si vedeva più il suo viso; si percepiva soltanto l'anima, in cui risplende il fuoco della giustizia" (2).
Il 6 luglio '42, Simone Weil parte per New York. Qui conosce, fra gli altri, Jacques Maritain. Il 14 dicembre si stabilisce a Londra, dove viene assegnata come redattrice alla Direction de l'interieur de la France Libre (commissariat à l'action sur la France).


IL PENSIERO, L'OPERA, L'ESPERIENZA SPIRITUALE

Nel '34 Simone Weil scrisse Rèflexions sur les causes de l'oppression sociale et de la liberté, considerato dal suo maestro Alain opera di prima grandezza, e che lei non pubblicò mai soprattutto per le critiche di un amico. La Weil si ricollega volentieri alle analisi proposte da Marx sull'oppressione dei lavoratori da parte del sistema produttivo della grande industria e sull'asservimento dei cittadini da parte del sistema di governo dello stato. Ecco come si esprime in uno dei suoi pensieri dal profondo spessore filosofico: "Il padrone è schiavo dello schiavo nel senso che lo schiavo fabbrica il padrone".
La Weil sarà anche tra i primi a denunciare le deviazioni della rivoluzione sovietica. Autrice di numerosi articoli su questioni sociali ( in L' Effort, La Tribune, ecc.), ebbe anche varie conversazioni con Leon Trotsky, incontrato nel '33 quando fu ospite dei suoi genitori per qualche giorno. Con lui nutriva divergenze di idee non tanto sul proletariato, quanto sulla difesa della "persona". Una prossimità spirituale e politica tra la Weil e Georges Bernanos è davvero inconcepibile. Tuttavia, Bernanos denuncia "l'impero della forza" allo stesso modo di Simone. Egli teme che ben presto i giovani facciano "della crudeltà una virtù virile", sicché la "misericordia" appaia loro segno di debolezza e stupidità. Ciò che ferisce più profondamente Bernanos è che i crimini della crociata franchista vengano commessi in nome del cristianesimo e con la benedizione della Chiesa.
Il poeta Joe Bousquet, che Simone aveva conosciuto a Carcasonne nel marzo '42, riconobbe immediatamente la poetica autentica dalle poche pagine che ella gli aveva mostrato. "Si direbbe che il ritmo dei versi è per voi quello della coscienza", le scriverà in una lettera (3). (Nel 1918, a 21 anni, Bousquet era un corpo che viveva solo a metà, colpito da un proiettile alla spina dorsale). La Weil aveva scritto una decina di poesie e le aveva sottoposte al giudizio di Paul Valèry e dello stesso Bousquet. Ella compose anche Venise sauvée, tragedia in tre atti, durante l'esilio a Londra, eche rimase incompiuta. "Sono convinta", scrisse in una lettera all'amico Bousquet, "che la sventura da una parte, e dall'altra la gioia come adesione totale e pura alla perfetta bellezza, implicanti entrambe la perdita dell'esistenza personale, sono le due sole chiavi per mezzo delle quali si entra nel paese puro, il paese respirabile, il paese del reale" (4).
"A me fa impressione, nella vicenda di Simone Weil, la sua situazione di apolide", scrive Giovanni Pizzutto. "In realtà Simone Weil è ebrea ma è contro il semitismo; è marxista ma rifiuta il totalitarismo; è europea ed innamorata della cultura greca e della religione indù; è vicina alla Chiesa (...) però non si sente di entrare nella Chiesa" (5). Il futuro papa Paolo VI diceva a Thibon che era cosa molto spiacevole che Simone non avesse spinto fino al battesimo la sua conversione al cristianesimo, perché meritava di essere fatta santa. Simone Weil apparteneva alla categoria dei predestinati che vivono "come se essi vedessero l'invisibile". Per lei il vertice del cristianesimo era che l'amore e la verità si uniscono soltanto sulla croce. Perché la verità è terribile. Padre Perrin precisò i limiti entro cui Simone Weil rifiutava la formula agostiniana Fuori dalla Chiesa nessuna salvezza. Tale formulazione del mistero cristiano è diametralmente opposta alla sua apertura universale. Simone riduceva la Chiesa, istintivamente, al grande animale sociologico, secondo l'espressione usata da Platone. La prova crocifiggente dell'amicizia con Joseph M. Perrin fu proprio il rifiuto di Simone per il battesimo. Ella era trattenuta sulla soglia della Chiesa da difficoltà insormontabili, come lei asseriva, di ordine filosofico. Ma pare acquisito che Simone sia stata battezzata dalle mani di un'amica, Simone Deitz, probabilmente alla fine di giugno '43, all'epoca del soggiorno presso l'ospedale Middlesex di Londra, dove ella era stata ricoverata il 15 aprile, perché ammalata di tubercolosi. Quale significato bisogna dare a questo tardivo battesimo, sul quale ella preferì mantenere il silenzio?
Riguardo il suo ineffabile desiderio di annientarsi in Dio, ecco dai Cahiers (17 quaderni di "pensieri" scritti dall'inizio del '41, a Marsiglia, alla fine del '42, in America) una breve preghiera, da far venire i brividi: "Padre, poiché tu sei il Bene e io sono il mediocre, strappa da me questo corpo e questa anima e fanne cose tue, e di me non lasciar sussistere, in eterno, altro che lo strappo stesso, oppure il nulla". Desiderare d'essere nient'altro che lo strappo: sentimento inconcepibile per un comune mortale che non sia dotato di una "mente" superiore!
Trasferita al sanatorio di Ashford, nella contea di Kent, il 17 agosto, Simone Weil muore dopo una settimana, nel sonno. Viene sepolta il giorno 30 nel "New Cemetery" di Ashford.
Molte delle opere della Weil sono state pubblicate postume. Alcune fra le più importanti: Attente de Dieu, La Colombe, Paris 1950; La connaissance surnaturelle, Gallimard, Paris 1950; Cahiers I, II, III, Plon, Paris, rispettivamente negli anni '51, '53, '56.


Bibliografia e fonti

(1) Simone Weil, Oeuvres complètes. Ecrits historiques et politiques, Gallimard, Paris 1960 ;
(2) Lanza Del Vasto, L'arca aveva una vigna per vela, Jaka Book, Milano 1980;
(3) Joe Bousquet, Cahiers du Sud, Rivage, Marseille 1981 (rèedition) ;
(4) Simone Weil, Pensée sans ordre concernant l'amour de Dieu, Gallimard, Paris 1962 ;
Canciani, Fiori, Gaeta, Marchetti, Simone Weil, la passione della verità, Morcelliana, Brescia 1984.

Felice Serino




LA POESIA DI NIL


Nedda Falzolgher, detta Nil, nasce il 26 febbraio 1906 a Trento, quando quella parte del territorio è ancora sotto il dominio austriaco. Il padre era un bancario e la madre di ricca famiglia. Primogenita, sensibile, intelligente, vive nei primi anni una vita serena e gioiosa. La bimba cresce bene fino all'età di cinque anni, quando inattesa la disgrazia viene a stravolgere il suo destino: è colpita da paralisi infantile, o più comunemente detta, poliomielite.
Ella si sente attratta per vocazione naturale verso la scrittura e la poesia; vocazione che rappresenta per il suo spirito sofferto una specie di resurrezione.
"Nil non poteva andare verso le cose, ma le cose venivano a lei a cimentare la sua forza e la sua gioia, e tutto la investiva e subito l'abbandonava, lasciando segni di grazia sulla sua anima con il moto dell'onda marina che scrive parole di vita su tutta la riva" (da Il libro di Nil).
I genitori cercano di renderle la vita meno disagevole possibile. La mamma la incoraggia in quella sua insaziabile sete di cultura che la indirizza verso la scrittura alimentando il suo mondo interiore. Nedda apprenderà ad uscire da quel mondo circoscritto dalle pareti di casa per conoscere il mondo esterno, perseguendo il raggiungimento di un ideale superiore.
Dall'età di 27 anni, ella riceve in casa amici poeti e artisti, e la sua dimora diviene presto un punto d'incontro culturale. Fra i giovani frequentatori c'è un ragazzo, Franco Bertoldi, che resterà per lei un amore impossibile.

"Non ti darò contro il petto dolore
più che il rigoglio delle fronde sciolte.
Dammi tu spazio allora per questa morte:
io non ho solco per vivere
e non ho paradiso per morire;
e sento in me stormire
quest'agonia d'amore,
bionda, contro la zolla che la ignora...".

Nella sua opera Il libro di Nil, pubblicato postumo dal padre, c'è una sezione di poesie intitolata Ritmi dell'infinito, dove si leggono versi scritti durante la guerra.

"Stasera io sono stanca
delle tue mani lontane;
stanca di grandi stelle disumane,
com'è sazia l'agnella di erbe amare...".

Il 2 settembre 1943 Trento fu bombardata e Nedda fu salvata dalle macerie, insieme ai genitori. In seguito, la ragazza inizierà una corrispondenza con Domenico, suo salvatore e amico, facente parte di un servizio di volontariato. Lo spirito altruistico e la bontà di Domenico fanno sì che Nedda si avvicini ad una dimensione spirituale personale intensa.

"Ma una luce è posata sulle cose,
come la carità senza parola;
e ogni vita attende sola
che la raccolga con gesto d'amore".

La guerra termina e la ragazza può tornare a casa. Intanto la madre da tempo malata, viene a mancare nel settembre del '50.

"T'amo, Signore, per la muta passione delle rose.
T'amo per le cose della vita leggere,
le cose che sognano i morti la sera
dentro la terra calda,
sotto il limpido brivido degli astri.
Ma più t'amo, Signore per la misericordia
delle tue grandi campane
che portano nel vento
verso l'anima della sera
la nostra povera preghiera".

Nedda ha sempre continuato a scrivere nel trascorrere degli anni. Ora, sente la vita sfuggirle e soffre per quel che non ha vissuto.

"Ora tu vedi queste mie canzoni
simili tanto alle foglie che sperdi,
amaro Iddio del silenzio.
E sai che non hanno feste di sole
perché di tutto il sole tu inondi
la Terra dove cammina l'amore".
"Ascolta ancora, Dio,
le sorgenti, e perdona,
e nella mano portaci, col seme
delle stagioni innocenti".

Nil rende lo spirito il 2 marzo '56, a 50 anni.


Chiudiamo questo breve excursus con dei versi stupendi, nati da quest'anima candida:

"...Che ansia, allodola pura,
questo palpito d'angelo sommerso
che ha smarrito la vena dei venti;
sul respiro del mondo senti
ancora tutte le stelle
mutar la tua voce in chiarore...".


[Notizie liberamente tratte da: Nedda Falzolgher - la poesia, la vita, Isa Zanni, Linguaggio Astrale n. 136/04]

Bibliografia
Nedda Falzolgher: poesia e spiritualità, edizione Comune di Trento 1990
Nedda Falzolgher: il cuore, la poesia, edizione Comune di Trento 1990

Felice Serino




DALI' GENIO E SREGOLATEZZA


Eccessivo, eccentrico, paradossale, contraddittorio. Non ci sono appellativi che non siano stati usati per esprimere le caratteristiche di questo personaggio eclettico e dissacrante, nato per eccellere e stupire agli inizi del XX secolo.
Salvador Dalì è nato due volte. La prima, a Figueras, il 21 ottobre 1901, ma il bimbo morì a 21 mesi di vita. Il Nostro nascerà nove mesi e dieci giorni dopo la sua morte, l'11 maggio 1904. Egli si trascinerà dietro tutta la vita il peso di dover reincarnare il fratello maggiore di cui porta il nome: "una sorta di complesso di colpa del sosia, trasformato in fissazione paranoica, estetica" (Marco Vallora). "Tutte le mie eccentricità, tutte le mie esibizioni incoerenti sono la tragica costante della mia vita", si legge in Conversazione con Dalì (1969), di Alain Bosquet. "Devo provare a me stesso che non sono il fratello morto ma quello vivo. Come nel mito di Castore e Polluce, uccidendo mio fratello ho conquistato l'immortalità per me stesso". Come dire che la morte del primo Salvador è la molla, l'arco teso che lo lancerà molto lontano...nel firmamento della pittura.
"Lo si voglia o no, sono stato chiamato a realizzare prodigi", ha dichiarato. Nella sua biografia si legge che ha una relazione ambigua col poeta Garcia Lorca, ma si dice che Dalì abbia sempre rifiutato le ripetute avances di Federico.
"Canto le tue ansie d'eterno illimitato", scriverà il poeta in una sua ode dedicata all'amico.Dalì è stato uno dei maggiori esponenti del Surrealismo (nuovo spirito dell'arte battezzato da Apollinaire col nome di Superrealismo, al debutto del balletto Parade di Cocteau, 1917); costituito fra gli altri dai poeti Paul Eluard e Andrè Breton, dal cineasta Bunuel, dagli artisti figurativi Manritte, Ernst, Mirò, Man Ray; e ancora, Edward James, Hans Arp, Arpo Marx (solo per citare quelli che diverranno famosi).
Sposò dopo una convivenza di molti anni, Gala Diakonoff di dieci anni più grande, moglie del poeta Eluard (da cui poi divorziò), ed ex compagna di De Chirico; una donna-manager avida di potere, la quale impostò da subito la relazione col ruolo di "protettrice", o meglio di impresario, relegando a Dalì quello di "dipendenza", e desiderosa di organizzargli la vita. In amore prediligeva il triangolo; ma grandi furono le sue sfuriate di gelosia quando nel periodo precedente la seconda guerra mondiale Dalì divenne amante di Edward James.Egli non era per lei che una semplice "macchina per far soldi".
"I Dalì sono due, uno appartenente al suo mondo di vivida, geniale e avvincente paranoia, in cui vive più della metà della sua vita; l'altro è l'accorto affarista, creato dalla moglie Gala" (Edward James a Dalì, marzo 1941).
(Fu Andrè Breton a coniare l'anagramma Avida Dollars dal nome Salvador Dalì - cosa che divertì molto l'interessato).
Il miele è più dolce del sangue (1927) fu il suo primo dipinto surrealista. Famosa la serie dei suoi orologi molli. Molti i disegni e i dipinti raffiguranti la moglie Gala. Soggetti della sua arte, anche i ritratti di Eluard, Lenin, Freud.
Dal 1927 al 1929 fu il periodo per lui più prolifico e rappresentativo. Famoso resta il suo ritratto a una vedette del cinema, Mae West.
La sua potenza espressiva, l'intensità cromatica delle forme nello spazio e nella luce, davano voce e sangue alla tela. Alcuni dei suoi quadri, unici e dalla stesura raffinata, restano l'espressione dell'inconscio collettivo del XX secolo. Egli, il genio, ne è l'archetipo.
Vogliamo qui aprire una parentesi per dire che nell'immaginazione popolare il genio è sempre dotato di poteri magici; è sempre considerato come agente di una forza esterna. Questo potere può risultare misterioso anche al genio stesso. Egli obbedisce a una sorta di desiderio istintivo, a una necessità interiore.
L'arte visionaria di Dalì passa alla storia anche per i titoli bizzarri e improponibili quali, per citarne qualcuno: "Burocrate medio atmosferocefalico nell'atto di mungere un'arpa cranica", "Teschio atmosferico che sodomizza un pianoforte a coda", "Autoritratto molle con pancetta fritta", "Lo svezzamento del nutrimento dei mobili", "Acido Galacidalacide sossiribonucleico (Omaggio a Crick e Watson)".
Nella storia dell'arte, in modo specifico egli è il Surrealismo, in una rappresentazione personalissima, spesso dal contenuto delirante, definita "metodo paranoico-critico".La sua opera apre le porte verso universi paralleli, in una visione allucinatoria; ma Dalì è ben consapevole del confine che separa il mondo reale dall'immaginario.
Nel 1944 Alfred Hitchcock lo volle per la realizzazione delle sequenze oniriche per il film Io ti salverò, con Gregory Peck e Ingrid Bergman. Si trattava di illustrare i sogni del protagonista in preda ad amnesia.
Egli era originale ad ogni costo e viveva di un protagonismo insaziabile. Sempre in equilibrio sulla corda tesa delle sue assurde trovate, ad una conferenza alla Sorbona del 1955, si presentò in una Rolls-Royce bianca, stipata di cavolfiori. Nelle sue performances, ogni cosa che toccava si trasformava in oro. Scrive nel suo Diario di un genio: "in uno stato di permanente erezione intellettuale ogni mio desiderio è esaudito".
Un sempre crescente numero di psichiatri vedevano in lui un caso allettante dal punto di vista di uno studio ravvicinato. Egli è noto agli studiosi della psiche come un "perverso polimorfo".
Nell'opera daliniana gli istinti sessuali appaiono cerebralizzati e sublimati dall'arte.
Dalì era sempre eccessivo e le sue manie grandiose e strampalate spesso infastidivano. Fu molto criticato dalla stampa e dall'opinione pubblica, e anche minacciato, per aver dichiarato di simpatizzare per il generale Franco.
Fino alla fine, ebbe il culto paradossale della propria immagine. Negli ultimi tempi, fra gli alti e bassi della malattia che lo aveva colpito (morbo di Parkinson), si lamentava dicendo com'era difficile morire. (Gli era già mancata Gala da alcuni anni).
Fantasma di se stesso, morì a 87 anni, il 23 gennaio 1989, nella clinica dove era stato ricoverato per collasso cardiaco.

Fonte
Meredith Etherington-Smith, Dalì, Garzanti 1994.

Felice Serino





MAETERLINCK, CUSTODE DEI SOGNI


Poeta e drammaturgo dal talento molto versatile, nacque a Gand, nella Fiandra, il 29 agosto 1862. Nel 1911 gli fu conferito il Premio Nobel per la Letteratura. Già fin dal 1903 come candidato al Nobel il nome di Maeterlinck era stato fatto da Anatole France, al terzo posto dopo Tolstoi e Brandes.
Secondo Maurice Maeterlinck, la scienza non ci insegna nulla, per il momento, sull'origine e sul fine della vita, e non è in fondo che "una espressione rassicurante e conciliante della nostra ignoranza". Tuttavia, l'inconoscibile ci avvolge, e si manifesta a noi con presentimenti, sogni.
"Lascerò senza rimpianto questo mondo assurdo del quale non ho capito nulla", egli scriverà pochi giorni prima della morte, avvenuta il 7 maggio 1949.
Maeterlinck è sempre vissuto vicino alla morte allo stesso modo in cui si piegava sui misteri della vita, senza separare l'una dall'altra: "Sarebbe mostruoso e inesplicabile che fossimo soltanto ciò che sembriamo essere", affermava.
Tra le sue opere memorabili molti drammi, tra cui si ricordano: La Princesse Maleine,1890; Pelléas et Mélisande, 1892; Aglavaine et Sélysette, 1896; Monna Vanna, 1902. Nella fiaba teatrale L'Oisseau Bleu (1909), ciò che rappresenta l'Uccello Azzurro è il segreto delle cose e della felicità. Vi si legge: "l'Uccellino Azzurro, il vero, il solo che possa vivere alla luce del giorno, si nasconde qua, fra gli uccelli azzurri del sogno che si nutrono di raggi di luna e muoiono appena sorge il sole...". In essa sono rappresentati sotto forma di creature di sogno vari elementi o simboli archetipici quali La Notte, Le Stelle, La Luce, Il Fuoco, L'Acqua, Il Pane, Lo Zucchero, Il Latte, Il Cane, La Gatta, gli Alberi e gli Animali della foresta, L'Amor Materno, I Bambini Azzurri (che aspettano l'ora della nascita), Il Tempo. La fiaba è intessuta di immagini sognanti, di rara poesia: "I bambini fuggono dai giardini, le mani piene di uccelli che si dibattono, attraverso la sala tra svolìo di ali azzurrine...". La morale che si legge tra le righe è lampante: quelli che hanno il cuore puro non cercheranno mai invano l'uccello azzurro anche se non esiste che al di là dei limiti del mondo.
In Aglavaine et Sélysette, puro gioiello della letteratura, egli fa dire ad Aglavaine parole molto significative : "Se qualcuno deve soffrire, questi dobbiamo essere noi. Ci sono mille doveri, ma io credo che ci si sbagli raramente quando si cerca prima di tutto di togliere una sofferenza al più debole per addossarsela".
Per Maurice Maeterlinck ogni realtà porta sempre un velo di mistero e di sogno. Sotto questo velo, come bene asserisce in chiusura del discorso in occasione del conferimento del Premio Nobel C. D. Af Wirsen, "si nasconde la verità profonda dell'esistenza e, quando un giorno il velo sarà sollevato, si scoprirà l'essenza delle cose".

Fonte: Francois Albert Buisson, La vita e l'opera di Maurice Maeterlinck, 1965, Milano

Felice Serino




RIMBAUD, IL MITO


Angelo o demone? Di Arthur Rimbaud si è detto tutto e il contrario di tutto. La sua vita nasconde misteri che il tempo moltiplica.
Anima randagia, da poeta "maudit" muore quasi del tutto sconosciuto - prima che la sua fama si convertisse in mito attingendo alla immortalità.
Un'infanzia la sua, triste e infelice - caratteristica che distingue molte grandi anime passate alla storia. La violenza dei gesti, gli oggetti branditi accompagnati da urla sono le immagini che Arthur conserva dell'unione tra i genitori.
Lui, Frédéric Rimbaud, capitano del 47° reggimento di fanteria, per il ragazzo rimasto come genitore un'ombra inafferrabile; lei, Marie Catherine, figlia di agrari, legata al figlio da complice pietà.
Nel 1864 il padre abbandona definitivamente la famiglia. Arthur ha 10 anni. Frequenta la scuola presso il collegio di Charleville, suo luogo natale (egli vi nasce il 20 ottobre 1854), si dimostra un allievo modello, è il più delle volte premiato, e la sua precocità si rivela anche nei risultati poetici. Ma il ragazzo è anche ruvido, maleducato, insofferente soprattutto nei confronti dell'ambiente familiare e della madre, con la sua rigidità cattolica e l'inflessibilità degli atteggiamenti. La tendenza a scandalizzare è la sua maniera di comunicare; accompagna con "merde, merde" la lettura pubblica di versi. E' anticonformista ed eccentrico ed ha un magnetismo ambiguo, un fascino particolare,oscuro. Tra i 16 e i 18 anni ha una relazione burrascosa con Paul Verlaine; i due vivono insieme, da bohémiens. La relazione, che si vocifera abbia un indirizzo omosessuale, balza agli onori della cronaca quando Paul un giorno,e precisamente il 10 luglio 1873,al colmo di una violentissima lite ferisce l'amico al polso con una pistola.
Nello stesso anno, a Bruxelles, Rimbaud ritira le prime copie di Une saison en enfer.Nel 1884, ad Harar, in Abissinia, organizza spedizioni commerciali nell'Ogaden, ma lascia presto questa attività per dedicarsi in proprio al traffico di armi per conto di Menelik.
Mentre Rimbaud si trova in Cairo compaiono dolori lancinanti alla coscia e al ginocchio, primi sintomi del male che lo porterà alla tomba.
Nel 1890 viene rintracciato in Abissinia da un gruppo di letterati parigini; in una lettera gli viene annunciato il suo nascente mito poetico. L'anno seguente il male si aggrava ed egli s'imbarca per Marsiglia, dove subisce l'amputazione della gamba; operazione alla quale la madre presta una fredda e frettolosa assistenza.
Il cancro presto gli divorerà le altre parti del corpo, paralizzandolo. Tra allucinazioni e grandi sofferenze, la morte lo coglie il 10 novembre 1891 a Marsiglia.
La vera vita è altrove"; "Io è un altro": enigmatiche e memorabili queste sue "sentenze".
Suo compito è distruggere ogni tipo di convenzione sociale cercando la rivelazione dell'ignoto e dell'inconscio e adeguando i propri mezzi espressivi al carattere innovatore di tale operazione.
Scrisse Verlaine nel 1872: "E noi l'abbiamo nel ricordo e lui viaggia. Sappiamo, sotto le maree e al sommo dei deserti di neve, seguire il suo sguardo, il suo alito, il suo corpo, la sua luce".
"Me ne andavo" - dicono alcuni versi di Rimbaud - "coi pugni nelle tasche sfondate, / anche il mio paltò diventava ideale: / andavo sotto il cielo, Musa, ed ero il tuo fedele; / perbacco! Quanti amori splendidi ho sognato". Solo e trasognato, con un amore ideale a invadergli lo spirito, si sentirà felice andando "loin, bien loin, comme un bohémien par la nature".
"Non può essere che la fine del mondo, più in là": è il divorante desiderio di conoscenza, di infinito; esplorare l'inconnu. E' l'Ideale del suo spirito a cui fanno da cornice l'immensità e il silenzio del deserto, il vento, il sole rutilante, un tempo senza tempo... Il deserto: "luogo ideale dell'esilio ma anche del regno, poiché l'esilio interiore permette di riconquistare il regno di sé" (1).
Innumerevoli quanto inverosimili risultano gli amori attribuitigli. Si dice che durante il soggiorno in Africa, ad Harar, una notte di passione nel tentativo di possedere una fanciulla abissina infibulata, egli abbia usato un coltello... (il sangue, le urla, i parenti accorsi per vendicare l'oltraggio subito).
Ebbe amori in vari altri paesi, Inghilterra, Italia (Milano, Napoli).
"E' il nostro sole nero", scrive Renato Minore, "con disagio si entra in sintonia con l'intransigenza netta, ombrosa, irripetibile di quell'età. Quel prendere di petto il mondo per una sfida senza superstiti. E oggi siamo tutti superstiti: della rabbia come della pietà. Siamo ossessionati dalla leggenda di Rimbaud, dal suo fantasma e dalle sue scorribande di confine".


Nota
(1) Majid El Houssi, dall'introduzione a Moha il folle Moha il saggio, di Tahar Ben Jelloun, Edizioni Lavoro 1988.

Bibliografia
Renato Minore, Rimbaud, Mondatori Editore 1991
Arthur Rimbaud, Poesie, Garzanti 1977.

Felice Serino





RUDOLF STEINER E LA SCIENZA DELLO SPIRITO


Le anime umane vivono come nel fango, come nella palude, finché non sono iniziate nei sacri misteri.
Platone, Fedone, cap. XIII



Uomo di profonda cultura spirituale, Rudolf Steiner è un personaggio ancora in buona misura da scoprire. Forse il più difficile da afferrare di tutti i pensatori del XX secolo.
Antimaterialista convinto, il suo stile è esageratamente astratto. Con i suoi racconti sorprendenti su continenti scomparsi come Mu, Lemuria e Atlantide, a volte si è portati a sospettare che si tratti di un imbroglio spudorato. Ma Steiner non era di sicuro un ciarlatano.
Figlio di un capostazione austriaco, era nato a Kraljevec (impero austro-ungarico) il 25 febbraio 1861.
Per Steiner, la lotta per ottenere credito riguardo la sua concezione spirituale in un ambiente dichiaratamente non spiritualistico, è durissima. Egli parte chiaramente sfavorito. Ma il fuoco interiore che lo anima, il suo daimon, gli destina una luminosa carriera riservandogli alte cariche in cui si evidenziano proprietà di linguaggio e grande generosità.
Steiner fin da piccolo divenne consapevole dell'esistenza di un mondo parallelo a quello terreno. Nella geometria egli trovava la giustificazione alla sua fede nel "mondo che non si vede". "Devo aggiungere", si legge nella sua autobiografia non ultimata, "che in quel mondo vivevo volentieri, perché avrei sentito come tenebra tutto il mondo sensibile circostante se questo non avesse ricevuto la luce da quello". E in una sua conferenza possiamo leggere: "Tutti i patimenti che vengono sofferti al presente sul piano fisico, nel complessivo progresso dell' umanità, sono solo un lato di un insieme il cui altro lato è soprasensibile".
Steiner fece le prime esperienze pedagogiche riuscendo a recuperare un ragazzo idrocefalo e a inserirlo poi all'università, dove divenne medico.Studiando le idee scientifiche di Goethe sotto la guida di Shrorer, egli inziò a sviluppare la propria filosofia spirituale. La figura di Cristo vi gioca un ruolo centrale.
E' importante non confondere la "percezione extrasensoriale" di Steiner con lo spiritismo. Egli era estremamente sospettoso verso quest'ultimo.
Viaggiando in treno, conobbe un contadino di mezza età, Felix Koguzki, che esprimeva le sue profonde convinzioni religiose con un linguaggio oscuro.Steiner poté parlare apertamente delle sue esperienze (tra cui i contatti con i trapassati) senza timore del ridicolo.Il suo amico Schuré parlò più tardi di quest'uomo misterioso, Koguzki, come del "maestro", e disse che era "una delle forti personalità che sono sulla terra per compiere una missione sotto la maschera di un'occupazione modesta", cioè di un "Iniziato".Koguzki indicò a Steiner certi passaggi di Fichte che lo aiutarono a vedere chiaramente il modo di confutare il materialismo scientifico dilagante. Le sottigliezze argomentative saranno un'arma per vincere i suoi antagonisti e gli scettici.
Steiner frequentò il circolo di teosofia, dottrina che gli pareva essere concorde con il suo spirito. Conobbe ed entro lo stesso anno 1899, sposò Anna Ennincke, vedova con cinque figli, di otto anni più grande. Ma il matrimonio durò poco. L'incontro con Maria Von Sivers segnò la fine definitiva del suo breve matrimonio e l'inizio della sua carriera di personalità pubblica. Steiner iniziò a tenere conferenze, e la gente, ora, cominciava a esserne affascinata.
La sua prima opera fondamentale, "La filosofia della libertà", indica il suo concetto base: l'uomo è in grado attraverso il proprio pensiero puro, di conoscere le leggi che governano l'Universo. Riconoscendo ed accettando queste leggi, egli diviene libero interiormente, e agendo in armonia con esse, è libero anche nel proprio agire.
Nel 1902 Rudolf Steiner e Maria Von Siver fondarono la rivista "Lucifer-Gnosis". Qui Steiner pubblicò le sue numerosissime conferenze, che furono in seguito raccolte in libri. Lo stesso anno egli ebbe la nomina a segretario generale della sezione tedesca della Società Teosofica, con approvazione di Annie Besant, succeduta a Madame Blavatsky. Ma quando la Besant giunse a parlare del quattordicenne Jiddu Krishnamurti, futuro maestro spirituale, come del nuovo Messia, la cosa suscitò sconcerto e non fu accolta bene neppure da Steiner, che diede le dimissioni da segretario. Era il 1913.
(Si ricorda, en passant, che Krishnamurti rifiutò da adulto il ruolo messianico).
Bisogna chiarire che mentre la Società Teosofica si richiama all'Oriente, Steiner si sentiva intimamente legato alle tradizioni occidentali, ai Rosacroce, a Goethe e soprattutto alla figura di Cristo.
Nello stesso anno fu fondata da Steiner la Società Antroposofica. Antroposofia: dal greco anthropos (uomo) e sophia (saggezza) = scienza dell'uomo.
Fra il 1913 e il 1915 fu costruito tutto in legno il primo tempio, il Goetheanum, a Dornach, presso Basilea. Era un centro di attività scientifiche e artistiche fondate sulla scienza antroposofica e capace di attirare le folle. Rudolf Steiner aveva grande magnetismo ed era suscettibile alle adulazioni. Sapeva esprimersi con un'autorevolezza e un'efficacia che impressionavano.
Egli preparò migliaia di conferenze, in gran parte pubblicate. Molte di esse furono tenute anche in altri paesi.
Steiner era instancabile e, soggetto a surmenage, recuperava facilmente.
L'antroposofia ha trovato applicazione in molteplici campi: pedagogia, medicina, sociologia, architettura, agricoltura, biodinamica, arte, recitazione, danza (euritmia), e altro ancora.
Tra le sue numerose opere, Steiner ha lasciato quattro libri fondamentali: La filosofia della libertà,1894,Teosofia,1904, L'iniziazione, 1904-1905, La scienza occulta, 1910.
Maeterlinck ha detto di Steiner che i suoi metodi intuitivi sono una specie di psicometria trascendentale, per ricostruire la storia degli Atlanti e rivelarci quello che succede in altri mondi. Che egli fosse un profeta non ci sono dubbi. Maeterlinck lo aveva descritto come "uno dei più eruditi, ma anche dei più confusionari tra gli occultisti contemporanei".Un biografo parla delle code di persone che aspettavano fuori della porta dello studio di Steiner da mattina a sera, per sottoporgli i propri problemi.
Steiner soffrì anche un'altra delle conseguenze della celebrità: la maldicenza. La notte di San Silvestro 1922-23 avvenne un incendio e il Goetheanum fu distrutto. Fu per Steiner una prova dolorosa, che mostrò come l'Antroposofia avesse dei nemici. La rappresentazione del dramma inprogramma ebbe luogo ugualmente.
Rudolf Steiner lasciò le sue spoglie mortali il 30 marzo 1925, a Dornach, a 64 anni da poco compiuti, mentre gli operai stavano costruendo, già da oltre un anno, il nuovo Goetheanum, interamente in cemento armato. Esso sarebbe stato inaugurato nel 1927.
La malattia che avrebbe portato Steiner alla morte si era manifestata il Capodanno del 1924. Nonostante il progressivo indebolimento, egli tenne in vari paesi quasi 400 conferenze, organizzò convegni, ricevette centinaia di persone. Infine il 28 settembre, privo di energie, dovette mettersi a letto.
Steiner inviava i capitoli della sua autobiografia in tipografia man mano che li scriveva, con la scritta "segue". L'ultimo inviato a fine marzo, non riportava la solita scritta.
"La grande avventura è quella interiore"; "L'uomo è una creatura della mente": questo il messaggio che egli ci lascia. "Il vero domicilio dell'uomo è il mondo dentro di sé. Basta solo che un odore o un sapore, un verso o poche note musicali ci richiamano verso il mondo interiore, per provare uno strano flusso di calore e di forza dentro di noi, quella sensazione che faceva scrivere a Proust: Ho cessato di sentirmi mediocre, contingente, mortale".
Ci limitiamo a riportare un breve stralcio tra i più significativi, da una sua conferenza tenuta nel 1916 a Liestal, in Svizzera: "Nella nostra volontà vive qualcosa che interiormente di continuo ci osserva. Attraverso questo spettatore interno, si penetra in un mondo spirituale che si può sperimentare come si sperimenta con i sensi il mondo sensibile. In tal modo si trova nell'uomo un altro uomo. Quando si arriva a conoscere questa entità dentro l'uomo, si conosce ciò che dell'uomo sussiste oltre la morte. Quella entità che non opera per mezzo del corpo fisico, che è spirituale-animica, sussisterà dopo la morte e già esisteva prima della nascita".
Attualmente la Germania conta una sessantina di scuole steineriane. Inoltre, la medicina steineriana è oggi coltivata da medici di tutto il mondo.
Le opere di Steiner constano di ben 354 volumi, pubblicati dalla casa editrice tedesca Rudolf Steiner Verlag. Vi sono ancora inediti.In italiano, tra le varie case editrici che hanno pubblicato le sue opere, è da menzionare la Editrice Antroposofica di Milano. I "Misteri" drammatici di Steiner (La porta dell'Iniziazione 1910, La prova dell'anima 1911, Il guardiano della soglia 1912, Il risveglio delle anime 1913), vengono rappresentati al Goetheanum ogni anno inseme al Faust di Goethe. Nelle rappresentazioni è compresa anche l'euritmia, un'arte nuova, danza e movimento armonioso insieme, definita "parole e canto visibili", la quale ebbe applicazioni pedagogiche e terapeutiche, oltre che artistiche.


Bibliografia
Paola Giovetti, La vita e l'opera,Edizioni Mediterranee, Roma 1922;
Colin Wilson, Rudolf Steiner, Longanesi, Milano 1986.

Felice Serino




UN SOLE SOTTERRANEO


Nel 1918 Joe Bosquet, ventun anni, viene colpito da un proiettile che gli spezza la spina dorsale; da allora fino alla morte, è un corpo che vive solo a metà. Bousquet si riferisce all'incidente come a una seconda data di nascita. Per lui, affondare nel buio vuol dire "attendere l'altra faccia del giorno". Il sole sotterraneo è il sole mitico che, scomparso dallo sguardo oltre l'orizzonte, continua in segreto il suo corso fino alle "Radici della notte". Bousquet riconosce in se stesso un essere sotterraneo, quell'abitatore del sottosuolo di dostoevkijana memoria. ("Scrivo le vene del buio", 1967). "Proprio nei momenti in cui si sentirebbe maggiormente di odiare la vita tutto l'amore si china per poterci raccogliere"."Porto in me un essere irrivelato. Mi conosce, ma non so nulla di lui, tranne che la mia persona è la sua ombra con i suoi appetiti inconfessabili e il suo bisogno di segreto" (1982). "Trascina intorno alla vita il tuo grido, il tuo immenso grido di bestia ferita. Spingi nella notte il lamento immenso in cui tutto il tuo spirito si ottenebra. Questo accecamento verità. [...] L'anima non si sveglia che a pezzi" (ibid.). (L'anima sorgerà, ma come un sole sotterraneo). "Vorrei squarciare, come lo potrebbe un vomere, la profondità della mia anima per forzare ad entrarvi questa bellezza troppo pura per abitare in me. Vedo chiaramente in che modo la sua nudità, luminosa come un frutto, entrerebbe, a vele spiegate, nelle tenebre del mio essere, vi mescolerà il sogno della mia carne con quello della mia anima, espanderà in me i flutti della sua luce anonima come un cammino di luna dove la mia carne segreta si risveglierà alla sua presenza".
Bousquet deve partorire una verità più alta del suo dolore. Egli riuscirà, attraverso il potere della visione interiore, a creare un mondo trasversale che, pur non coincidendo con la realtà cruda, ne sarà il soffio vitale.


Tratto da I sotterranei dell'anima, Aldo Carotenuto, Bompiani 1993.
Opere di Joe Bousquet: 1941, Tradotto dal silenzio; 1980, Papillon de neige; 1982, Da uno sguardo un altro; 1988, Lettere della guerra (J. Bousquet - S. Weil); 1989, Le cahier noir.




©  Felice Serino