Autori

 

 

 

 


 
   
FLAVIO BALLERINI

NON IMMAGINO VOCAZIONE PIU' BELLA

 


Non immagino vocazione più bella, talento o dote più preziosa e importante di
quella che riesce a prendersi cura degli altri in modo spontaneo e naturale, una
grazia e una direzione come conduzione migliore di vivere, come appartenenza
alla salute e alla sua promozione; un darsi, un dare il meglio di sé è giungere
al miglior dono di sé che non può che espandersi, come l'amore, come un'arte.
C'è qualcosa di più grande nell'arte, di più potente nell'amore? E ciò può
confinarsi per una sola persona? può bastare una direzione di ciò nella coppia,
che sappia, almeno, intravedere non dico la felicità ma la pienezza di un vivere
una vita che – non importa se segnata da una destinazione nella insopportabile
stazione finale del nulla eterno (un'idea che mi è tuttora insopportabile,
concepibile solo quando l'idea si associa alla paura) oppure se creduta per
qualche fede o per esperienza mistica solo una provvisoria storia che approderà
in altri regni o all'immortalità – è una vita (vera), trova continuamente fonte
e orizzonte?
Prendersi cura di sé come di tutto ciò di cui questo sé è, tutte le relazioni di
cui è fatto,questo può avvenire solo contemporaneamente; cioè è possibile
giungere alla fonte del sé e all'essenza dell'essere se riconosciamo e viviamo
consapevolmente gli intrecci vitali di cui il proprio sé è costituito e vestito,
viva luce a tutte le relazioni che ci compongono e l'umile e, se possibile,
amorevole sguardo al limite, all'ombra, al male, che ci conduca a compiere un
gesto, trovare ciò che può accogliere (forse tutto), un cuore dove la meraviglia
prevale?
La vita se non è un miracolo muore.

SALUTARE E SALVARE

Un giorno si disse: "Basta,
le mie ferite sono guarite!"
e non fece altro che vedere
e ricominciava a vivere
e guariva davvero
e qualche male liberava
vivendo

FLAVIO BALLERINI
Pesaro – (1950 – 2006)

[da: “Emozioni maldestre”, 2007]


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POESIE DI FLAVIO BALLERINI
Pesaro – (1950 – 2006)


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AD ANDREA CROSTELLI (sulla “balena bianca”)
Quelle navi per un attimo in aria
sospese nel fluido canale chiaro
d’altro tempo e mondo le vele bianche
sopra e attraverso la gioia il dolore
la passione piena di ogni colore
forte di fiaba di memoria e infanzia
Dove ti porta la balena bianca?
ma cosa gridano quei neri alati?
apre varchi colorati del sogno
e vedi che permane e viaggia
lungo un aperto altrove
tutto pieno di grazia nel colore
che danza e che ti…chiama

Flavio

*

Da qualche onirico terrazzo bianco
stazione ottica dei sogni aperti,
ancora ritransitabili a notti
inoltrate su crocevia
ove solo il soprassalire muta,
quei bianchi terrazzi ov’ero lì e altrove
insieme, affacciato su altri sogni
immortale e in medesima luce
nel lieve stupire primaverile,
vissuti con la materia dei sogni
eppure ricordati come eterna
promossa felicità!
Vissuti davvero quando ritorno
sorpreso improvvisamente in balìa
inafferrabile intemporale.

30 marzo 2003

*

Grigio che confonde cielo e orizzonte
consuma la collina nel risucchio
del suo verde umido già digerito
dai moli di sera una rosa luce
lacrima oltre la campana velata
traspira sangue un cosmico delitto
per pochi minuti o un parto divino

*

Libero dentro il guscio e solitario.
Ho sentito tutti i miei cari morti,
mostratogli la fonte del disagio
come infelice fuori dall’intero –
fuori dopo la pioggia miagolava
come un grido di dolore nell’aria
mutata e dolce una gatta d’amore
lo strazio che non puoi non ascoltare
Non mi resta altro che essere presente
oggi dentro e dopo tutti i congedi
Sopra il ponte del Miralfiore l’aria
disse d’esser la vita del pianeta
oltre l’umano. Tutto muta e si può
uscire dalla propria forma un poco
e in quell’allora nell’oltre guardare
e accorgersi forse di un altro fare…
Umili e leggeri oltre il terribile

Flavio

*

Mai mi sono sentito così solo
Ed è una notte così bella nera
e luminosa di luna crescente
con tutto il cielo la stella più grande
si avvicina se la guardi alla terra,
l’aria è fresca e gli alberi della piazza
tremolano un’onda frusciante efferve
ovunque e il piacere di questi attimi
offre di starci insieme anche nel sonno.

*

Non si sa dove se ne sono andati.
Ed io non sono da allora più io.
Né confuso conosco quel che resta
nella scia di scomposti agglomerati
svaniti via, sol qualche monca memoria
qua e là nella geografia del vuoto
Appariva come una penisola
(ben ancorata a solida storia)
poi smisurabile fu il suo confine
ed arcipelago che s’allontana.
Per dubbie derive. Non sono più io.
Mi sembra un bel po’ che mi cerco.
Fu quando la corrente si raffreddò;
Ad est del golfo non c’era più sale
fiumi d’acque dolci scendendo dai poli
le primavere incerte svanivano
il ghiaccio avvicinava tutti i cuori
sorrisi si stampavano di pietra
sospesa come nel gatto di Alice.
Segni d’allarme, sogni suoni di chiurli
campane gufi inascoltati ed urli
furono disseminati nel tran tran
………………………………..
Flavio

*

(Per Kostas Kariotakis)

Per compensare tutto questo sole
d’aprile leggerò un poeta triste
la cui luce diverrà meno tetra
più attutita la vacuità del giorno
Resterò con i versi come in chiesa
- anche se dinnanzi a un inquieto mare –
in attesa che lo spirito aleggi
e come in una sentita preghiera
un angelo delicato e deciso
aprirà il cuore alla più pura pietà
Questa è la carità che voglio offrire
alla spirale nera dell’anima

[finalista al Premio “Paesepoesia”,
Belvedere Ostrense 2005]

*

Pure come invisibile radice
sorprende ai varchi un puro domandare
ove l’alieno allea forma che muta
oltre il noto che si infissa vorace
cibo a perpetuare la stessa fine
l’uguale fuggire il Logos vivace

(a Felice Serino su “L’ombra”) *
11 luglio 05

Flavio Ballerini

*

Non ricordo se riflesso dal vetro
o se fu folgorazione dell’ombra
o se vidi me specchiato dall’alto
per un istante nel limpido fiume
ricordo però la curva del cranio
le linee assorbite di schiena e spalle
io vidi ciò che mai prima non vidi
il profilo la posa in un unico
familiare ed estraneo interrogare
il mondo intero attorno
come la parte chiede al tutto cos’è
io vidi di mela formalo stampo,
vivo, fatto di antica attesa, forte,
come non fosse tutto quel che non è,
stampo dell’antico a sé, il doppio
il precedente
impronta emersa dall’ombra nell’ombra

*

Tutta la notte sogni ruotavano sulla poesia il poetare
Sono giunto là dove nasce il vento
alla curva del sogno
all’esterno pervade l’aperto
- da sopra le curve degli alberi
nell’inoltrato rimbomba
in altro modo il tempo

dicembre ‘01

*

Fra qualche grado del terrore
di sapersi mortali
e la meraviglia di essere vita.
Amare come vincere la morte
silenti in viaggio dentro lo stupore
- ehi! ce l’ho fatta! non sono caduto! -
verso il sorridere il respiro
entro l’inquieta memoria dei mali
Nell’assenza dove l’io scompare
come protezione si custodisce
la luce viva del sognare…

26 ottobre ’05

Flavio

*

Poesia

per viaggiare nella parte destra
gettando ponti dall’inconscio
a centottanta gradi l’arco
teso a raggiungere la sfera

17-11-05

Flavio
 
 Ricordando Flavio

Se io posso dirti son io ascoltami
sono innamorato del tuo ascolto
e della tua vera voce
E tu mi dici che la tua vera voce
non è quella vera ma una fra le tante
Io so che rideremo insieme
e la risata risalirà i sensi
come il suono di una cascata
su per le valli dell’Acquacheta
anche gli abissi
rideranno

Flavio Ballerini

*

Bibliotecario, filosofo, libraio nel campo delle teorie e terapie olistiche,
poeta, scomparso improvvisamente il 3 dicembre 2006
pubblica nel 2001 "Versi licantropi" che raccoglie poesie e prose e che diventa,
in collaborazione col musicista Michele Donati uno spettacolo teatrale e un CD.

Così lo presenta il poeta-pittore Andrea Crostelli

"... a Flavio la filosofia non bastava e si lasciava sorprendere dalla
poesia....
che la poesia lo cogliesse di sorpresa era una delle sue aspettative maggiori,
un desiderio che alimentava i suoi sogni..
la sorpresa scaturisce a volte dalla magia di un imput che giunge dall'assonanza
di alcune parole..o dall'allitterazione,... o da parole che ritornano con
significati diversi o che, nominate, sono ripetute spezzate....
La sorpresa fioriva incessantemente dal suo innato stupirsi, con l'entusiasmo di
un bambino....lo spirito del poeta è tenere alla poesia le porte aperte sempre,
tenere alto lo sguardo, drizzare le antenne e rimanere in quello stato di
leggera insofferenza che sta nelle tensione continua dell'ascolto...
La poesia è stata per Flavio la Madre-guida del suo esistere....così gelosa da
volerselo tutto per sè"

---
 
 GIORDANO GENGHINI

Altri ritorni


1.
Sarà forse domani: con un fioco
soffio di mani: un fuoco

di specchi spenti: accanto a me rimani

ancora un poco

in questi specchi della pioggia, strani
volti degli anni e dei millenni, persi

come in gorghi notturni gli universi
dissolti: e il vuoto inganno degli inganni
ora al ricordo riconosce fine

di suono sordo divelto: e il segreto
è in noi sepolto tra venti e rovine.

2.
Navi d’unghie di morti: arcobaleno
infranto: lunghe prore luminose
nello scroscio dei raggi chiari, ed acque
e radure di mari

tra steli d’oro: e d’improvviso il soffio
di cieli e stelle dall’immenso molo
libera l’universo:

minuscolo, sul palmo della mano
bianca, insetto di brina: nel mattino
fragile, al volo.

3.
Astrali azzurri nomi, luci fatue,

petali tenui di rumore: graffi
di gesti, esile traccia

sulla pista magnetica del nastro
assente:

grecaggio della mente: e in fogli strani

virati soli, corpi d’aria, voli,

nidi di mani in alberi di veli.

4.

Polvere d’astri limpidi e pianeti

negli universi: rete

d’aria labile, d’orme

s’intesse nel respiro e spersa smaglia

il campo delle forme, nell’arena
di infiniti confini: oltre foreste
di mari e di pensieri, scroscia tersa
e svanisce tra le onde la risacca
delle cose: l’immagine stupita

di germogli di stelle: e oscilla, pulsa,
vacilla,

viva fiorisce in cieli ed antri d’albe

e giorni, voce chiara: ed oltre stormi
d’orizzonti e frastuono d’ere, s’alza
brezza di luce in neri spazi: ed ombra

tra selve d’ali e suono nasce e muore

di ritorni, di un cuore.

5.

Lampade d’erba, e luci, e forme, ed ali

di foglie, ferme:

dissolti solchi di zolle racchiuse

in corpi, e bianche orme,

e nella notte lenta transumanza
d’astri gelidi e nuvole, attraverso
fiumi di spazi e valli d’universi

celate: anse del tempo ossa di vento

imprigionano in gesti: e freddi suoni
divelti
da sordo legno intorno: da millenni
un volo
d’angeli e antiche vite, in muto stormo

per i cieli,

ove dorme nel sorriso

la fonte del pensiero: morta al giorno

dei lampi

la luce gonfia: e dall’azzurro sole
notturno, d’improvviso ai campi irrompe
sgorgando dalle vene dei sentieri
la cavalcata degli alberi neri.

6.

Spaurito, nel cerchio: intorno cerco
un’ombra luminosa nella mente
verde di limo ed onde: e un arco freddo
affonda e affiora, e ancora

affonda, e rete smaglia, e serra il varco
tra pensiero e respiro: e lento ascende

al niente, mentre il giorno si fa sera:
sbagliava, primavera.

7.

Pingue nebbia di noia: nervature
d’ombre lunghe: ritorto

albero sopra la pietraia: adunca
l’unghia della radice

raschia il fondale oscuro della mente
e affonda, e in linfa langue sconosciuta

-umido giunco timido allo stelo,
esile trama d’alito- e la foglia
dall’immobile riva, in bianco gelo

a pena viva,
tra rami neri appare: e trema, e cela
sguardi, e il volto specchiato: e d’altre foglie
infinito ricamo, labirinto

d’ignoto velo: il corpo della notte
in verde cielo.

8.

Baia dell’ombra chiara: verde nave
se n’è andata, la vita: ieri, ancora
creta di risa spente: onici vaghi
di volti: ed ora, nera
presenza d’astri serici, riflessa

sopra il mare del corpo: e s’innamora
di spazi interminabili la sera

pallida di paura, ed alta sorge

la vetrata confusa, e in prati d’ali

sottile specchio di fiati scolora

al tocco delle dita: e presa, chiusa
nella gelida gola, nella roccia,
la voce attende il dono, la parola
rubata: squarcia l’anima sdrucita
da forbici di refoli di vento:
strappa forme la terra, sole il sole
nella cala delle ombre, dove cala
la tenebra: ove l’osso

perora il volto bianco della mente
e le file di denti morti: pietra,

teca, cristallo freddo e muto, niente:
tetro, il cialtrone intona uno starnuto.

9.

Nodi di fredda seta e d’oro fuso,
nodi di nervi e chiodi ed urla e frodi
all’improvviso sciogliersi: confuso
aggrovigliarsi, forse,

di momenti e di menti:

ma intrecci di respiri, e anelli, e corse

nel teatro di verdi reti: e un drago
liquido lento emerge dai sentieri
del vento

nella fossa: ma tonfi d’acqua e brago

nel lago dei pensieri, e suoni gonfi
nell’aria grigia: nodi d’intricate

gomene: ultimo segno

di navi e vele e cancellate tracce
di presenze: ma non voli leggeri:
passeri neri nel cerchio di legno.

10.

Sussurri, vetri: cigolìo di stanze

distanti: nel deserto dello specchio
danze esili: e la toga

aperta che una mano obliqua lega
nel riflesso è persona, e ad arco piega

labile corpo assente, e nella gola
cavo legno di noce una parola

pegno di luce, ancora

deriva nella gora: lontananze
d’un segno ancora, ancora d’una voce

petali azzurri

nel prato nero: nei muti sussurri
ancora danze

di maschere velate di sembianze.

11.

La pelle è di metallo: tocca, è fredda
la bocca, e più non chiama, e lento scocca
vento giallo
d’ali chiare, il respiro: alle pareti
di foglie, l’universo nasce e muore:
e nell’intrico d’ore agita il tempo
i cieli e il mondo, e sciamano le immense
ombre del cuore.

12.

Tracce di mani, vortici di volti

tra piume di pensieri: ma di notte
salpano: ma sarmenti

e sterpi e funi e la morta parete
chiudono l’arpa nella quiete, dove
rete di suono smaglia e strappa bianca

mano di stoffa: e cadono comete
soffici, sopra l’isola

di ciottoli e di soffi

lucenti, e chiara pace: ma il gigante
azzurro, dentro l’antro d’aria, tace:
in catene di nubi avvinto, solo,

le lente onde non ode: e sono spente

le navi e il vento nel deserto molo.

13.

Del vuoto ancora il grido: nell’ovale
risonante respiri: prati neri,
sonagli d’aria e argento e ferro, e cupi

dirupi della mente
ingombrano i sentieri.

14.

Vedi? l’angelo ride soavemente
invisibile, in volo: in ombra lenta

fragile rete di colori e fregi

e rami e rado verde
sul volto tenue, oltre galassie d’anni
e cieli: e, sola, l’isola, nel solo

luogo vero presente, ora: quel volto
nel mare della mente.

15.

Dunque t’attendo: per l’appuntamento
nella nicchia di tenebra: le squame
torbide nei cunicoli di rame

oltre grida e silenzi, in morti morbide.

16.

Ombra di legno: strappa il velo, appare
d’improvviso: nel volo, nello specchio
ricerca d’aria e d’acqua, balzo zoppo:

universo-gabbiano in alto, cieca
fuga, rapida corsa oltre le stelle

d’ambra e granito:

ed ali aperte sul segno e l’intarsio
di forme, a squarciatuoni:

ricaduta sul vecchio

pavimento dei suoni.

17.

E la tua mano mi conduce: ancora
salvo: nell’aria candida, oltre il vento,

la porta lenta s’apre nella luce

musica, della voce: e nel respiro
calmo, ti sento.

18.

In gocce di cristallo le parole:
forse, i respiri: escursione veloce
furtiva, foglia, voce: liberata

fuggiva, forma viva.

19.

Il viso nella rete: smagliature

d’invisibili passi: bianche crepe
sulla parete: fra vicini volti
di specchi

e ferro dentro il ferro, cerca afferra
antica luce estinta, mentre il tempo
lo governa e imprigiona: invano atteso

invano attende un nome: ingresso, uscita
nel buio angolo bianco, ala indecisa.

20.

D’improvviso, ecco irrompono le immagini
e sguardi fra le porte

spalancate, infrangendo il nero vetro,

fra voragini gonfie: e ruota sorte
d’acqua, fuoco, aria, terra:

ogni risposta è ignota: e mai c’è morte

in questa guerra.

21.

Nel corpo imprigionata si dissolve
la voce d’aria chiara: oltre la chiglia
della luna, s’avvolve
nero limo salmastro:
e sopra il lume rovescia la sponda
e in strepiti di schiume affiora e affonda
nell’acqua: e sulla riva, la lucerna
rivela il freddo palpito degli occhi
spalancati: e la carta dei tarocchi,
cifra delle onde, segno
lastricato di mani, alla taverna
precipita sul tavolo di legno.

22.

Tu non sai cosa cela l’alta porta
rinchiusa: nelle stanze più profonde
dove l’alito è avvolto nelle squame
e la traccia di luce non conduce
che a radure
sorde: tu parli, avvolto nella scorza
del volto, della forza: ma non eri
nel recinto sepolto, dietro i neri
ricami d’onde: tu bonsai, ma parli,
forma conclusa: ma oltre le pareti
solo la tua domanda ti risponde.

23.

Sento il peso del corpo, e dure zanne
sorgono a un tratto nella gola: siedo
e segni vedo e cerchi in pietra, e attendo
l’urto profondo
del sogno oscuro: irrompe, è spento il mondo
nella sera che incede: e il cielo vola
spinto dal nero vento
tra false nubi: e sbuffi
di canto, e strane stoffe, e stretti passi
sul legno dei pensieri: oh! Il soffio attuffa
ciuffi e glifi di rose,
e in groviglio s’azzuffano le cose.

24.

Fa’ che non torni il giorno dai contorni
torvi: l’uscio si chiude, grigia grata
imprigiona la mente:
dov’erano le onde, sordamente
sciambrotta la belletta negra, e gridano
corvi, anime perse alla deriva:
oscilla nella stiva della notte
il vascello sepolto
nella rada… ma ora
ascolto ali ascolto mani ascolto
il ruscello ed ancora ascolto i verdi
coralli nella tersa acqua del volto
sconfinato: e le dita mi attraversano
e il bosco folto dei respiri ascolto
e foglie d’aria e sussurri: e si perde
fra monti in oro e azzurro
la parvenza del palpito: ossa e mura
di paura e di assenza
crollano: e immensa altura è cielo verde
dissolto: rispecchiato, il volto dura
nel mare d’erba pura, capovolto.

25.

Il gigante seduto: nella sera
stormi di luce fra le guglie grigie
della stanza, e silenzi
dentro l’ombra, nascosti:
e sguardi e suoni e falsi cerchi d’oro
tra siepi di velluto: like a bird
on the wire, tace, ascolta, è fermo,è solo
il gigante, di spalle: oltre le grigie
luci, intricate tracce di rumore
nella stanza:
e dischiude la mano il lento volo
oltre le tende e il tempo,a oggetti e spazi
confusi, nella stanza ingombra: e intanto
controluce, il gigante, in lontananza,
visto di spalle, è solo, è vecchio: obliqui
nella curva penombra, oltre lo specchio,
segni: immagini, forse, di un istante
presente, che non muta: forse, nera
nebbia distante.

26.

Sembianti inermi, valichi di specchi,
nuvole d’occhi, fermi
nei volti: mormorio stanco di maghi
e fiati di flauti
varcano i sogni folti: e cauti draghi
in vacillanti luci di voragini
chiare, e laghi d’immagini
in cieli capovolti.
27.

Oceani s’avviluppano irrequieti
nel sole, oltre le mani: la brughiera
… the moor
is dark: gelide reti nella sera
svanita intricano rami e pensieri
umidi, e l’aria spenta
incaglia strappa arronciglia: e le dita
la fossa d’acqua attende: al passo breve
fiorisce ghiaccio il prato, bianco d’onde.

28.

Semi di nebbia, nodi d’oro e fiamma
e onciali segni: mura alte di sogni,
lame di luce viva oltre la riva
nascosta: al sole correre, e negare
e la risposta,e l’ombra,e il cielo,e il mare.

29.

E invano cerchi il centro, invano cerchi
il varco in sogno vano:
la nave è morta foglia oltre la soglia
del niente,ed oltre il foglio è già la mano:
segretamente, in cerchi, guardi assente
fra specchi di metallo e nere danze
ripetute… non alberi d’argento:
chiome di fumo e maschere di vento.

30.

Riccioli verdi, eh, dici? e non capisci
se scherzi:
se, riccio aperto, lieto ti diverti
in brezze e in versi, o versi in frasche d’acqua,
in fontane: o in capriccio,
fruscìo d’uccello: guscio
sottile aperto, oh bello! e dietro l’uscio
riaverti:
credimi, cose strane,
spruzzi barocchi, verde
guizzi di crine alpestre:
occhi, trine, finestre.

31.

L’urto del vento lacera la vela
in ventagli di neve, e nella nera
luce scoscesa, beve
l’ombra fonda del sole: ed onde bionde
indorano ora i raggi: il fiato lieve
del giorno, ora rinato,
induce ad altri viaggi: ad un ritorno
oltre le porte
dell’oceano dei sogni, a navi e legni
di raggi d’oro, d’intrecciati steli
in luminose gomene ritorti
fra le sartie ed i veli: oltre le bolge
e i viluppi del porto,
dirupi, valli, gelo avvolge il sole
in bianchi nastri, e nubi strappa il vento
aggrovigliando i vertici dei monti
nell’acqua antica, in chiari
vortici: e soffia, e travolge strinati
relitti di tramonti, cieli ed astri,
tra spirali di mari.
32.

Ora le tempie sfiorano del tempo
stormi di luci
e il mondo tace, ed intendo sul volto
un ventar d’ali, ed al chiarore stanco
densi rami offre al volo
l’albero della pace: e di polito
argento ricamata alba riluce
ed ornano le notti
nubi di seta e d’oro: l’universo
s’apre, morbido, in musica infinita
e forgia forme
di resina forbita ed aria, e labili
orditi di lucenti filigrane
e d’azzurri velami: oltre la soglia
invisibile, s’apre e corpi schiude
tra lievi tracce
di luce immacolata, dove giace
l’ombra abbracciata al sole: dove dorme
nella nicchia, la voce
e dita brune tessono le foglie
e i germogli del cuore
dischiude in noi, donandoci monili
d’ultimi astrali voli
di nubi e seta ed oro e di respiri.
33.

Ecco, il mio vuoto colmano le immagini
vuote: ringrazio, antica sera, il dono
ripetuto, lo stampo delle voci
di maiolica fredda, il morto suono:
qui, nella mente, io abito, lo vedi,
amica: un sordo saio di pensieri
ricopre il corpo-mare: e la tua luce
arabescata, lucciola sul niente.

34.

Ma ora ascolto te, mia cara, amore:
nella selva dei volti e delle mani
aperte: petali d’alito, stami
di lievi sguardi in fiore, e bianche perle
di sillabe velate: e nel vederle,
cieco, dorme stasera
il vento dei pensieri: ascolto voli
molli, di suono ed eco: calma attesa
d’accese luci, folli
soffi di sogni nell’aria distesa.

35.

E tu chi sei, che appari nella strana
bellezza umana? tu che pari vento
quando ti sento: e il lento
cerchio s’apre nel cuore: e nella mente
il dubbio tu riaccendi sull’oscuro
veto del tempo, oltre il muro ed il vetro
strinato del futuro: e taci, e ascolti,
e sciogli il velo che imprigiona i volti.

36.

Ritorna l’ombra della croce: a monte
cigola il ponte teso sopra il cielo
dell’istante, riaperto alle domande
e il segno eterno, minuscolo e grande
dell’universo, è lucciola alla mano…
Non mi seguire: non so come il mare
delle forme s’addensa in tempo umano.

37.

Suono di lente corse: nello specchio
invisibile, forse,
altre strette di forze, e fiati, e mare:
ma corazze di corde, nel volare,
imprigionano le ali: e il tempo morde
l’altra luna: nel secchio, dietro il tempio
di morbido metallo, occhio del niente,
la gabbia d’aria e ferro della mente.

38.

Ci rivedremo? v’ha accolto la sera,
cari: non forme o suoni, aria leggiera,
orme di luci spente nella vita
svanita, fiori ed erbe
che verde primavera in soffi sperde.
Siete svaniti: insieme, oltre la chiara
ombra del cielo: e vi ricopre il velo
sollevato sui sassi e le acque e i passi
del passato: tornati oltre le porte
che il vento d’oro ora chiude, e la morte
suona il dolce suo flauto, nel ritorno
della notte lucente, ala del giorno:
di voi mi resta un suono
assopito, di immagini: presente
nella pianura chiara della mente.

39.

Voglio restare accanto a te: non voglio
perdermi in canto giallo
fra rondini nel cielo di cristallo
spezzato: voglio toccare le mani
ed il volto, e la voce: ora, domani,
mentre il sole ritorna e erba di prato
germoglia: e nuovo è il tronco, lieve
trama di corpo, e verso il giorno viene
giovane,e già s’inoltra nella vita
il figlio da noi nato, e andiamo, insieme,
cercando una speranza senza fine,
tra grida di battaglie sul confine.

Sarà forse domani: dalla sera
si schiude un’altra notte: ora riposa
lo stormo inquieto di forme e di mani
che irrompono nel volto cancellando
i ricami dell’alito e le orme
di luce: è notte, ascolto
le sillabe del cielo, e le alte stelle,
e le bianche acque calme:ascolto il vento
ma è terra il corpo e trema, argilla nuda:
è cava tartaruga il tempo: dorme
su un azzurro guanciale nostro figlio.
E’ lontano cento anni il nuovo giorno
e un miliardo di secoli il ritorno
dall’esilio.

40.

Dimmi tu chi era in preghiera: chi c’era
nella luce tua prima:
dimmi chi c’era, prima del respiro,
nel mistero tuo vero
oltre il chiarore teso sulle soglie:
dimmi chi s’era celato, chi c’era
tra velami di foglie e rami e rose
di vita che destando forme e cose
s’aprì nell’alba nera: ombra di mani
bianche, in paziente attesa
di onde di primavera nel domani.

Monza - Maggio 1994 [edito in proprio]

***
 
 
 
LA VETRATA NERA

Io sono colui che ascolta
nella notte
l’urlo interminabile
come un cane di tenebre alla luna
lungo i corridoi spenti
dall’alto i pini immani della notte
sul prato
la luce alta
sotto la finestra
del lampione
in contrappunto
la nenia il canto dell’uomo che muore
anima legata
da mille metastasi alla mente
ombra immane di pini nella notte
un animale ansima in agguato.

Punti di luce
nella città
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
stelle cadute
dalla vetrata oscura il grido sale
sull’asfalto nero
giunge fino alla notte di febbraio
spezzata dal vento
giunge fino ad un’altra primavera
in altra vita forse
e i pini
unghia d’asfalto nella luce obliqua
paiono immobili
ma attendono
come ogni notte
un animale ansima in agguato.

Punti di luce nera nella notte
suture
nel ventre immenso in agonia del cielo
e l’urlo della notte
che muore
i corridoi percorre un canto lento
il silenzio è conchiglia
dice il folle
non conosco il mio numero sai
ma ero un tempo forse una donna
forse
un tempo
un animale ansima in agguato
la notte non vuole morire.
E’ facile invece
dice il bambino
divorare il corpo ma non la testa
è facile invece
dicembre nascono funghi immagini e pensieri
divorare l’involucro di grigia spugna
e grida
certo è facile invece
dice
con gli occhi ciechi e pieni di paura
e nient’altro dice
e niente altro
e un grido
percorre i corridoi da sempre forse
il grido della notte che muore
legata da mille metastasi
al corpo della terra in agonia.

Pigiama azzurro l’ombra d’un gabbiano
lei è ritornata
per questi suoni noi ti ringraziamo
musica auricolare pianoforte
e silenzio
sopra il tessuto d’urla della notte
che muore
mentre i sogni camminano leggeri
oltre la soglia
ti ringraziamo
per il carcere infinito dell’universo
per l’anima la vita e questa radio
e la piccola lampadina accesa
sopra la vetrata nera.

Il tempo si dibatte
come pesce strappato dalle acque
ogni cosa ritorna
anche tu cara sei davanti a me
e ti amo come quel giorno
e tocco la tua pelle
tiepida e sottile
e ti amo
oltre la notte che urlando muore
oltre la vuota scorza della mente
e i sogni che abbandonano la soglia
e l’ombra immane in falsa luce obliqua
e l’animale in agguato
oltre le squame del tempo
che si dibatte sulla riva
del cielo capovolto e delle onde.

Pomeriggio
macchie di luce fra stroncati rami
gonfi di gemme
la giovane donna seduta guarda lontano
oltre i rami
gonfi di gemme che non cresceranno
e vede il sole alto sopra i muri
oltre i tre uomini
di spalle

Ma poi per chi la raccontava quella
dell’annegato che ti tira giù
e nel corridoio l’amica
parlando a brandelli
da qualche tempo
s’è immersa nel nulla
e sono scivolata dice
quella dell’annegato
sono scivolata
per chi
dice
la raccontava ci si scosta
per non precipitare nell’abisso
degli occhi

Si spappola il cervello dice l’altra
i passeri sul davanzale
e può durare un’ora un mese un anno
è un grido cieco è l’anima che muore
i passeri vi trovano briciole
ininterrottamente notte e giorno
di timore non c’è qui
alcun motivo

E i due parlano
vicini
giovani sotto il giovane sole
filigrane di passeri nel volo
quando la smetterai con questo scherzo
lei dice
e la brezza del desiderio
come le ali ai passeri le muove
i lunghi capelli.
Sono colui che mai ti ha conosciuto
ed antico di mille anni
è il midollo d’immagini sepolte
nel tronco dell’anima
t’indicavo ricordi?
scheletri di tralicci e gru metalliche
e le sere e le nevi e le acque e i cieli

E venne poi l’artefice con l’urna
e la cifra bizzarra
oltre i sentieri antichi e l’erba nuova
oltre grida lontane di corvi
oltre steli che tremano nel vento
e venne un albero tagliato
e venne il sonno.

Così va bene grazie
a ritroso
attraverso generazioni e secoli
erbe sfuggite al faticoso seme
i millenni le ere interminabili
per riapparire ora
al cielo nudo in questa primavera
maldestramente dipinto
col grande sole falso di cartone
così va bene grazie
il senso d’ogni cosa è chiaro ora
fermo stabilito
come l’ora del turno agli infermieri.
Io sono colui che veglia
quando il mio corpo dorme
io sono colui che esplora
la pioggia sull’asfalto bagnato dalle luci
io sono colui che all’ultimo fiume
accompagna la notte
e guarda
il pettine d’argento
il molo dell
e anime
le grandi navi che mai salperanno
sono colui che immobile sta dietro
la vetrata nera.

Giordano Genghini
(’85 – ’93)
 

 
POESIE DI ENRICO BESSO (EBY)

S'ATTARDANO I CHIARORI DELLA SERA


S'attardano i chiarori della sera
ed è un incendio rosso il vecchio molo.
Giù alla marina l'aria è a pizzicotti,
ghiaccio a cristalli è il sale sulle labbra.

In questi tardi giorni di settembre
spiuma nell'onda l'ultima illusione,
quella promessa al buio sottomuro,
la fuga degli sguardi sul domani.

Pesa sul cuore questo mare scemo,
che prende e poi riporta ciò che ha preso,
pesa anche il tonfo sordo del silenzio

e questo vecchio immobile pontile.

Risillabo tra i denti piano un nome
e in me si muore l'ora della notte.

*

IN QUELL’ANDARE A STRUSCIO MURO D’OMBRA

In quell'andare a struscio muro d'ombra,
sfugge, tra un battito di ciglia e l'altro,
l'ora del giorno che si appresta a sera
e mi dolora, genuflesso, l'ansia
nel dormiveglia tra la pietra fredda
e l'incartare del sole in persiane
rigate a coltello dal vento.

Come
il muso del cane, che mi somiglia,
scompiglio l'ombra a questa vita morta
nel segno dei miei denti sulla mela.

*

LA MIA ISOLA

Confina a nord con l'orizzonte
l'isola che il male, a sud, lentamente
consuma
e all'onda, il gesto,
straniato anche Dio,
è un passo incerto alla battigia, stanco.
Riscatta il tempo, la sopravvivenza,
rabbrividisce al volgersi, la fine,
ché di perpetuo non esiste il moto
e nell'oscillazione è l'amarezza del domani

di quest'isola mia.

*

SMURO, A TRE PASSI DA UN’ORA QUALUNQUE

Smuro,
a tre passi da un'ora qualunque,
l'intrigo complice delle stagioni ormai perdute
e in questa vedovanza di sorrisi,
al gelo arato di rughe,
lascio le stoppie scritte a bordo pagina,
cariate da menzogne dolorose.

Oh possa io confondermi di nulla
migrando sulla rotta delle rondini,
oltre l'icona della sofferenza,
ortogonale a un tronco di carrubo.

*

DILAVA LA PIOGGIA DAI VETRI

Dilava la pioggia dai vetri
che già declina, obliqua,
l'ombra nell'incorruttibile sera,
dal ballatoio sul cortile.

Non sento il tuo odore da un anno
e prigioniero dei ricordi fiuto,
come un cane randagio,
ogni angolo del nostro letto.
Spengo la notte nei lampioni
di strade che non conoscevo
e il giorno mi sorprende vivo
col cuore appeso ad un bicchiere.

*

ABITO, PALUSTRE, LA CODA ACCESA DELLA LUNA

Abito, palustre,
la coda accesa della luna,
il semicerchio stillante
a graffiare la notte con le dita,
la polvere di stelle tra le cosce.

Ho scoperto la morte, bella!
- Vuoi forse fare l'amore con tua madre? -
E l'ho odiata. Poi, sono andato a spasso nel cervello,
attraverso il naso, l'occhio,
fino a palpare il sesso dell'ipòfisi,
orgasmo di una sega circolare.

Ora, sono così come mi vedi,
- un non vivo - e siamo in tanti,
ci diamo appuntamento al buio,
guarda, l'ultima a destra è la mia stella,
quella dove scrivo, vivo,
tutte le mie poesie.

*

LO SPECCHIO NON RIFLETTE PIU’ CHE GLI OCCHI

Lo specchio non riflette più che gli occhi
e smascherato il viso al giorno,
schivo, nell'estro di luce,
l'ansia rubata di soppiatto al buio.

Non puoi conoscere quel vuoto
- a richiamare con la mente un gesto
e abbandonarlo, vinto,
ché anche una lacrima è fatica -,
non puoi.

Hanno le mani piccole i bambini,
piccole mani ad inventare grandi sogni
sui vetri appannati di fiato,
la morte è altrove.

*

A FISSARE INDELEBILE NEGLI OCCHI

Di questo ferragosto - avanti un passo
lungo le diagonali in mattonelle grigiorosso sporco -
ricorderò la balconata a mare
e il cielo a picco nell'alga che si piega a cartapesta stinta sugli scogli.

C'è l'agonia dell'onda lasca,
al ritirarsi lento dell'acqua,
in rassegnata attesa della fine.

- Clicco su pause, fermo immagine,
a fissare indelebile negli occhi questo istante. -

C'è un pò della mia vita
nel sale a scaglie che rimane.

Nell'aria a graffi e brividi, lontano,
a pelo d'orizzonte oltre lo sguardo,
la sagoma sfocata di una nave.
Sarà la vita che continua o forse
la vita che, passata, è andata via.

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LUCIANO SOMMA

SERPENTI

Michel sempre sporco
Michel senza casa
Michel senza lavoro
Michel senza nessuno
Michel deve morire
per circa un quarto d'ora
in una rue
della Paris lumiere
un gran falò
ha fatto luce
all'ombra dei serpenti
vigliaccamente
anonimi striscianti soddisfatti
per l'avenue
ora Michel
da cenere
è già vento.



SU BIANCA E' CADUTA LA NEVE

Bianca sa che il padrone non torna
ma lo aspetta ugualmente
l'ospedale è a due passi da lei
come il cibo
che non vuol mangiare
perché la memoria sua è ferma
alla mano callosa ma buona
che le carezzava la testa
ed ora che resta?
A che serve il Natale
(perché sa, lo ha capito
guardando
un albero pieno di luci
ch'è festa)
se il suo amico più caro non c'è
eppure lo cerca caparbia
nel viso di ogni passante
ma l'odore di chi amava tanto
è ormai troppo lontano
l'aria attorno si è fatta di gelo
le si appannano gli occhi
su Bianca è caduta la neve.



* * *

CARLO MOLINARO

Al ristorante economico
Dal bicchiere di plastica trasparente
illuminato da una lampadina
l'acqua del rubinetto fa riflessi
chiari sulla tovaglietta di carta
azzurra con pubblicità stampata.
Non c'è bisogno di cristalli di Boemia
né di candele profumate
né di tovaglie di pizzo o di liquori.
la meraviglia che sempre sogna è dentro
l'occhio-pensiero, l'anima che guarda.


Torino, 19 agosto 2000

*


PAUSA

Più prosegue la vita, più mi scopro
in balìa delle cose. Forse l'io
è davvero zavorra da lasciare:
non resterebbe, allora, che tacere
nell'attesa fiduciosa di ciò
da cui la mente fugge inorridita.
E' solo un'ipotesi come un'altra.
Ci sono tante cose che non so.

* * *

TERESIO ZANINETTI
(1947- 2007)

MI APRIRO' IN DUE

Mi aprirò in due
come guscio di ramarro alla frontiera
nel rigonfio del vento, parentesi graffiata
sul prepuzio dei miei sogni rapaci
che già morte pregustano indolore
Mi aprirò in due e sarò in un libro nudo
di bufera il precipizio
mentre cancella solchi d'abracadabra
la vecchia cornamusa avventuriera
Mi aprirò in due, brivido mai raggiunto
al culmine del coltello
nel centro del cranio
Io, come tutti come nessuno
alla foce del capitale
consegnerò la scorza della storia
Mi aprirò in due per non essere Uno
che ancora pensa Trino. Col coltello,
per mostrarti quanto sei lurido,
io mi aprirò in due

*

A questo non m'abituo
(Leggevo il tuo profilo esangue nei libecci
arrancando tra gladioli e fiordalisi
dentro i covoni della morte in panne):
questa luce falsa gli occhi, tradisce
bisogni e pazienze, stronca
sul nascere bocci – a questa luce
dai lividi brulli non s'abitua
il liso ricordo del domani in croce.
(Leggevo le tue rughe nei cristalli tintinnanti
assaporando intrecci mozzati di mani giunte
nel girotondo degli scorticati vivi) –
Forse era Natale o Capodanno, viziate
di droga capitalista le famiglie serravano
pance e manette (panettoni, anitre all'arancia
figli & figlie parenti stretti al collo
da gustare al dente)
- forse era l' altr' anno o non ancora.
Sta di fatto che a quest'aria di morte non m'abituo
Mentre il boia sorride con piacere automatico
ancora la mia mano rifiuta dovute tenerezze.
Sto con le mie prigioni dentro il piombo
del mio corpo stretto. Sto.
Non so come né quando. Sto.
Con il cranio dell'odio di classe. Sto.
In un mattino disatteso e stanco
qualcuno esplorerà il relitto
delle ossute gimcane a piedi freddi.
A questa maturità che selvaggiamente delicata cresce
solo un grido – domando – di vendetta e di riscossa,
dolce e tremendo come il dolore
nel tuo profilo esangue, trasparente, vivo.

 

 

GIORDANO GENGHINI

I.
Distesa sul mio cuore, l'anima mia respira.
Sul volto della foglia risplende l'universo.
Rapita dentro il corpo, attraverso lo sguardo,
la luce immaginata crea ricami e colori.
Rivestito dal mondo, cinto dagli orizzonti,
l'alto soffio del sole fiorisce in cieli d'erbe.
Lo scoiattolo-nube gioca fra i verdi monti.

II.
Mille stelle in una bolla:
in un'ala di farfalla
vasti cieli di velluto.
Le galassie sono neve
e la luna è un fiocco lieve
nella tenue luce gialla.
Gemma d'anima rampolla
dentro il corpo che la culla.

*


FABIO GRECO

Notte si fa in me
più chiara
limpida del giorno.
A breve farà eco
un silenzio solo mio.
Nella quiete emerga
una distanza che almeno
d'illusione mi sazi.
Preda è l'anima ferita
più secca, nera di dolore.

*

Ogni volta
Ti ritrovavo
seduta su scale
di sale, il mare
fra morbide labbra
posava la linfa
ed esuli zattere
gemevano smarrite
nel silenzio
delle tue braccia.

*

MICHELE PIOVANO
a mia figlia

Diciamo tempo di marzo – e la luce
come niente sale agli steli
stretti sui fianchi.
Accettala,
quasi sussurro dalla soglia: è poco,
poco più di un gioco
amabile contro la guancia.
La pelle è viva e tu
senti il volto confuso delle cose,
l'enigma che si sbianca uguale al bianco
sulla magnolia. Un brivido
tace dopo il travaglio dei rami,
più stupore che evento. Ora è voce
di fiori oltre il cortile.

 

* * *

FLAVIO BALLERINI (Pesaro, 1951 – 2006)

(Per Kostas Kariotakis)

Per compensare tutto questo sole
d'aprile leggerò un poeta triste
la cui luce diverrà meno tetra
più attutita la vacuità del giorno
Resterò con i versi come in chiesa
- anche se dinnanzi a un inquieto mare –
in attesa che lo spirito aleggi
e come in una sentita preghiera
un angelo delicato e deciso
aprirà il cuore alla più pura pietà
Questa è la carità che voglio offrire
alla spirale nera dell'anima



* * *

LUCA ROSSI

ATTESA


Foglie gialle
di un morto autunno
stavano a noi vicine,
nel punto in cui tenevo la tua mano
perché ti pensavo
troppo debole
per stringere il mondo
tra le dita.
Luce di luna che scompare
quando nuovamente fa mattino:
le stelle, l'infinito, il sogno…
Un dire oltre la notte
la nostra pena, un pensiero estinto.
Tra le mani
un filo d'erba
da porre intorno al cielo
con il quale un giorno
avresti ucciso
la lunga attesa
gridando verso il sole

 


 
ANDREA CROSTELLI

Da: "IL CONTENITORE DELLE NUVOLE" - 2001
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra (AN)-

LA MUMMIA

La mummia del mondo
non può ascoltarti,
sei per lei
ciò che è lei:
un organo senza fiato.
Le giri intorno,
cerchi una fessura
... occhi persi
dal grande dolore...
la cantilena del delirio
è fumo che non si posa.

*

VASTITA'

Il trapezio della luna
è un disco volante,
sul rettangolo azzurro
colpisce di luce la piccola sfera,
al ritmo di ping pong
le risate nella vallata
sono il tuono sangue del cocomero,
la gracchiante eco dei corvi.
Solitario
voli airone
al tuo nido di polvere,
congelati occhi
ti troveranno mai
Sul treno della luna i vagoni delle nubi.

*

ARMONIA

Mi cala la notte sulle spalle
il pesante mantello oscurità,
pensante paroliere al leggio
sfoglia veloce libro di parole
sulla bocca del silenzio.
L'arma in più
è l'estasiante sorriso.

*

SEGRETI...

Vero ufo
spia accesa, il Sole,
scopre segreti al sorgere,
arrossisce il tuo sguardo,
timido ti volti,
ombra che tradisce
l'anima svuotata

*

VENTO CIPRESSO

Il vento cipresso
spiraliforme nuvola,
cuscino spiumato
ventaglio carezzevole,
dormitorio perenne
pacificato spirito.

*

LA RETE

Il letto del poeta
è un fiume adagiato di parole
dove scorrono i nostri sogni:
pesci che di tanto in tanto
saltellano al di fuori
all'aria fossile:
imprimatur versi
la cattura immortale
del pescatore.

*

"CARTA BIANCA"

A Plinio Acquabona
e alla sua poesia

Non sempre
così felicemente sera,
sciogliere grumi di poesia
nelle mie vene.
Esse son lì,
a gridare solo d'esser prese,
parole di sangue universale.
Spazio in "carta bianca"
l'invenzione e l'ecclimetro
succhia al poeta.

*

FIAMMATA

Spandermi fumo
mentre l'azzurro si spegne
e arde coniato il mar rosso.
Odoro già di cenere,
vedo consumarsi
il braciere della mia esistenza.
Dondolo vuoto in cielo
ascoltandomi sereno.

*

L'ATTO

L'amore è lasciarsi
succhiare il sangue,
è un atto di farfalla
che si posa lievemente
sulle spalle dell'Infinito.

*

L'ENERGIA CHE EMERGE

Il bosco dei frati
muove il suo cappuccio stasera,
come dentro una conchiglia
tutto il respiro del mare in tempesta.
Ma non c'è inquietudine
in questa mia Pasqua,
landa di rassegnazione.
Io gorgo torbido d'un fiume
col collo radar di struzzo
rifiato dal mio circolo senza uscite.
La fede è l'energia che emerge
per camminare sulle acque,
passare a porte chiuse,
aleggiare da risorti in cielo.

* * *


Da: "DENTRO OCEANI"

(poesie e pitture per la Mostra
tenutasi a Belvedere Ostrense nel luglio 2008)

Oscuramento

Quanto mi spegnerei facilmente qui
all'ombra riarsa di un sole tagliente
alla memoria lugubre di un epitaffio immemore
quanto mi spegnerei facilmente qui
dietro il vetro che scompone il mondo
e ne clicca il suono oltre il suo sigillo
Loro son là per la strada maestra
e io di qua chiamo il mio maestro
che non arriva se non nella raccomandata di esistere.

*

Il ratto

Su questa carrozza dondolante
i cavalli, spossati, a volte si riposani,
sempre all'erta al morso del serpente,
alla rapina del fuorilegge.
Tutto ciò è il mare la nave le vele,
i tentacoli della piovra e gli agguati dei pescecani:
Terribili ansie a chi cavalca le onde,
insidie nascondono le acque
mostri per chi non può vedere.
Non gioca a carte scoperte l'Oceano,
luccicante il dorso che svia il tuo sguardo
pensi "adesso bara" e bara si fa paura.
Dubbi sulla sconfinata limpida onestà,
sincerità trasparente che non ha facce
se non la tua che vi riflette
l'anima sperduta inconsolabile dell'uomo.

*

Io sono sempre altrove

1
Ho ribaltato le mie case
e le mie cose in mare
lo faccio ormai da quarant'anni
ogni mattina quando mi guardo allo specchio
e vedo il vuoto più assoluto
piombarmi addosso
naufrago di me stesso
e della malattia che mi porto appresso:
l'ancora delle mie pazzie
gettata nell'universo senza suolo

2
Sbatto le palpebre
che si riaprono
nel nulla è cambiato
la mano del mondo
non sa dove sono
e non può afferrarmi
sono invisibile
come palpebre mute
che fanno meno rumore
e ancora meno presenza
della quercia che pensa...
io sono sempre altrove

3
Inoltrato dal silenzio
nel mare può vogare
il mio verso,
suono di bassa frequenza
ecoscandaglio di balena
parole viaggiano a lungo
sotto il braccio del mare...
... e il mare
sfoglia libri...
intanto smemorato
il mio viaggio
porta me altrove
senza rileggermi

*

Ad Antonio Santinelli

L'onda, respiro del mare.
Soffiavano dalle nari i tuoi cavalli
un forte attaccamento alla terra,
un forte respiro di vento.
Voleva esser pieno il tuo passo
del giallo frumento verità,
dorato segreto dell'arte
a piccoli sorsi donato.
Appesa ai tuoi occhi e frapposta
l'atroce meridiana del tempo
fissava l'ora senza nome,
priva di sole e fughe d'ombra,
la somma di tutte le ombre.
Oggi guardo il pulviscolo dorato
nella fascia di luce: moscerini
in sospensione: catalessi del corpo
dell'arte, e penso a te, amico caro,
mentre passi ancora fra le nuvole
e sposti l'aria dei miei pensieri,
a te che mi gridasti aiuto senza voce...
riprendo a cavalcare in groppa
al tuo cavallo con la tua forza
in corpo, dopo che, per un attimo,
il tuo passo si fermò, il mare
ritrasse il suo respiro
e fu la secca.

* * *

Da "PAESI DI MARE"
Circolo Culturale La Gioconda - Ostra
Tecnostampa Edizioni, 2008

11 novembre 2007

Concentrato
su una gamba sola
come un fenicottero
raggiungo
stasi ed estasi
e perdo così
anche l'ultimo appoggio
mentre la mente
porta lontano
nel giorno che fugge
dal corpo
e il corpo alleggerito
lievita sospeso
galleggia a mezz'aria
improvviso s'impenna
mette le ali e insegue
la mente già lontana
per riaccorparsi a lei
accettando l'eccezione
della gravitazione
al posto del consueto
toccare piedi a terra

*

Provvidenza

Sembra allentarsi intorno
il foro dei chiodi delle stelle
ma non v'è pericolo che cadano
oltre il mare che le accoglie
con il suo salvagente
resteranno a galla
oscillando ancor più nel loro tremore
ricordando il mio spalpebrare
muto e sperduto
così anche i miei quadri
protetti dalle ali degli angeli
non si staccheranno dalle pareti

* * *

Andrea Crostelli è nato nel 1963 ad Ostra, dove vive e lavora.
Collabora con diverse case editrici come illustratore,
fumettista, critico artistico-letterario. Espone le sue opere
in Italia e all'estero. Ha pubblicato varie raccolte di poesie, e
l'opera per cui ha ottenuto lusinghieri consensi dalla critica,
"Nei Mari di Melville" (Moby Dick, 2004).

 

 
TERENZIO FORMENTI

ha iniziato il suo viaggio nell'infinito
sabato 25 aprile 2009

[Poeta, psicodrammatista, psicoterapeuta, "persona attenta ai sogni,
alle immagini, alla fantasia, alla natura, alla vita" -
col quale ho avuto una breve corrispondenza alcuni anni fa, in occasione della
mia partecipazione alle "gocce di rugiada" (dewdrops) tradotte in molte lingue.
Bresciano, aveva 86 anni .]

"mi farò una casa nel vento"

mi farò
una casa nel vento

giocherò
con le nubi

mi poserò
sul vecchio baobab

mi confonderò
con la sabbia del deserto

fischierò
fra le rocce
canzoni d'amore

e

finalmente stanco

adagiato sulle onde

mi lascerò cullare...

dolcemente

*

IO SONO L'ARCOBALENO DELLA NOTTE

a Paola

Io sono l'arcobaleno della notte
nato dalle tenebre in questa sera di magia
mi chiederete quali sono i miei colori
chiudete gli occhi e li vedrete

sono il pianto di un bimbo nella notte
la luce negli occhi di due innamorati che si cercano nel buio
i sospiri i sussurri i baci di un incontro d'amore
un fuoco d'artificio che nasce dal buio e muore nel buio
sulle rive di un lago in una notte di festa

sono gli occhi di una tigre in amore che bramisce nella giungla
le luci di Broadway e di Chinatown
gli occhi di un gatto
che miagola alle stelle sul tetto di una baita
una falce di luna
che taglia la segala in un prato di montagna
gli occhi di una volpe
che ha deciso che questa notte non ammazzerà
gli occhi di una lepre
che rassicurata bruca l'erba di un prato tenero
i palpiti di luce di una lucciola
che cerca la sua compagna fra i cespugli
sono i fantasmi e i folletti buoni
che compongono i sogni della notte
uno gnomo
che gioca a nascondino con le sue immagini
la serenata di un grillo del focolare
un fuoco fatuo
che illumina le paure di un viandante
le favole di un nonnino
narrate alla luce dei tizzoni ardenti
un vulcano
che proietta nel cielo i suoi lapilli di gioia
il pianto di stelle della notte di San Lorenzo

sono un piccolo uomo
ma sono anche
l'arcobaleno di questa notte di magia

un frammento di infinito

Terenzio Formenti

per maggiori informazioni vai sul suo sito:
www.terenzioformenti.com
 
 

POESIE DI PIERNICO FE'


8 marzo

Vorrei che un mattino ti potessi svegliare
né più moglie né madre
vorrei che un mattino ti potessi svegliare
affannata del tuo mordere lenzuola
tra sonno e veglia,cercare la casa della tua ..
felicità
vorrei che un mattino ti potessi svegliare
a sguardi d'uomini nuovi,
colta da una goccia di mare
pararti gl'occhi per la luce abbagliante,
a passi nuovi nel mondo imbiancato
di fresco.



CASA DI CAMPAGNA

Nella mattina serena, giungo al tuo riparo di palma
d'una schiuma di mare e vento riposo.
Mi è muta nella forma e negli odori la tua ombra
a rivedere il luogo d'Africa lontano.
E' canto come di tamburo il tuono,
solo ad annusare bucce vive di cocco
e bave di mare al sole, sto bambino.
Casa mia di mare aperto, anima antica ritrovata
vento che urla caldo sui tetti di lamiera
grida di gioia nella poca luce elettrica
nei pochi pesos per una comida
nel nascere d'un altro figlio sorridente
e in tutto quello che il mare rigetta a terra di notte
trovare con mani di sabbia frutti d'odori e sale
ali distese d'uccelli lillà e forza a vivere del nuovo.



CITTA'

D'una mia ombra
è la concentrazione urbana.
Il mostruoso ombreggia,
della sua catastrofe
issata e crocefissa
in boati grigi e strozzati.

Abito qui sottoposto al cielo
offeso d'una ferita sottile
io vedo io annientato e luminoso,
esplosivo nel fine del mio nulla,
mi vedo Narciso sorridente e morto.



FEBBRAIO IN LIGURIA

Febbraio in Liguria
è forse una vigna che prega in alto
e al mare ossute ramaglie lancia in frecce;
avara di sé rotola a levante
questa poca luce che fuga in relitto
e ci s'accorge di questo luogo,
 d'ordini senza suoni,
delle vuote ventate, d'un segno che vede
   | gravi
nella chiarissima luna,
le torte mani vive d'un orto.



L'AGO DELLE STELLE CADE

L'ago delle stelle cade
sul lago bianco delle strade terrestri
inonda i miei labari ostinati e stinti
mi scruta nei miei passi nemici alle leggi
   | delle foglie
trafigge l'ombra nel chiuso delle mie mani
preme sulle torri latebrose del mio abitare
stana giorni rugginosi negli attrezzi dimenticati
cade sottile in frantume vivo
parla il muto ordine della luce
percuote il tempo breve della mia ora
serba per me lo sguardo verde della terra
   |e del mare aperto.



NERVI

La cittadella di spiaggette
abitano le barche lo spazio breve,
dove l'azzurro illumina il pitosforo;
il mezzogiorno scolora violento
le fiamme d'ombra nane,
è il calpestio confuso e scuro
che a una svolta svanisce
per ritornare a nuovi suoni fuso.

Lento nel consumare il tempo
di questo giorno di mare,
è il bianco gesto delle vele
il ritornar l'andare.



OMBRA VERDE D’AFRICA

Ombra verde d’Africa
Che muori d’un silenzio sempre nuovo
E vivi d’un fiato quasi estinto,
D’occhi di madri bambine
Di bambini soldato.

Sei mani stampate sui tuoi muri
Graffiti di colpi d’uomo.

Africa lastricata sulle strade d’Europa
Sei nobile provincia del mondo conosciuto,
Umida delle tue acque e del tuo pianto
Ardente dei fuochi della terra
Colorata dei frutti e delle foreste.

Fai legna da ardere di questa croce disabitata
Respira dell’aria affidatati.



SONO ROVINE D'OMBRA

Sono rovine d'ombra gli alberi
che intorno stanno senza suono,
com'è successo e dove, quando
l'aria ha chiuso il suo sguardo?

Forse nel rumore fumigante d'odio
o nella barbarie che vince il muro,
derubato dei miei desideri
strillo come moneta al nichel!

Mi sorprende quel che di me è vivo
nella mia antica carne bianca
povero d'ogni cosa
solo sul marciapiede sputacchiato.

*

Piernico Fè è nato il 15 maggio del 1952 a Borgio Verezzi (SV). Ha svolto
un'attività in proprio come fotografo per circa 30 anni; ha fatto della
Repubblica
Dominicana (in particolare) la sua seconda patria dove lavora e vive buona parte
dell'anno. Ha la residenza a Genova. Le molte poesie scritte in tanti anni,
rappresentano per lui un diversivo per avere un interesse costruttivo.
E' presente, tra l'altro, in "Antologia Italiana - Poeti Italiani
Contemporanei", 2006





CORRISPONDENZE DI AMICI POETI



SEBASTIANO AGLIECO


 
                        FRAMMENTI DELLA VOCE
 
Come un canto si sprigiona la sera
dai tuoi occhi
e in questo istante accetto di parlarti
verso la notte non c'è vento, né aria
solo attesa
perché il silenzio non dice che silenzio
e mi stupisco se il nome ancora chiedi
il tempo, l'ora, e ti dimentichi
che nulla ti può atterrire gli occhi
l'anima di colpo guarisce
quando ad un tratto dispare il riflesso della luce
 
Quanto ancora ti porti del mio sangue alla deriva?
dove tu attingevi scorre un fiume eterno di malinconia
ferita che sempre nutre le diaspore
a fondo devi scavare per trovare la sorgiva del tuo cuore
lì disseterai le solitudini
e spogliato dei tuoi amori, infine
ti disseccherai
 
Sempre il limite della tua terra varcherai
e ti parrà il ritorno sempre una partenza
e la partenza ti parrà sempre un ritorno
perché a lungo cercato sempre troverai
perché a lungo trovato sempre dovrai cercare
 
Non c'è niente che non abbia in sé un seme
e allora non chiedere l'origine e la fine
ma passa oltre e guarda dentro l'abisso
protenditi, e vedrai la tua vita
che ritorna dalle larvate strade
e la riconoscerai, come intatta
alla vista di un tremante colore
 
Quello che chiami ritmo
è un vuoto formicolante che si mostra in tratti
isole pulsanti dai confini calmi
o tumultuose prevaricazioni del respiro
io sono la forma della voce che sempre invochi
io sono, altro non posso dirti se non descriverti
questo esistere nostro in un ritmo più grande
ombra nella luce in cui respiro
luce nell'ombra in cui sono respirata
 
[dalla raccolta: "Poesie per la riconciliazione"]
 
 
*
 
GIUSEPPE GORLANI
 
SE VOLESSI
 
Potresti, se volessi,
togliere ombre dalle pareti delle case
tornare al pozzo cui s'abbevera la vita.
Se i tuoi pochi anni non annaspassero
distratti
in melmosi cortili senza cielo
ove s'assommano parole vuote,
potresti evocare cherubini e dèi,
comprendere la sapienza apofatica
dell'Areopagita
e rinascere nella quiete viva del cuore.
Ma ad abbracci d'innocenza
ti rifiuti.
Nelle orecchie trattieni seduzioni
striscianti
e in utopie televisive affoghi
a poco a poco.
Potresti sul nulla dei miraggi soffiare
con gote d'oro,
il mondo ricordare degli antichi eroi,
risalire al Principio,
spaziare sul mondo.
Potresti raccogliere l'amore
con mani sicure
e benedire
libero da pesi e fatiche.
Realizzare il Bene potresti se volessi,
ma non vuoi
ed innalzi inni alla materia,
inventi dicotomie, catene, muri, distanze,
tempo, evoluzione, antenati scimmie:
paludi nelle quali spegnere la fiamma
che Dio pose preziosa in te,
sua emanazione diretta,
l'Uomo.
 
*
 
MARCO  MERLIN
 
Se ti dicessi
che ho ormai gustato tutta la mia vita
e il futuro mi è padre
 
diresti ch'è superbia, crederesti
di capire. Ma so vedere anch'io nel cieco
riflusso del millennio
l'alba del Quinto Giorno.
 
Quello che non comprendi
è l'oceano saturo di sale
nella goccia sorgiva,
è la piaga che ride sul mio volto.
 
 
L'ANGELO - LA MIA SORTE
 
            I
 
Sia benedetta ogni strada, ogni voce
ascoltata
            -se unica è la meta
 
Ma lasciatemi su queste rovine
a cercare la verità morente
il dubbio che ci libera. Io non sono
l'eroe che chiude nel pugno il passato
e punta le pupille dentro il sole
Io non posso       , il mio destino è qui, in qualche
libro già letto,
in un balocco rotto
o in un nome troppo semplice, tradito
a dovere nel figlio
dal padre, come un amore irredento
Il mio viaggio profonda
questo tempo, il futuro
preme dietro le spalle.
In un vagito l'angelo
mi chiama sotto i sassi,
impetra l'obbedienza
                          l'abbandono
 
            II
 
Comprendo bene
quale condanna dobbiamo scontare
trovare un nuovo
angolo di silenzio,
tornare a dire a sollevare al cielo
macigni di parole
e lasciarli ricadere su noi
 
Affondare le mani nella piaga
 
Ogni altra cosa
(anche la sapienza
                        anche la sapienza)
viene dalla paura.
 
La mia sorte è legare in ogni gesto
follia e umiltà
 
 
*
 
 
EMANUELE  ROZZONI
 
(Lethe)
 
Sei acrocori e piane e bacini
strapiombi fiordi di mare
impazzito e rade profonde
scaglie di rame inverdito.
 
Nero orifizio dirupo scivoloso
per dove piombo a precipizio
m'inabisso, dal tuo lethe oblioso
sgravato riemergendo
                                stranito.
 
*
 
L'acqua, il vento posa
tace il piovasco venuto
iroso a rimbrottarmi.
Sorridi, e ti si increspa il viso.
Conosco la smorfia gentile
non condanna, sentenza
(dicono che qui finisca l'estate)
senza assoluzione.
 
Spiove, salgo le scale
(pure già tarda l'autunno a venire).
D'altro che resta? Guardarsi le mani,
aspettare, chiedersi cosa faremo
 
domani. Rispondersi è meglio dormire.


***
 
POETI SEGNALATI DAL PROFESSOR
GIORDANO GENGHINI (MONZA)

 
tramite i circuiti postali della “xeropoesia”
negli anni '80-'90
 
 
 
TRE POESIE DI VICO PIAZZA
 
            1.
Standoti vicino, seduto così ad osservare
alberi, case rare, viadotti passare o restare
la giusta lunghezza della vita apprendo
in quest'ora meridiana d'ombre
corte come punte d'insetti, d'ombre
che nulla hanno di vita.
"Perché ci hai lasciati?"
"Viaggio ora solitario, so
che niente vale
ciò che mi attende".
Poi si interruppe - o così io credetti -
insieme cercammo la stazione. La radio
gracchiando francese, arabo, fischiava
gemendo. Vedi quel punto vuoto,
quel silenzio che ora temiamo
spostando - a dispetto della morte
che incombe - inutili le ore
ora, amandovi ora
poche sagome scorgo: la mia
le vostre riconosco.
 
            2.
Non so descriverti
che per somma di cenni
(tralasci di assecondare il mio sguardo).
Ti aspetto
contando i minuti,
i secondi, mi accorgo
ch'eri tu la prima
a dover pazientare.
 
            3.
Il volo trancia l'azzurro
lo incolora e srotola la strada
il nodo della tua venuta. Dicevi:
"Ciò che tu vuoi" - un'altra volta -
ed era un'arida ventata di scirocco.
L'ombra si leva agli angoli
solo un abile gioco di riflessi
metteva luce. Ma da te non traluce
alcun possibile nulla: era la tua mano
un segno, un pegno
senza proporzione essere
in quella sufficienza di perdono.
 
*
 
LUIGI GERARDO COLOMBO
 
            DIES ILLA
 
Dio distrusse la morte
creando egli stesso la morte:
ogni giorno
costretto a vivere
per destino o miracolo
l'uomo si prepara la sua distruzione.
In un'ora destinata
a sua insaputa
si ritroverà
svestito della sindone
dei suoi rimorsi divoranti
destato dai suoni
delle tube angelicate
per risorgere
dai rimorsi devastatori
completamente trasfigurato
in un corpo uguale e diverso.
Gli specchi andranno in frantumi
gli enigmi sveleranno ogni segreto
in una nudità abbagliante
finalmente sottratta
al crollo strepitoso dello spazio
e al franare irresistibile del tempo.
 
*
 
            CROCIFISSO
 
Non un fremito di pietà
viene dalla tua pupilla
alla mia anima in tumulto
ma il consenso accorato e costante
della tua mortale compostezza.
Nessun segno di stupore
né di rimprovero
nel tuo viso
che si china
in un bisogno di abbandono
sulla spalla destra
che è quanto di te
rimane da accarezzare.
Il tuo sguardo si rifugia
sotto le palpebre
e quando vorrei farmi forza
per avvertirne il tremito mi sento sospingere
ineluttabilmente
sul tuo cuore squarciato
per respirare
un alito
in cui si accordano
il tremito delle mie labbra
e il pulsare delle tue vene.
 
*
 
         ACQUAMARINA
                                      
PER LA MANUTENZIONE DELLA VITA
 

    MICHELE ARCANGELO FIRINU
 
 
Il mattino ti viene incontro, latteo,
adorno degli argentei ghirigori ricamati
coi fili di bave di lumache.
 
Ti ci vorrà quasi mezzo secolo
perché tu gli dedichi l'inchino
di quattro fili di erbe.
 
Il flusso delle ore verso di me si curva, radioso,
con deferenza.
 
Me ne infischio degli inchiostri più celebri:
io posso intingere il mio sguardo
nell'acquamarina delle mia mente.
 
Io sono obiquo,
se qui mi avvolgo e vado
in un saio di luce.
 
*
 
"HAIKU OCCIDENTALI"
 
composti durante un "Esercizio di Scrittura Creativa"
nell'Istituto 2E dell'Istituto Tecnico MOSE' BIANCHI di Monza
 
La morte
è un lenzuolo bianco
nel deserto in delirio.
(non firmato)
 
*
 
Vedemmo in loro
fitta la morte.
Tornammo a sentirci isole.
(non firmato)
 
*
 
Sospesa sopra il mondo
l'anima disperata vide
il suo corpo scomparire.
(Alessandro De Marco)
 
*
 
La via del sonno:
un fiume di ricordi che mi porta via
senza ritorno.
(Hu Bing Kiu)
 
*
 
Nel deserto era scesa
la mia colomba, stanca:
un lieve sogno nella sera bianca.
(Giordano Genghini - Insegnante)
 
*
 
PIERLUIGI PANZA

 
BENIAMINO
 
con gli occhi afflitti e con un pianto rotto
io sento come tu Beniamino
nel gravido convitto della notte
singhiozzi la speranza di un destino.
 
Tu che non morto voli un vento
che non è più dell'aria   tu   che non sei che aria
ma piangi a un respiro che può del tempo
cerchi un cercine di stracci nel cuore
 
un volto per volgerti ai vivi.
Oh! il tuo volto mi fa paura
mi fa paura il tuo viso furtivo
perché qui nel nido è già sera.
 
Ma ora che l'oscuro discende
e la regina si benda le ciglia
ma ora che la luna s'accende
e l'uncino arrotonda il suo taglio
 
tu chiara gora d'acqua
sorgi qual vento nel tondo del mio orto
e dall'urna per cui io giacqui
levati improvvisa nell'aria incerta.
 
O forse senza che ti veda
guarda fuori guarda la terra sotto
e senza che tu accada
rischiarati di te che non sai tutto
 
di te piangendo brilla
di te brillando piange
che già grave nel grembo della stalla
seppi di te che dentro ti raggiungo
 
e sono in te sono te... E già temo
che t'avrò tra il mio orrore
paura tra le paure e celato
ti conserverò tra il tremore e il dolore
 
di sempre.
 
[dalla rivista "il bagordo", anni '80]
 
*
 
MARIO TUCCI
 
STANZE SPARSE
 
 
Così ha pur fine l'inverno
l'ombra del cortile si addensa
dalla corte dei gatti innamorati sfuma
lo stupefatto febbraio. Ora che
m'è dato in tua memoria censire il mio tempo
e gli anni che ti ho attesa gli amici
mandano cartoline illustrate cartoline mandano
dalle frontiere dell'Ovest
da costole di azzurre periferie.
Thank you for a fine real time,
ma l'inverno ha graffiato
le strade di un tempo ha spento il lampione un sasso
prima che l'alba sorgesse dai bordi d'una
luna dimezzata; una tortora si schianta
nella barriera dell'ombra
si schianta a un segnale d'amore.
Parte di te mi chiama
dalla tromba di Satchmo per la campagna brulla
per filari indistinti per viottoli di bruma
quando la curva a un tratto si para davanti
e il prima di esistere salda un futuro
allo stridore dei freni al gioco dei piedi alla
scheggia di un brivido venuto da lontano.
 
***
 
L'erba nera della penombra
è un teatro inabitato affonda
nel silenzio delle tue ciglia nel sordo
mormorio della pioggia.
 
***
 
Ma vinta dall'ombra del prisma e del poi
una città riemerge dai campi dei papaveri
tra spiragli di nomi da ricomporre
verso le dune della sera
nella luna ridotta a sogno
oscilla lentamente dall' humus primordiale
d'una colomba morta.
Vira al rosso l'attesa della notte
alla prova del volo
voci distratte un suono
basta a scomporre ciò che non siamo
da ciò che non fummo per tutto
ciò che possiamo di nuovo gridare
mentre tubano allegre le tortore
e tu aspetti invano che il sonno
cancelli le tue impronte.
 
[da un numero del periodico letterario
"il bagordo"]
 

 


POESIE DI  PIERNICO  FE'  (2)



BELLEZZA


Sfigurata d'una luce lunare
l'ombra del cielo notturno
danza sulle tue spalle.
I segni pallidi
ti tengono tutta e sola...
Stendono rami e foglie e fiori
al tuo passo.
Rompe il tuono
e la nube del perfetto piove,
stiamo muti a bocca aperta,
soli sulla terra... desiderandoTi, una.


 
E IL TRENO VERRA'


E il treno verrà;
sferragliando il silenzio
delle nostre piccole stanze,
ci sveglierà con soprassalto
e il fischio s'appenderà
nei cortili interni delle nostre
 | giornate.
Sul filo del binario lustro
giovani viaggiatori
ci parleranno di fiori sconosciuti
vedremo uno ad uno morire
 | gli affanni
nella palma nostra della mano.
Nuove luci d'oro e scarlatto
c'insegneranno lingue nuove
e nuovo pane appena mosso dal vento.


 
DI SALE TROVO


Di sale trovo bianchi gli oggetti del mare
d'un parto notturno, vivi.
L'inverata segreta porta d'acque, per me s'apre
e d'un segno improvviso m'accoglie,
stanco ne esco da così breve viaggio
recando di me rozzi nell'abito attenti i sensi
ascolto negli occhi l'eloquio delle foglie
antico d'acque che piena le grotte
e scioglie in rugiadezza il prato.
Di me viaggia un poco, in questo bosco sacro
per me del segno è parte questo pane,
l'oggi inchiodato al tempo necessario
vile muore dei bisogni di bottega
estinto d'un miagolio di ferri.
Chi l'opera mostruosa trascina legalmente
da una coda oscura in ferite organizzate,
rovista il suo scegliticcio.


 
HAITI


Terra di folgori africane
ombre che lavorano
per le nostre sale da caffè.
Non le nuoce il delirio dell'oro
né il vento delle povere banche caduche.
Non un soffio sulla palma,
crescono nuove piante
e nuovi venti le raggiungono,
incurante di me, il mare attorciglia
nuove alghe e rigetta a terra
ad ogni alba, la notte.


 
MARE DEI CARAIBI


Sei l'orizzonte d'Africa,
sei noccioli galleggianti,
sei respiro di nubi terse,
sei sacri odori d'antiche are,
al Dio luminoso fatto uomo.


 
UN SOGNO


Quante di queste colline
saranno romanzo,
quante di queste foglie
saranno storia.
Purgata la terra dalla terra
e dalla sua eterna battaglia,
non sogneremo più,
non inventeremo scritture,
non ci saremo a vedere
la quiete senza noi,
finalmente...

 


<<<
 
 
MICHELE  PIOVANO
 
Da: "LA VITA E' APERTA"

 
Genesi Editrice, Torino, 2011
 
dalla sezione:
OLTRE IL CERCHIO
 
No, non mi bastano i contorni
incerti della polvere a demolire
pregiudizi trattative che lasciano
scorrere i giorni nell'indifferenza.
Forse col sogno respiro energia
nel gioco perenne delle invenzioni
restituendo al cuore la sua fantasia
se la vertigine sale.
Reale è soltanto la voce del vento
a risvegliare il pensiero,
tracciato a volo basso
che batte e ribatte nella mente.
 
*
 
Solstizio d'estate
Vorrei stringere la luce, ma quella
più che mai mi sfugge
e sempre più si addentra con tocco sicuro
nella caverna in cui le cellule
danzano e muoiono nel buio.
La stanca è nelle cose
vive o meno che mi ronzano intorno.
Il giorno estivo è da bersi fino in fondo
anche se in fondo al precipizio
agonizzano le idee chiare o indistinte.
Un colpo di artiglio e frana la tempia,
il frutto spiccato dall'albero
come ricordo di stagione.
Non so che dire del caldo silenzio
che m'insegue, ma a volte l'ombra
di un ramo si posa sulla mia spalla.
 
*
 
Guardo negli occhi il vicino
se l'abito si allarga e viva
è la voglia di conoscere. Avrà un senso
l'orizzonte che appare
senza direzione precisa? Buongiorno:
con un largo sorriso sgorga
il calore del giorno. Ora io sono quell'altro
che aspetta oltre la tenda.
 
*
 
 Piccole vite vagabonde
                                                a mia figlia
 
Sono piccole vite vagabonde
che lo sguardo coglie lungo il cammino.
Esistono chissà come e dove
vuole il gioco del destino,
come il fiore ai piedi della scala
che si nasconde agli empiti dell'aria.
Una voce lontana fa il cuore
incerto tra vento e quiete,
ma resiste il soffio impetuoso della vita,
nudo dolore e gioia
fino a quando odora il mattino
e l'ombra si nasconde fra gli alberi.
Ora le foglie indolenti si svegliano
alla cerca di un mondo che fluttua.
C'è una continuazione,
qualcosa continua oltre i cancelli,
qualche perplessità, forse solo percezioni,
come un volo di uccelli.
 
*
 
dalla sezione:
LE PULSIONI CONTINUANO

 
LA PAROLA COMPIUTA
 
Cielo sereno da cogliere come presagio
se risplendono le labbra
e l'aria calda dello stagno;
nell'orto si spiega la nuova insalata,
gli iris fioriti danzano
sopra le spade. E' il presente
che sgorga come efemera dall'acqua
quando giunge il soprassalto a farci vivere
e allora vorremmo la parola compiuta,
quasi un fittone di tarassaco,
così profonda da coprire gli altri linguaggi.
Tempo di vespe, di canti d'amore
che ronzano attraverso il fogliame
e nell'aria passa il rumore di una nuvola.
 
*
 
Bolle di sapone
 
Un amore sfiorito
nei prati della dimenticanza,
che torna con l'aroma di nuove visioni,
il consenso suona le sue corde,
l'energia della luna
bevuta dal cuore innamorato.
Oh, come tutto si può sorseggiare
lentamente in bocca.
Le stelle lanciano segnali
con il loro profondo sussurro,
e noi accendiamo e spegniamo la luce
dell'immaginazione, uno stare con le cose
che incantano l'oriente e l'occidente,
come una bolla di sapone.
 
*
 
Sosta in panchina


Qualche ricordo
rimane impresso sulla pelle
quando il verde cammina, il mattino
apre strade giornali
e le panchine ai giochi di stagione.
Tempo al tempo - la luce
viene crescendo come l'erba
lo sguardo svagato d'una ragazza,
da un cantico in gola conforme
all'aria che lo nutre.
Oh, la solitudine marcisce nell'ombra
fin che perdo l'esattezza della forma
il sogno che apre
e chiude le piaghe - i tratti del volto
gli ossi ostinati si distinguono appena.
Un po' di saggezza e l'amore
per la vita con le sue contraddizioni
mi seduce e confonde.
 
*
 
dalla sezione:
VICISSITUDINI

 
La vita è aperta
 
Un volto nuovo e la voce al citofono
galleggiano sul letto. Prima o poi
il magma si avventura nel cielo e noi
a cercare la musica che tracci la strada
dopo le macerie. Una gioia appesa
ai balconi fioriti e l'alfabeto
canta con accenti più giovani.
La vita è aperta
a inventare nuove prospettive.
Notazione di un attimo - qualche lettera
in stampatello barcolla sulla pagina
ma non si arrende, anzi,
di fronte al bene e al male
si arrampica in aria scompigliando i princìpi.
 
*
 
I passi della luna
 
E' tempo di fermenti
incuriositi più che mai
alle varie stranezze. E' lì la vita?
Il sorriso si è spento sulle pietre
e la luna va scivolando nell'ombra.
Scusa il ritardo per un fatto banale:
la notte si è appoggiata
a una finestra semiaperta.
A volte inseguo il cammino dell'acqua
lungo i tubi del muro,
i pesci blu a spasso con le stelle,
la neve che cade a pois,
due cavalli marini imbizzarriti.
Hai visto? si è incrinato il bicchiere
e cricchia il legno scollato del parquet
sotto i passi felpati della luna.
 
*
 
 La cresta dell'onda
                        "Intorno a te si torceva la vita"
                                    Cristina Sparagana
 
Il guizzo delle isole appare all'orizzonte,
il volo degli uccelli marini
sopra le vele srotolate.
Adesso il mare ha il colore del vento
che cigola dentro le sartie
e fa incerte le nostre speranze.
Tempo, dici, che affila i nostri corpi
rendendoli vigili e attenti.
Guarda come splende la voglia della vita,
ma la vita è scavata dalle ondate
e sembra che il bar cada di sotto.
L'acqua manda barbagli,
una foga leggera
a sostenere la marea che sale
sale fino a entrare nel porto
con disinvoltura. E' impossibile
fermarla - quanti flutti
levati si sfilacciano nell'aria.
 
      <<<
 
 
Note biografiche:
Paolo Valdossi è nato a Leggiuno (Va) nel 1944. Da sempre a Milano,ha lavorato sempre nell’industria farmaceutica. Ad una vita esteriormente semplice e monotona, tra lavoro,famiglia e sacrifici,si contrappone una vita interiore
solitaria e schiva, nel poco tempo libero, molto varia, tra scienza, filosofia, musica e l’arte della parola narrata e cantata, in un crescendo che lo
ha portato, nel 2009, scoprendo il Web,ad affidarvi i suoi lavori.   Ha
partecipato ad alcuni concorsi, per prova, con risultati positivi.
 
 
                             
IMPROVVISA   E’   LA   VITA
 
 
Improvvisa è la vita
Improvviso è l’amore,
sussulto,lunga notte di pausa,
tra sogni,veglie,domande,silenzio.
Il clamore della morte,
la cascata,là in fondo,
quando finiscono gli istanti
e lo sguardo si vetrifica nel gelo,
l’ultimo dono del respiro
che rende il nome al nulla,
il vieni,qui,ora,poi non so.
E resta il fragore delle domande
che si gettano nel vuoto,
precipitando nel salto a valle
in uno scroscio di scintille al sole
O l’eternità
celata dietro la porta chiusa,
per dirti cosa fare.
Forse un sorriso,un enigma.
Improvviso è il Mistero
che ti abbandona solo
tra le onde lunghe del mare,
in attesa.
 
 
 
LA   VECCHIA
 
 
Questa vecchia,
fiore avvizzito,
lo sguardo un po’ perso,
le labbra tremanti
e curva dagli anni,
ha ancora negli occhi
un color di velluto,
di madre,di bosco,
di notte,di buio,
quando abbracciandomi
scacciava i fantasmi,
e sussurrava l’amore
con il caldo suo corpo,
ed io un ricamo
su un arazzo dorato
 
 
 
SONATA   PER   VIOLINO   SOLO
 
Sonata amara
sulle corde di un violino,
che vibrando nell’aria tersa,
sfarfallano emozioni accecanti,
e galleggiano lievi,
spiovendo sulla carne antica
che le accoglie in un sospiro,
e s’irradiano calde ai confini,
tornano nello sguardo
con cui mi cercano le tue mani,
nella penombra vellutata
della casa d’inverno.
E sei un sogno perduto,
che mi stringe la gola
sulle note che s’inerpicano
in un incendio di dolore,
mentre,docile,l’arco scivola
sulle corde del tuo violino
che accende di suoni
la malinconia nascosta.
 
 
POIESIS
 
Ridere e piangere
Figura di vento
Su ali bianche
Nella distesa del sole
Gli occhi umidi arrossati
Sfolgorano l'attimo
Con cui mi cerchi
In fondo alla solitudine
Tra la luce dei prati
Stellati di rugiada
E il tuo abbraccio
Cancella il tempo
Le rughe del dolore
 
CANE   RANDAGIO
 
Quando allontani i tuoi passi
Per non vedere la mia mano
Tesa che ti grida aiuto
E il mio puzzo di sporco
Che apre il mio mondo
Alla pozza fangosa
Della lubrica miseria
Ti guardo bianca svanire
All'angolo della vita
Dove mi lasci solo e perduto
Bieca vescica d'immondo
Che vorresti cancellare
Con uno spruzzo di veleno
E non so più piangere
Affondo nel mio vino di cartone
E nella tua coscienza infame
 
MEDITAZIONE
 
Fiorisce un canto
profilo imbronciato d'alture
a stringere i confini del cielo
nel guazzo delle nubi
di bianco sfumato
e scivola il mattino
sul declivio leggero
dell'anima di vento
che abbraccia l'istante
nel verde greto di selva
increspato dalle cicale
 
BALLATA
 
Vapore di cielo negli occhi stanchi.
Vagano fiocchi di luce,
Bianco sorriso d'argenti
Tra gli spruzzi salmastri,
E l'immenso che srotola
Il suo tappeto di luci sgargianti,
Tra noi e il Mistero silente,
Che aspetta nell'ombra fresca del bosco
Il crosciare dei miei passi,
Tra ricordi che emergono furtivi
Nelle macchie verdi abitate
Dalla carezza dorata del sole.
E tace la vita,in un sospiro.
Aspetto la sera sospeso tra il nulla
E il torrente delle parole
Che a balzi scendono a valle
 
MI  DIMENTICHERAI
 
L'acqua scioglierà i lacci
ai tuoi calzari.
Mi dimenticherai,
libera sulla bianca sabbia,
tra il grido dei gabbiani.
Mi dimenticherai,
nel frastuono delle onde
che battono ai tuoi piedi
e scavano un abisso
che cancella il mio nome.
Mi dimenticherai,
nei giorni della pioggia
che canta sulla gronda
e profuma l'autunno
di grigia attesa.
Mi dimenticherai,
e sarà ancora primavera.
 
 
 
 
 
EZIO FALCOMER
 
La poesia come rischio e tensione espressiva, vitalistica; rabbia, risata ed
ebbrezza. La poesia come diario dello scacco e della perdita, diario di bordo
nel naufragio di fronte al nihil e alla malattia. La poesia come canto
dell’amore e dell’eros: selvaggio, pagano, orfano biblico o, più semplicemente,
alla fine della tradizione. La vita picara raccoglie tre anni di percorso
creativo ed esistenziale sviluppato attraverso il blog e nel dialogo e confronto
con il lettore-commentatore.
____________________
 
Ezio Falcomer è nato a Concordia Sagittaria (VE) nel 1962 e vive a Torino.
Lavora come insegnante bibliotecario. E’ scrittore ed attore.
 
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Da La vita picara
(Poesie 2007-2010)


Lanuvio RM
Narrativaepoesia
2010  
 
 
 
 
E/Scatologica


Sull'asse della memoria
mi aggrappo
si stemperano gli arcani maggiori
ovipari di sensi e di storia
armigeri di eventi
pirofori di esistere in etere violaceo
di crepuscolo, come
prima di cadaverica baldoria

io, scoria di angeli
strame di miti di gloria

agli estremi bordi del Tempo

oh, restasse segno o runa
su questo sentiero
vivesse di me cuore o fremito
emaciato
su tumida e madida duna

come un resistere
a ossessa, febbrile fortuna.
 
 
 
Seta e agata


Come se tu fossi qui
a spellare con me
gamberoni e aromi di sguardi

come se tu non fossi andata via
su quelle rotaie di ignoto

parlare l'amore ancora, ballare
alla luce di mani
intrise di olio e tocchi yin e yang

rubare arcani e sillabe alla notte
con rabbia averci e stordimento di onde tenui
di fianchi parole respiri
inesprimibile labirinto di praterie
di seta cremisi e agata corniola

solo dita umide e attenzione
sentire il tuo acquoso gemito
il tuo vuoto
saturo di maestà rapace
di sete che rifiuta la paura del naufragio

di fame

che ama me

che mangio te

che mangi me.  
 
 
 
Tu mi fai essere


Tu mi fai essere
cauto scavo nella tua voce
enigma tremore silenzio
sei creatura d’acqua
di sorriso
di nervosi refoli d’ombra.
 
 
 
Armageddon


Asce scorrono lungo i viali dell’anima
svaniscono i fenomeni
a scroscio si riversano le falangi
mischia bolgia omicidio
pallide scoliosi di sciacalli splendono all’alba
si ridestano fiamme di furia
tutto un cercare la luce
tutto un ritorcersi d’asfissia
delirio remoto d’angeli nel tunnel
la fatiscente sclerosi di un dio.  
 
 
 
 
Stenti fatali


Cos'è che c'è
in questa spugna dov'è intrisa la vita
in questo sogno
in cui muoiono gli dei

ragnatele di eventi
amore dolore fetore

spazi di plasma
di braccia allargate
a trafiggere il vuoto

gambe sommerse fino al ginocchio
da un mistero di palude risucchiate

lancio il bengala sull'orizzonte
l'accolgono angeli fatali
amanti
di miasmi amori e di stenti

su questa pianura
che ha desiderio d'istanti.
 
 
 
 
 
Azzurri sensi


Azalee d'improvvisi bagliori
orti sarchiati d'azzurro
sussurrano gli immensi spazi
arazzi di silenzio
respiri d'assenzio
invasi di sensi mai sazi.

Lunare


Lunare,
chiedi amore
e scendi lungo un fiume di malinconia
labbra di pesca cantano perenne estate
fragranza di sorrisi caldi, nascosta
sotto timido feroce veleno
sogno i tuoi fianchi...
che ti porterei alla mia bocca
...e traversare il tuo deserto
di oasi lussureggiano.
 
 
 
 
Strusci e fotoni
 
 
 
Mi ammoscio su lungaggini d'orizzonte
scroscio pensieri e veleni
sfascio cartilagini e crisantemi
piscio lunatiche tossine
striscio ubriaco lungo muri di mattoni
struscio fianchi bisognosi di attenzioni
sciami le mie ore si gettano nel mare
origami di fotoni che si perdono nel dare.
 
 
 
 
Si diramano anfratti e segrete
 
 
Si diramano anfratti e segrete
nel canto del sogno
e luci e sonagliere delirano
ascolto i miei spiriti frinire
fiotti d'ira e di blu anelano al cielo
parto su scafo fenicio
l'Orsa e le Pleiadi mi guidano
e l'Oltre al centro del Qui
vi si appoggia chi muore ogni istante
rido ubriaco d'incoscienza
e di enciclopedica follia.
 
 
Notturno con mare




A che punto è la notte
questo calice non contiene tutto me
di stagione in stagione
varco ogni soglia
e dico addio
senza sponde dove consistere
esisto persisto e muto
camaleontica traversata
come un dramma senza esito finale
come clown che schiamazza per la via
ai bordi di un mare saturo di ciclone
vi balugina il canto degli arcipelaghi di sogno.
 
 
 
Spasimano



Spasimano le spettinate onde di papaveri
vento e luce si inabissano su gialle spighe
aria solo aria
e la notte per guarire
si elidono dai rami fiori e frutti
spauriti
per l'ignoto.
 
 
 
 
Giostra


Scalfisci diafana malinconia
nei riverberi dei tuoi vortici
centrifuga ebbrezza
in spirale l'anima si avvita
seta di schegge precipita
si deformano cavalli e figure
come fuga a favola di risa
prosciuga ogni pensiero
la sarabanda delle tue luci.


Ho tra le mani pochi attrezzi




Ho tra le mani pochi attrezzi
romanzi di avventure altrui
sapori di mie spiagge e periferie
sangue e lacrime anche non piovute
e l'incognito domani da disegnare

so essere intero nel frammento ma

muoio ogni istante da quando son nato

assaporo quand'è il momento
spuma che ritorna all'onda
fragilità che non ha perché.
 
 
 
 
Brume al di qua del sole
Il sogno



Brume al di qua del sole
echi di larve o dei
mi abitano
non invitati
dipingono alfabeto remoto
e bevo le immagini
oscuro sussurro
o voluttuoso giardino
ambrosia o assenzio
d'ignoto.
 



Piovasco strenuo




Piovasco strenuo
mi schieno su vetrina
aspiro e fumo.
 
 
 
www.eziofalcomer.blogspot.com
 



 
EZIO FALCOMER
 
Da La vita picara

(Poesie 2007-2010)

Lanuvio RM
Narrativaepoesia
2010
 
 
 
Escrescenze di nodi
 

Escrescenze di nodi
delitti di un osare innocente
allo specchio sto
fievoli fantasmi di emozioni
tralucono
celiano di bruciori inghiottiti
irreversibili ferite

il passato è solo nella mente
vorrei dire, ma
cos'è questa viscera che non tace
cappio e catena
retribuzione di un vivere
che solo voleva andare
come spavaldo e sereno giocare
bambino che non voleva dormire.


 
 
 
Homenaje
 
 
 
S’assiepano rodei di odori africi tuoi
lungo i vicoli della mia anima
ed entro viscere che si consacrano a te
 
divina
 
con la lingua trascorrerò i tuoi petali
a bere le gocce di rugiada
che sanno di muschio e mare.
 
 
 
 
Aetos
 
 
 
Vorrei un giorno di refoli di luce
d'azzurri spasimi di niente
e planare su nuvole
gonfie d'elettrico e d'immenso
aquila
 
dominare cime e urli di baratri
con occhi che sanno
l'orrore e la bellezza
della storia
 
berlo, il calice
come un andare a scontro di schiere
a bolgia
di furia ed amore
a dolore attraversato
e vedere.
 
 
 
 
Anastasis ton nekron
 
 
 
Sono stato cadavere per secoli
ora canto alla luce di una stella
mannara e serafina
 
vidi gli abeti sussultare
su crosta lavica
licheni contorcersi
aspidi infami
su pianure di fuoco
e di polveri solitarie
 
lamenti di cavità viscerali
budelli di ululati
orchidee di apprensioni giallospeziate
setose lacrime
che non riuscivano ad annegare
nei torrenti della vita
avida ed incosciente.
 
 
 
 
Lejos
 
 
 
Come un lupo mi aggiro
nella notte
saturo di coscienza
nell'attesa di spegnermi
e separarmi da figure parole eventi
dove sono i tuoi fianchi?
felice la mano
si poserebbe
lieve
calda neve
sui tuoi colli addormentati
moriria feliz
a tu lado
mi amor.



 
 
Ebbro Ebro



Con questa camicia nera
sfondando vetrine di ovvietà
piogge fangose
sui miei bracieri di anarchia
ho camminato il mio miglio verde
per averti al prezzo
di un'elegia di luce e sinastria
senza di te non sono nulla
nell'uragano rigurgito sangue
e matricidi di civiltà andate
il mio vincolo è un tatuaggio
sull'odore della tua pelle
krishnamurti al kamasutra
del tuo incanto di fata celtica
piovuta su una terra
di silenzi e tori
sacrificati.


 
 
 
 
     Sequestro


     Ti ho sequestrata tra nevi e paludi
     il vento mi diceva il tuo segreto
     e cantava la tua vita amara
     ignara di me.
     Ti ho come perla
     libera
     che sfugge a consuetudine.
     Ti ho come magia
     gettata da un'onda
     sulla riva della mia insipienza
     stupido e stupito ti ho
     e non ti ho mai del tutto.
     Sei canto di ninfa
     barbara e trasparente
     fragile agli istinti
     sei nenia ipnotica che ci si porta dentro
     inquieta favola che cura e ammala
     che regala incanti.
 
 
 
      
 
 
     Saltimbanco
 
     Che ansimare equivoco
     è il canto che sale
     da muffe e licheni
     come strana salmodia
     manto di emblemi
     s'innalza da terra amara
 
     io respiro fra nevi
     per secoli di attimi
     testardo, intimo al sole
     sempre
     nuove gocce di speranza
     e mi contorco alla luce nuova
     mattino che riannoda parole e amori:
     saltimbanco sospeso
     fra il male e la gioia
     in gola l'urlo bambino
     che domanda, come seme o spora,
     sfrontato rigoglio continuo
     ancora e ancora...
 
 
 
     Sei bella miracolo di gheparda
 
 
     Sei bella miracolo di gheparda,
     scabra luce in fondo alla notte;
     melmosa calda alga sei;
     frecce le mie mani
     ti inebriano, strette,
     morbida albicocca.
 
     Di febbre licantropa e criminale
     oltraggio sepali tuoi,
     irragionevole dettame d’amore,
     mentre
     in languido afrore marcisco
     di lotta d’eroi,
     errando in tuo aroma,
     tempesta che involve
     mia lurida anima
     dannata.
 
     Sei stella che ride e s’attarda
     sul cuore mio che attinse alla notte.
     Alma falena, le tue mani
     tracce lasciano su me,
     diroccato da arsura felice
     di te.
 
     Si addice
     il miracolo che al deserto mio
     s’attarda.
 
 
 
     Succubi d'amore
 
 
     La tua carne, infinita domanda
     dove si placa il caso,
     il possibile mio non esserci.
     E il soffio della tua anima
     è il mio esserci nell'avvolgerti,
     donna di brivido e di mistero;
     riempio nell'amarti
     il possibile tuo non esserci.
     Perderci nel donarci,
     ascoltare la pioggia,
     succubi dello stringerci
     e dell'amarci.
 
 
 
     Come un respiro
 
 
     Come un respiro mi ritorni
     alle ore di gocce e miele
     sentirti in emozione e pensieri
     averti sfuggente e acuta
     in cuore
     come orizzonte di gabbiano
     ascoltarti nel volare comune
     mangiare e mangiarti
     i tuoi sonni proteggere
     folle cerbiatta
     di ansimi e graffi
     penetrante liquore.
 
 
 
     Un acanto, un lichene
 
 
     Un acanto, un lichene
     e trasmutarsi in liriche di vento
     come di savana
     eccedere nel compiersi
     di favola gitana
 
     amare e dire
     il rosso della sera
 
     come folle
     su abissi e sommità
     raccontare
     l’odore di gimcana
     fra corolle di luce
     e freddi baratri di inerme niente.
 
 
 
     Le sere che
 
 
     Le sere che
     pallidi i convolvoli
     esclamano smeralda follia
     si tingono i cuori
     di un indaco serico
     e madido amaranto
     mi scorre
     nel tacito grido
     che anela
     speziati cobalti d'ignoto.
 
 
 
 
     Panismi
 
 
     Sono ubriaco del tuo odore
     nel dolore del tuo non esserci
     mordo il mio canto pallido
     e spasimo in sogno le tue carni
     come gangetico tramonto
     selene cananea
     io strame d'angeli
     dal mio deserto rosso
     pastore di ade
     risata e urlo di fetida foresta
     t'assalgo in vampiriasi
     di nenie per zufolo e crotalo
     sei il mio centro
     ti scuoto mea domina mio giogo
     ti rovescio a estatico mistero
     di respiri di maglio.
 
 
 
 
     Anima predata
 
 
     Se ti dài irrorata dai miei sguardi
     straluma la mia anima predata
     della ritirata brucio i ponti
     alla lotta vado
     con riso d'orgia commediata
     al caos
     e alla bolgia di sapori e silenzi e assensi
     che mi trafigge
 
     un'isola è ciò che vedo
     (naufrago)
     di polpe petali e battigie di sogno la sera
     mormorio di schiume
     galassie roteanti
     su incroci di fiati
 
     feroci.
 
 
 
 
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FRANCESCO MAROTTA

 

LA CANZONE DEL SONNO

 

città irate    cieco confine
di cui diranno il nome
frugando luci
che gemono
fra le pietre    mappe
invisibili
che ondeggiano confuse armonie
febbre di mani
che si dissetano
nella pietà di un fiore
i passi somigliano
di lampade
verso orizzonti murati
nel gelo
di una voce    gli occhi
scomposti
come lontane aurore
questo notturno appesantire di stelle
prive di mondi
attendono gli sguardi e forse
inventeranno un sole
sulle pareti
di palazzi vuoti
giocheranno i domani
come approdi sognati di sete
dove è già tramonto
ogni storia che strapparono ai giorni
canti deserti
di ore rovesciate
le stagioni negate alla terra

 

**

perché è autunno
l'anima che vedi rotolare lontano
distaccata
risonanza di abbandono
che per nessun volo
saprebbe ormai farsi sentiero
o dimora    costretta
a stupore di liquidi ciechi
di carne
e memoria    esplosa
tra le rotaie
e la sera    compagna
di un grido
compagna di un dio che trascorre
come chi semina
voci di pietre
e frutti domanda a penombre
di sabbia
un dio che morde e avvampa
vestito da bambino
che uccide    le sue mani
simili a vento
profumo di spine
dagli anni feriti parole fiorisce
di un oggi che è tempo
che non pesa
e in pozzi di strade
annega
di luce
che non conosce immagini

 

***

nome non ha né giorno
questa città che mi scoppiava
in mezzo agli occhi
di maschere liberate
nella ritualità
del suo dolore    danza
lungo il grigio delle ombre
e i suoi istinti
e notte il canto assenza il viso
che si dispiega per cammini
sterili    nulla la voce
che la guida
tranne talvolta quell'unico
lamentato silenzio
che non grida    che
non chiede
non dice i passi
non legge l'ora sanguinante
al fuoco dei suoi muri
l'ombra dipinta
che ti viene incontro    la polvere
che degli anni è rimasta
impigliata in graffi    lenta
curva di lampi
franati
su strade arate di luna
e porti di vento intorno
che affondavano lievi
il cielo supertite
il giorno nell'acqua dei navigli

 

****

a fatica    sospeso in voli di peste
ricompongo le voci
del suo canto    io vado là
nel sole di un altrove sommerso
a leggere torri di vetro
stagioni di sale
in un nome    a gridare
preghiere senza sonno
come fossi già un passo
sopra l'altro
tra Milano e la follia
più vicino alla lingua
che senza sangue
fa rivivere i volti
non riflessi dagli specchi del giorno
che abita grovigli di vite
accenti e rumori di esistenze
bruciate    e neppure c'è un dio
oltre il sonno
ma un cielo compare
e parla di giorni invisibili
racchiusi in un punto    io
li penso così
e trovano il tempo di fermare la mano
sul cuore
sia veglia sia sonno
fosse anche l'ultimo sogno
trovano spazio    ancora recisi
di sbocciare da radici
di pietra

 

[dalla rivista Alla bottega]