Recensioni - Riconoscimenti

 

PREMI PRINCIPALI DI POESIA:

 

2° Premio Arno d'argento 92, Firenze, Entel Mcl

I° Premio Un Poeta per l'Europa 96, Firenze, Entel Mcl

I° Premio assoluto al Premio per la Pace 01, Cultura e Società, Torino

2° Premio al Concorso Omero-magna graecia 03, Napoli

3° Premio Santo Gringeri 03 - I luoghi del cuore, Pellegrino-Me

2° Premio al Concorso Artenuova 2004, Propata-GE

2° Premio Santo Gringeri 04 - I luoghi del cuore, Pellegrino-Me

I° Premio al Concorso Naz.le Ibiskos 2006, Empoli

2° premio a pari merito al "Premio Renato Milleri (Remil) - Poeta dell'anno" 2007, per merito acquisito nel campo artistico-letterario

2* classificato ex aequo del gruppo dei finalisti al IV Premio "Per non dimenticare Enrico Del Freo" - Centro ENTeL M.C.L. Massa - Carrara 2009

3° Premio Il Golfo 2010, Napoli

I° classificato "Il Golfo", Napoli, febbraio 2011

 

 

 

RECENSIONI 

 

Felice Serino – Frammenti di luce indivisa – 2014

 

         Con Frammenti di luce indivisa Felice Serino ritrova la sua piena maturità espressiva, giungendo ad una grande originalità, confermando la sua cifra inconfondibile, già presente nelle raccolte precedenti.

         L’autore si può definire un poeta mistico calato nella  contemporaneità, che si esprime tramite una scrittura che potrebbe accostarsi senz’altro a quella di David Maria Turoldo per i contenuti ma non per la forma.

Il pathos, sotteso al poiein del nostro, si basa sulla semplice constatazione della presenza della vita, nella quale, in quanto esseri umani siamo immersi, nell’esserci sotto specie umana, che porta l’io-poetante a riflettere sui temi della vita stessa e della morte.

In tale senso si svela il senso della scrittura, in questo testo non scandito, che, per la sua unitarietà, potrebbe essere definito un poemetto.

Di poesia in poesia Serino attraversa molte sfaccettature della condizione della persona calata nel quotidiano di ogni giorno, teso sempre verso una prospettiva trascendente.

Il Dio descritto da Serino è pienamente immanente e pervade l’essenza stessa dell’io poetante.

C’è quasi un rapporto confidenziale tra l’autore e Dio, un pieno abbandono del primo nel secondo.

C’è un tu al quale il poeta si rivolge e dal quale cerca di ritrovare gioia, forza, luce e conforto per affrontare il mare magnum della vita.

I componimenti sono spesso brevi, a volte più lunghi e divisi in strofe.

Quasi tutte le poesie sono concentratissime e icastiche e risolte in un unico respiro.

Alta è l’eleganza formale di ogni singolo componimento e tutti i testi sono ben risolti.    

Frequente è l’aggettivazione che crea effetti sfumati e tutte le poesie iniziano con la lettera minuscola, elemento che ne accentua un’arcana provenienza con una consistente dose di ipersegno.

Altro tema è quello di un naturalismo rarefatto e uno degli argomenti trattati dall’autore è quello della gioia di vivere per azzerare la depressione e, ovviamente, è la scrittura che riflette su se stessa il migliore antidoto alla malinconia e al dolore.

Ogni pagina è illustrata con immagini di piume, come di angeli, per accrescere l’ansia e l’anelito mistico che trapela dai componimenti.

Si tratta di un tipo di poesia, che scavando in profondità rende bene la tensione ontologica.

Vengono detti angeli e santi (ad esempio S. Agostino) e si stemperano a volte i versi in un erotismo mistico.

E’ espresso il ciclo della vita (infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia).

Il dettato è chiaro, nitido, luminoso e levigato e c’è un forte senso etico.

Si percepisce una forma di creaturalità dell’io poetante, nel suo tendere a diventare persona e i sintagmi sono scattanti e procedono spesso in lunga ed ininterrotta sequenza.

Il componimento iniziale, Docile alle tue mani, ha un carattere programmatico e l’interlocutore è Dio, descritto come salvifico e amico dell’uomo.

Si può dire che corporeità, carne, materia si fanno verbo e così sgorgano i versi, che possono essere letti anche come preghiere molto sentite e accorate.

Altre volte il poeta si ripiega su se stesso nel suo solipsismo, con un profondo scavo nell’interiorità e le poesie sono connotate da densità metaforica e sinestesica.

Un esercizio di conoscenza, quello di Felice Serino con queste poesie alte, che sono un inno alla speranza dell’ uomo,  che, se anche è una canna al vento è una canna pensante (e il pensiero stesso si invera nei versi).

 

Raffaele Piazza

   

 

 

 

RECENSIONE ALLA SILLOGE DI FELICE SERINO “IN SOSPESO DIVENIRE”, 2013*

 

al di fuori di me -

io stesso luogo-non-luogo –

mi espando

 

Così, Felice Serino, dà alla luce l’ultima breve ma intensa silloge, “In sospeso divenire – Poesie dell’impermanenza”, titolo alquanto suggestivo e che, in pochi tratti descrive il ruolo stesso del poeta-uomo, dello scrittore, considerato per antonomasia il saggio, il pensatore, conscio d’una realtà fuggevole e capace, pertanto, di ravvisarne gli atomi in una sincrasi eclettica, unendo particelle e parole con una palpabilità maniacale. Ho parlato di “saggio” per un motivo ben preciso. Leggendo il Serino, m’è parso di risentire la lontana eco del Dao Dezi di Lao Tsu, saggio cinese che – nella succitata opera - scrisse una ben precisa frase: “Per questo il santo permane nel mestiere del non agire e attua l'insegnamento non detto. […]. Compiuta l'opera egli non rimane e proprio perché non rimane non gli vien tolto”. Si noti che la parola “Saggio” e “Santo” hanno, nel Tao Te Ching, la stessa funzione di soggetto. Come per queste “poesie dell’impermanenza”, il Serino ha la funzione di lasciare un’impronta, un segno lieve “in sospeso divenire”, per l’appunto, per poi partirsi, allontanandosi dopo aver detto. Il suo è un divenire lasciato ad altri, un qualcosa di incompiuto ma capace di tessere trama e ordito con una originalità impertinente, tra figure retoriche e costrutti semantici ridotti all’essenziale, eppure talmente precisi da centrare il cuore del bersaglio:

 

in trasognato sfarti figura

-quasi rito-

t’invetri

incielata diafana

 

qui troviamo qualcosa di molto raro, quasi una sorta di gioco di parole e reinventati neologismi privi di peccato ma che trascendono all’interno di un Locus amoenus racchiuso nell’utopia e nella stagione di una vetrina al di fuori del tempo.

            Il Serino però è un treno in corsa lungo diverse stazioni, sfiora emozioni di ogni sorta e non placa sicuramente la propria sete nella forra dei giochi della parola propriamente detta. Egli si fa anche semplicità negli occhi e nei sogni di una bambina, diventa foriero dei cambiamenti dell’animo… si fa madre e poi muore alla vita.

            Senza voler troppo aggiungere, per non guastare del lettore la sorpresa, il poeta Serino disvela e tributa la seconda parte dell’opera ai suoi amori, quelli familiari come quelli letterari, finanche alle letture di Ungaretti, Merini e Ginsberg. È una nota che suona differente in ogni tasto, il Serino e in questa breve silloge dà prova di quanta musica possa vantarsi l’animo umano, un Pathos capace di elevare o, talvolta, di colpire, lasciando senza parole attraverso la bellezza e l’irripetibilità delle sue dinamiche.

 

Di Marco Nuzzo

* e-book realizzato da www.poesieinversi.it

 

 

 


___

 

 

Addentrarsi nelle tematiche di Felice Serino, ci porta a considerare

la nostra essenza di creature in balia del senso di perdizione e di

precarietà, caratteristiche salienti dell'uomo. In versi ermetici

che scavano in profondità, quasi erodendo la nostra coscienza, il

poeta affronta il rapporto tra il divino e l'umano, tra realtà e

spirito, il contrasto tra spirito e corpo, tra sogno e mondo reale.

E certo non manca la trattazione della problematica della morte e

dell'alienazione del vivere moderno. Interessante l'uso della

simbologia e della metafora dello specchio nella disamina poetica

del multiforme aspetto di come la mente possa percepire la realtà.A

volte si mostra gnomico, umanitario e proteso alla risoluzione dei

problemi sociali. Il linguaggio appare scabro e incisivo, spesso

filosofico.

Non è una poesia facile, all'inizio si presenta ostica, così

intessuta di richiami culturali e stile ermetico, ma piano piano ci

avvolge nell'atmosfera sospesa del nostro essere uomini, tesi alla

ricerca della verità.

 

Peppino Giovanni Dell'Acqua

 

 

 

 

 

LA “CASA DI MARE APERTO” SPIRITUALE

NELLA PIÙ RECENTE RACCOLTA DI VERSI DI FELICE SERINO

 

di GIORDANO GENGHINI

 

Recentemente, edita dal Centro Studi Tindari di Patti, è uscita la raccolta di versi “Casa di mare aperto”, che riunisce tre diversi gruppi di brevi liriche scritte fra il 2009 e il 2011 dal poeta Felice Serino, noto - anche se non quanto meriterebbe - in Italia e anche all’estero (le sue poesie, pubblicate a partire dal 1978, sono state tradotte in sei lingue).

Il titolo della raccolta - lo si chiarisce all’interno del volumetto - è una citazione da Piernico Fè, e in qualche modo, a mio avviso, è la chiave per interpretare l’intera opera, caratterizzata da una lirica intrisa di spiritualità intensa che si irradia in molteplici direzioni: un “mare aperto” spirituale, dunque.

La lettura delle pagine - poco meno di cento -  è un’esperienza straordinaria e irripetibile.

Il tessuto dei versi  è coerente e ha un tono e un timbro inconfondibili. I temi toccati ruotano attorno a una ricerca spirituale intima del poeta ma nel contempo rivolta ad ogni uomo. I versi, come nei grandi artisti mistici del Medioevo, esprimono l’inesprimibile del mistero divino soprattutto attraverso il simbolo della luce. La spiritualità del poeta è però modernissima perché inquieta, mobile, non univoca.

Alcune immagini, metafore e parole-chiave sono ricorrenti nella raccolta. in primo luogo, la figura dell’angelo (o, meglio, degli “angeli / caduti / mendichi di amore”), simboli di aspirazione alla purezza assoluta. Ancora più rinvia a questa ricerca di purezza e verità assolute la metafora - che riappare in varie forme - del “corpo di vetro” o del “vetro del cuore”, cui si affianca la prevalenza di un altro emblema di purezza: il candore, che culmina nel “silenzio” di chi ha già lasciato la vita: l’ “immacolato manto / come un’immensa pagina bianca” che si identifica con l’ “Altrove”, ossia con il mistero occulto di “questa casa di vetro / eretta sulle nuvole”, a cui il poeta aspira - e alla cui rappresentazione concorre anche la suggestione generata dall’uso mai casuale o irrilevante degli spazi bianchi fra i versi o nelle pagine.

Oltre alla luce, altri simboli ricorrenti nei versi di Serino per esprimere l’inesprimibile - l’ “Oltre” - sono il sogno e l’azzurro, che si intrecciano con la musica nel tentativo di dare corpo (come nel “Paradiso” dantesco, di cui talora si avverte l’eco) al divino. Tuttavia, i versi di Serino non hanno certo caratteristiche tradizionali e meno che mai “cantabili”, in quanto nel loro originale ritmo si manifesta la presenza della realtà umana fatta di carne e sangue, dei “veleni del mondo” e, in particolare, del mondo contemporaneo in cui “l’autentico” è “violentato dal mediatico”.

All’interno di questa antitesi decisa fra l’ Altrove e il male del mondo (per il quale però, uscendo dal coro, la lirica del poeta non cerca espliciti capri espiatori, politici o di siffatto genere, cui attribuire ogni colpa) determinante è la funzione della poesia, che definirei profetica ma, anche, casa in cui rifugiarsi per distaccarsi dal male di vivere. L’autore infatti scrive: “nascosto starò nella rosa / azzurra della poesia”, evocando per analogia nel lettore anche il ricordo della “candida rosa” dantesca dei beati.

La spiritualità di Serino e la sua fede nell’Altrove non è mai incerta: “quando il mondo continuerà / dopo di me // a chi vi dirà lui non c’è più / fategli uno sberleffo”. Il suo misticismo non trascura le vicende della storia e degli ignorati “santi del nostro tempo”,  di non pochi  dei quali viene fatto esplicitamente il nome ( un esempio fra tanti: Oscar Romero, nel cui sacrificio, credo, il poeta vede il “rigenerarsi dell’urlo della croce” evocato in un’altra lirica).

La cultura su cui fioriscono i versi dell’autore è estremamente ricca: le stelle che la illuminano (lo si comprende da citazioni dirette o indirette, e soprattutto dalla ripresa rielaborata, nei versi, di altri versi, secondo una tecnica già presente in grandi poeti, da Dante a Luzi, ma usata in modo originale da Serino. Tale ripresa non è mai sfoggio di conoscenze: è invece indispensabile al disegno lirico dell’autore. Le stelle che rilucono nel cosmo intellettuale del poeta possono per alcuni aspetti essere forse accomunate, ma fra loro sono anche estremamente diverse: oltre al Gesù dei Vangeli e ad antiche (come Paolo e Agostino) e recenti (come, ad esempio, David Maria Turoldo) figure della spiritualità cristiana, figurano anche maestri di diverse spiritualità: da Steiner a Swedenborg a Paulo Coelho, per non ricordare che alcuni nomi. Né si possono dimenticare i riferimenti ai grandi poeti dello spirito: dal già menzionato Dante (alcune delle cui immagini, come quella del paradisiaco fiume di luce, sono rielaborate e riproposte in modo affascinante) ai più recenti Mallarmé, Borges, Pessoa, Ungaretti fino a poeti a noi vicinissimi come Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto.

La lirica di Serino si colloca nel panorama estremamente vasto di questa sorta di ideale “empireo della poesia” che si contrappone - almeno come possibilità di difesa - ai mali della storia. L’ampiezza dei punti di riferimento negli orizzonti culturali e letterari del poeta spiega anche perché la sua raccolta non rappresenta un tentativo - che sarebbe impossibile - di ricomposizione di tutti i punti di riferimento, ma una esplorazione spirituale, un moderno viaggio, termine ancora una volta da intendersi in senso dantesco.

A livello stilistico, il poeta dà vita a una lirica di grande intensità, che fa tesoro della lezione poetica del Novecento (in particolare, nell’abolizione della punteggiatura e della iniziali maiuscole) e del verso libero per creare un proprio originale timbro, spesso caratterizzato da affascinanti creazioni in miniatura, nelle singole liriche, di “opere aperte” che lasciano possibilità di diverse interpretazioni: né potrebbe essere altrimenti, dati i temi affrontati nella raccolta.

In versi densi di fratture e ricomposizioni, Serino ci propone - per rifarsi al “suo” Agostino -  una “città dell’uomo” in cui abbondano le asprezze (“le viscere nelle mani”) e una “città di Dio” in cui risplende l’armonia dell’Altrove (“un cielo bianco di silenzi” in cui è protagonista disincarnato il “fiume di luce che / ci prenderà”).

Non è il caso che aggiunga altro a queste mie modeste note, perché ogni tentativo - come questo mio - di presentare nell’ambito di un discorso logico-razionale una poesia che tale ambito travalica, non può che essere povera cosa rispetto all’esperienza della lettura dei versi del poeta. E concludo proprio con un invito alla lettura e con un’ultima osservazione: la raccolta di Felice Serino è un “mare aperto” al cui interno si muovono potenti correnti di luce. Credo che, per renderci conto di ciò, basti rileggere la bellissima breve lirica che, non a caso, chiude la raccolta, e che qui riporto: “d’un presentito chiaro d’armonie // d’un trasognato dove // vivi e scrivi // - tuo credo - // tua casa di mare aperto”.

Non è un caso, credo, che il primo verso sia un armonioso endecasillabo e che il secondo e il terzo, uniti, a loro volta siano uno stupendo endecasillabo, come non è un caso che l’ultimo verso coincida con il titolo della raccolta.

La “casa di mare aperto” rappresenta infatti, come ho detto all’inizio di queste note, la spiritualità del poeta: ma anche, io credo, la meta di un approdo cercato già in questo modo e, infine, la prefigurazione della “casa di vetro” nell’Altrove, cui - come l’autore - più o meno consapevolmente a partire dai poeti, tendiamo noi tutti. O, credo direbbe l’autore, tendono consapevolmente coloro che, come scrive in un’altra sua lirica l’autore, fra l’affidarsi principalmente a Freud (o ad altre “divinità terrene” del mondo d’oggi) e l’affidarsi al vangelo di Giovanni hanno già compiuto una scelta.

 

 

Casa di mare aperto

 

di Felice Serino

Prefazione di Marco Nuzzo

Centro Studi Tindari, Patti (ME)

Pagine: 90

ISBN: 9-788896-539859

Costo: 10€

 

Recensione a cura di Lorenzo Spurio

 

E’ una poesia dotta, filosofica e ricca di rimandi alla letteratura europea quella di Felice Serino contenuta nella sua ultima raccolta dal titolo enigmatico “Casa di mare aperto”. Ed è un po’ tutta la poetica di Serino ad essere attraversata da un certo ermetismo che si realizza in un criticismo del linguaggio, in una frantumazione dell’identità e in numerosi squarci visionari e addirittura onirici. Serino parte dal mondo che lo circonda, ma non è quello il suo interesse nell’arte della scrittura, perché l’intenzione è altra. La poetica si trasfonde a un livello più alto, a tratti irraggiungibile a tratti difficile da capire, ma l’artifizio della poesia sta anche in questo: nel dire e nel non dire, nell’utilizzare un concetto per elevarlo a qualcosa d’altro, metafisico, che non può aver concretezza proprio perché ha a che fare con la coscienza dell’uomo.

Importanti e degni di rispetto le poesie d’impianto civile, che nascono cioè dal voler ricordare alcuni personaggi centrali nel processo di crescita e progresso storico com’è la lirica dedicata al Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi nella quale Serino utilizza l’isotopia del sangue e della violenza per tratteggiare il clima d’odio, repressione e vendetta nei confronti della statista appartenente all’opposizione: “Dal suo sangue si leva alto/ il grido d’innocenza/ a confondere intrighi di potenti” (p. 20). La condanna alla tirannia, alla democrazia messa a tacere è evidente anche se il linguaggio di Serino evita la durezza e si contraddistingue sempre per una certa armonia e levità, anche quando parla di drammi in piena regola. Ma ci sono anche poesie in cui il poeta mette allo scoperto terminazioni nervose dolorose dal punto di vista sociale, come è il caso della poesia “A ritroso” ispirata al fenomeno poco noto degli hikikomori in Giappone che riguarda dei giovani che si auto-recludono letteralmente in casa evitando una vera vita sociale.

Centrale anche il tema della morte che ritorna in varie liriche come pensiero spesso assillante, altre volte come semplice dato di fatto dal quale bisogna partire con consapevolezza nell’impostazione del proprio progetto di vita. L’interesse per il mondo, per la socialità, la vicinanza all’altro e la riflessione sulla nostra esistenza fatta di giorni che sembrerebbero identici ma che non lo sono, trova ampiezza in una lirica in particolare, “In questo riflesso dell’eterno” dove il poeta con sagacia e freddezza verga la carta scrivendo: “imbrigliati noi siamo in un tempo/ rallentato/ noi spugne del tempo/ assediati da passioni sanguigne” (p. 61) in cui si ritrovano molti temi/aspetti che contraddistinguono la vita dell’uomo d’oggi: il tempo che scorre in maniera rallentata, troppo lenta, forse perché  non è più in grado di vivere i momenti che riceve in maniera autentica, ma forse perché l’uomo senza lavoro, precario, disoccupato o immigrato che sia, senza una occupazione non può che vedere il suo tempo scorrere in maniera lenta, dolorosa e oziosa; l’uomo è una spugna nel senso che riceve dal mondo, ma è sempre meno in grado di dare; che assorbe, si assoggetta, accetta e che, al contrario, non fa, non dà, non propone. Il mondo frenetico e alienante che propone una società sempre più efficiente, veloce e altamente tecnologizzata in realtà provoca un certo indolenzimento che si ravvisa nel sonnambulismo etico e pratico dell’uomo. Infine gli uomini sono “assediati da passioni sanguigne”: amore e sesso che, come si sa, non sono la stessa cosa e che spesso possono portare alla follia, al delirio, allo spargimento di sangue, in un doloroso banchetto in cui Eros e Thanatos giocano beffardi ignari di cosa stanno combinando. In “L’alba che sa di nuovo” Serino esordisce con versi acuminati: “la si vive nel sangue la nottata” (p. 89).

Numerosissimi i riferimenti e le citazioni a numerosi padri della letteratura europea, tra cui Mallarmé, Ungaretti, Zanzotto, Pessoa  che, oltre a sviscerare il grande amore di Serino nei confronti della letteratura e la sua profonda conoscenza, rendono l’opera un gradevole e profumato percorso in altre storie, tempi e luoghi.

Lascio ai lettori di questa recensione un’ultima lirica del Nostro nella quale si respira un senso d’incertezza e un sentimento di sospensione che non è dato all’uomo capire; il serpente presente quale immagine di fondo della lirica alla quale si tende analogicamente (si richiama il verde e il serpeggiare), rimanda ancora una volta all’immagine del peccato, dell’avvelenamento e dunque della morte. Ma la cosa curiosa è che in questo caso non vi sono vittime, se non la serpe stessa:

 

Di un altrove (p. 78)

 

di un altrove

d’un altrove

striscia

di luce verde la mente

l’interrogarsi serpeggia

si morde la coda

 

 

Lorenzo Spurio

 

-scrittore, critico letterario-

 

Jesi, 1 Agosto 2013

 

 

 

FELICE SERINO è nato a Pozzuoli nel 1941; autodidatta, vive a Torino.

Ha pubblicato varie raccolte: “Il dio-boomerang” (1978), “Cospirazioni di Altrove” (2011).

Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici.

E’ stato tradotto in sei lingue. Intensa anche la sua attività redazionale.

 

 

http://blogletteratura.com/2013/08/04/casa-di-mare-aperto-di-felice-serino-recensione-di-lorenzo-spurio/

 

 

 

 

 

Un oltre in sé, quella “Casa in mare aperto” di F.Serino- Fernanda Ferraresso

 

.

 

L’epigrafe di apertura, ripresa dalla dedica di Raffaele Crovi , a Flavio e Teresio, pare individuare con precisione quale sia la scialuppa di salvataggio per praticare quel mare aperto e arrivare a casa.

 

 

La poesia allena l’ “analfabeta”/ancora vergine di conoscenza / a “disincagliarsi dalla vita” /e a viaggiare dentro il mistero/(che è la somma delle verità).

 

 

Ma si tratta di trasparenze lacere,  così le chiama Felice Serino, queste visioni , o voci, che arrivano da quel mare di cui dice e non ha nome, se non umanità, storia, e sembrano voci lacerate dalle perdite. I testi evocano, in questa  silloge breve, altre parole, messe nell’acqua del linguaggio da altri , sin dal titolo del libro, che riprende una frase di Piernico Fè, come cita nella prefazione Marco Nuzzo: -creando una sorta di sprazzo sui diversi moti del mondo, ornato dalle molte sfaccettature e che ne compongono, malgrado tutto, una visione d’insieme talvolta succube delle vicissitudini carnali, umane. -E dovunque nel libro si sentono questi echi da terre senza nome, dispersi nei moti dei venti e tra le orme liquide dei naviganti, che hanno messo in mare i loro legni, le loro sementi, portando anche all’autore ulteriori germinazioni. Ciò che mira l’occhio di Serino non è direttamente il viaggio, ma il viaggiatore, poiché, come dice Pessoa,  è lui  il cammino. E qui , proprio riportando al suo piede e al suo occhio, al suo orecchio interiore, le voci degli altri, facendone terra del suo essere, Serino moltiplica questo andare in sé, lui terra e osservatorio di quel territorio senza fine, ma anche angusto, per la grevità dei gesti che si ripetono, e  sono gesti umani, stratificazioni del pianeta e della memoria, miseria e guerra  e  preghiere come pietre che sembrano infossarsi più che elevarsi se non partono dalle più oscure profondità di ciascuno. In quelle stesse profondità, oscure, spesso minacciose, esiste un altrove, a cui abbiamo accesso, in cui esiste un rifugio durante la navigazione ed è quello che è casa aperta nel cuore del mare. Serve viaggiare, serve andarci e la poesia aiuta a fare vela fino a quel continente che, alla fine, dopo una vita intera di rotte praticate , si scopre essere un oltre in sé.

 

 

fernanda ferraresso

 

 

*

 

 

E TU A DIRMI

 

 

lanciarmi anima-e-corpo

contro fastelli di luce

specchiarmi

nella sua follia

 

 

e tu a dirmi: Lui

-l’irrivelato-

nasconde il suo azzurro – è

lamento amoroso

 

 

*

 

 

IL LATO OSCURO

 

 

e se fossi stato

dell’altro sesso in una

vita precedentee ne avessi perso

memoria?

 

 

(ipotesi remota dici – di certo

campata in aria)-

 

 

junghiane profondità

tralasciando

scoprire come in un test

il lato oscuro del Sé

totale la parte

inconfessata (semplicemente

naturale) – la tua percentuale -

 

 

*

 

 

A RITROSO

 

 

(hikikomori)

 

 

un vivere a ritroso

le spalle all’oriente

dove

cresce la luce

vuoto delle braccia

vite

separate

 

 

tra l’ombra e l’anima

 

 

hikikomori: in Giappone sono oltre un milione.

E’ il fenomeno di ragazzi che vivono di “rapporti” virtuali chiusi nella loro stanzafuori dal mondo

 

 

*

 

 

L’ INDICIBILE PARTE DI CIELO

 

 

indicibile la parte di cielo

ch’è in te e ignori – dice steiner

l’uomo in sé cela un altro

uomo: testimone che ti osserva e

sperimenti ogni ora:

 

 

basta che solo

un verso o poche note ti richiamino

a una strana forza interiore:

e cessi

di sentirti mortale

 

 

**

 

http://cartesensibili.wordpress.com/2012/11/04/un-oltre-in-se-quella-casa-in-mare-aperto-di-f-serino-fernanda-ferraresso/#comment-7275

 

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Felice Serino – Casa di mare aperto

 

 

In Casa di mare aperto Felice Serino mette in gioco una poetica caratterizzata da una vena epigrammatica e lapidaria; la scrittura ha il pregio di essere originalissima, condensata e veramente icastica. C’è in Serino la ricerca di un senso profondo della vita, che si confronta con una visione anche biblica, pur rimanendo nella sua immanenza, nella sua concretezza, anche se poco viene detto del quotidiano.

Le categorie alle quali fa riferimento il nostro sono: sogno, natura, tempo, amore, morte, eternità, Dio, preghiera, misticismo. Il Dio detto da Serino ha una forte vena antropomorfica.

I versi sono quasi del tutto privi di punteggiatura ad esclusione delle parentesi e dei trattini. Poesia si fa preghiera.

Il misticismo si coniuga a fisicità come in Riempire i vuoti, nella sezione Lacere trasparenze,  nella quale leggiamo il bellissimo verso …”è un angelo che ci corre nelle vene”.  E’ ricorrente il colore bianco, come simbolo di purezza.

Una vena intellettualistica connota questa poesia: sono citati Jung, Blake, ed Erri De Luca, tra l’altro studioso della Bibbia.

I sintagmi sono scabri ed essenziali e c’è qualcosa del primo Ungaretti. Molto alto il passaggio mistico il cielo è in noi e in noi c’è un altro uomo.

In Barabba c’è il tema del perdono di Dio tramite Gesù. Nel libro tutto veleggia in una dimensione di mistero.

 

Raffaele Piazza

 

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PREFAZIONE ALLA SILLOGE “CASA DI MARE APERTO”

 

Appaga e tiene incollati ai versi, Felice Serino in questa sua silloge,Casa di mare aperto, titolo preso da una frase di Piernico Fè, creandouna sorta di sprazzo sui diversi moti del mondo, ornato dalle moltesfaccettature e che ne compongono, malgrado tutto, una visioned’insieme talvolta succube delle vicissitudini carnali, umane.La poesia di Felice Serino, lungo tutta l’opera, si fa ispirare dagli scrittie dai detti di altri poeti, narrandone poi il proprio punto di vista e poiguarda, il Serino, osserva gli uomini in strati, tra guerre e miserie ne facondensa per i propri versi, spesso calcandosi in fondamenta dipreghiera quale speranza da ricercare nel proprio Es. Ed è proprio neldivagare che il poeta racconta gli strati di cui è fatto, ritrovandosipadrone di un altrove, un posto segreto nel quale rifugiarsi ogni qualvoltane abbia voglia, sia forse, pure, per quel bisogno di ricercare risposte,certezze che tardano a venire.Lo stile, seppur mai sfociante nell’accademico, presenta un vocabolarioricco, per una struttura mai metrica ma sempre e comunque libera, asottendere una “quasi ribellione” agli stili assimilati dai poeti, creandomovimento, caos di poche righe ma che, con quei pochi versi, riesce acolpire, acuminando la punta a ogni parola. Il risultato è densità,introspezione e calma apparente; e dico apparente perché dentro, è uncontinuo rovistare, setacciare e rimisurare le proprie norme, il propriofango e le scomposizioni di quell’insieme che siamo.Nel mio dire, ho sempre attentato alla composizione stessa di ciò che èPoiesis, come in un definirne il tutto e il niente stesso, l’eidos, la maturazionestessa dell’idea che porti infine alla costruzione naturale di un propriopercorso, fatto di una frotta di se stessi. Il Serino pare giunto ad una visionepersonale, ma siamo un viaggio che dura tutta una vita, sempre con nuovifronti da scoprire; per questo è importante avere nuovi occhi, più che nuoviorizzonti, per questo, all’abbisogna, necessitiamo d’essere illegali, rozzi.Necessitiamo d’esser Poeti.

 

Marco Nuzzo

(febbraio 2012)

 

 

 

 

Recensione su IL CONVIVIO

n. 54 - luglio-settembre 2013

a cura di Angelo Manitta

 

 

Felice Serino, Cospirazioni d'un Altrove

 

(Vitale Edizioni, Sanremo, settembre 2011)

 

 

"Dinanzi all'Assoluto / misericordia mi vesta / di un abito di luce". La poesia di Felice Serino, autodidatta, come si definisce lui, rasenta spesso il frammentismo. Questo ci induce ad affermare che la sua espressività poetica segue la scia della lirica novecentesca e ne ha assorbito, oltre che i moduli, anche l'anima. Ma la sua poesia, piena di emozioni e di metafore, di allusioni e di riferimenti letterari, è una poesia di sintesi, in quanto in poche parole riesce ad esprimere molti concetti. Un esempio è la citata lirica Preghiera che diventa anche emblema. Essa infatti appare solare, luminosa, piena di luce, una preghiera spesse volte laica, a volte religiosa, una preghiera di fronte al bello e all'Assoluto. Ma soprattutto la sua poesia è pregna di mille metafore. Bellissima l'immagine "abito di luce", oppure 'vestirsi' di 'misericordia'.

Se a volte la metafora (come spesso è successo nella poesia novecentesca) porta alla non immediata comprensione, questo invece non accade in Serino, il quale appare chiaro e calzante nella sua comunicatività. E oltretutto non è, la sua, una poesia astratta, lontana dalla vita, anzi appare moderna e vicina all'uomo contemporaneo, come quando manifesta la coscienza che "si crede dio / l'autentico violentato dal / mediatico / narciso / in annuvolati cieli / ingombranti la / psiche".

La modernità della sua poesia è un avvicinarsi alla problematica dell'uomo di oggi, alla sua realtà e ai suoi modi di pensare, spesso intrinsecato in una profonda dicotomia filosofica che contrappone la luce alla tenebra, "danza nel cielo / della luce-pensiero: della notte / a scalzare le tenebre", il bene al male (sorriso / di sangue), la bellezza alla bruttezza o al negativo, come appare nella poesia incipitaria Nascosto starò nella rosa, dove appunto "i veleni del mondo" si contrappongono alla "bellezza del cuore", oppure la morte alla vita, che diventa anche "a-mors non morte".

La luce ha comunque una parte essenziale nella poesia di Serino: essa è la vita, è il bello, è il sogno, è la memoria, è anche la morte. Quest'ultima infatti non è vista come estremamente negativa, ma fa parte della vita e persino del sogno dell'uomo, tanto da affarmare di "vedere l'angelo / della morte / entrare nel mio sogno", ma questa richiama alla morte di Cesare "tu quoque brute" e riporta all'amicizia tradita. La morte a volte, infatti, avviene "per mano di chi / si credeva amico".

A parte lo scavo interiore, che il poeta riesce a fare, coinvolgendo con le sue forti e profonde espressioni il lettore, un altro aspetto essenziale è la capacità di innalzarsi verso un sublime poetico che spesso si identifica in una contemplazione estatica della natura. La contemplazione del bello conduce alla felicità e alla serenità dello spirito e permette di superare anche il buio della notte. E' questo il concetto che si deduce dalla lirica Dentro silenzi d'acque: "sul lago s'è alzata la luna / dentro silenzi d'acque / è dolce la luce / nel respiro delle foglie una smania che dilania / abbraccia i contorni della notte".

La poesia di Felice Serino è bella proprio per questo: con delicate parole ci offre immagini poetiche, penetra e scandaglia l'animo umano, ci avvicina a Dio, proprio quell' Assoluto, che è la Poesia, una poesia fatta di immagini stupende e delicate.

 

Angelo Manitta

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