Recensioni anni 90-2000

 



RECENSIONE DI RENO BROMURO


Le considerazioni di Felice Serino ci additano un significato più vasto della vitalità, perché esse ci mostrano che la vitalità non comprende solo il complesso degli impulsi diretti ed alla conservazione vegetativa, ma anche tutte quelle aspirazioni da esso sviluppate o dominate per la sua difesa e sicurezza.

«È salamandra

sorpresa immobile

che finge la morte»


Nella direzione di un simile finalismo anche la conoscenza diviene un mezzo e la verità si riduce ad un'utilità vitale della conoscenza. È questa appunto la tesi fondamentale della teoria pragmatista della conoscenza, che il nostro Poeta assicura all'immobilità della salamandra e con felice intuizione, coordina ai gradi dell'essere vitale. Da ciò risulta che oltre l'analogia con la vita vegetativa, valida
solo nell'uomo dotato di spirito esiste anche una trasformazione umana del comportamento animale. Nelle espressioni del tipo:«sorpresa immobile», «che finge la morte», la singolarità dell'espressione, nella trasfigurazione artistica, raggiunge la sua espressione letteraria. Sotto questo punto di vista è molto importante il fatto che dai versi si riconosca quali sono gli impulsi dell'uomo e quali le radici della sua azione istintiva, guidata dall'«Io creativo» non solamente gli istinti elementari, ma anche la ricerca del timore e la curiosità, l'istinto comunitario e sociale, l'affermazione della propria personalità, come il bisogno di attività.

Sotto questo stesso punto di vista si possono considerare come
sentimenti vitali in un senso più largo gli stati sensitivi di benessere o di preoccupazione, di serenità o di disperazione, come il crollo di quelle aspirazioni o una sovrabbondanza di stati sensitivi mostri l'incalzante approssimarsi del nulla, in quel «fingere la morte», fino a lasciar apparire privo di senso il prolungamento dell'esistenza fisica.

«ora m'incolpi del mio silenzio e

Tu dov'eri mi chiedi quando a migliaia

venivano spinti sotto le docce a gas

Io ero ognuno di quei poveracci in verità

ti dico Io sono la Vittima l'agnello la preda

del carnefice quando fa scempio

di un bambino innocente

Io sono quel bambino ricorda»


Ci rimane da considerare un terzo significato più ampio dei  precedenti, per la sua stretta relazione con la vitalità originaria: desiderio d'amore, di essere amato e compreso.
Quando si parla della vitalità di un oratore, di un polemista, di un artista o di un attore, non si allude né al corrispondente psichico dei fattori biologici, né alla sua espressione esistenziale, ma si vuol mettere in rilievo una qualità del carattere personale. In questo senso caratteriologico, inteso però nello stesso senso della veemenza dell'azione fisica che partecipa, senza curarsi del
gesticolare selvaggio né una manifestazione di forza fìsica.
Questa come quello possono essere anche solo accettati o adottati. Si può uscire dai gangheri per affermare il proprio io o per motivi di prestigio, si può fingere d'essere in collera ed eccitarsi alla collera.

«imbevuto del sangue della passione un cielo

di angeli folgora l'attesa vertiginosa

nella cattedrale del Sole dove ruotano

i mondi

 è palpito bianco la colomba sacrificale» (Visione)


Invece il Serino alla vitalità del carattere abbina la vitalità fisica e la unisce all'espressione della vita dello spirito e la determina con la propria profondità. Nei confronti della pura e semplice disposizione rappresenta un più alto grado di attuazione e quindi un progresso nello sviluppo naturale della personalità poetica. Questo rapporto psichico lascia supporre che in seguito all'eccitazione del campo vitale che porta con sé, esso dev'essere legato ad un'elevata suggestionabilità, che eleva il più alto possibile «L'io ideale».


«oltre lei forse fra le stelle

dura quel sorriso che nell'aria

ti appare ora sospeso come fumo»


Nella totalità dell'esperienza, Felice Serino, individuo umano si presenterebbe come due uomini relativamente autonomi, uno dei quali può definirsi come «sospeso come fumo» a causa del  raziocinio che in esso ha il sopravvento, mentre l'altro potrebbe chiamarsi «la preda/del carnefice quando fa scempio potenziale primitivo», per lo scarso influsso esercitato dalla critica.

L'artista, nel nostro caso il Poeta che adopera queste denominazioni deve essere accorto e ascoltare, senza reticenze il suggerimento del «Sé razionale» per avere un'Arte maggiore, ma fino a quando farà prevalere «Io creativo» avrà sempre un'opera di persona primitiva. Non che questo sia un male, certo! Ma l'Arte maggiore ha necessità dell'aiuto incondizionato del «Sé razionale». Lo stesso Vittorio Alfieri ci suggerisce di: «scrivere, verseggiare, correggere» ciò significa, che per avere un'arte maggiore, prima ci si deve donare interamente all'«Io creativo», poi chiamare in aiuto il «Sé razionale» ed ecco che quando si passa alla correzione di qualche «refuso» si ha la felicità di aver ottenuto l'Arte maggiore. Per giustificare quest'atteggiamento, occorre risvegliare l'io cosciente, in modo che l'opera sia veramente maggiore, cioè che appartenga a tutti e non sia solo dell'autore.

«anch'io in sorte ho avuto una croce la Croce

la più abietta la benedetta

anch'io ho urlato a un cielo muto e distante

Padre perché

perché solo mi lasci in quest'ora di cenere e pianto»


Nonostante l'effettiva bipolarità tra «L'io creativo» e il «Sé razionale» l'io personale, l'unità dell'individuo umano non deve rimanere inalterata nell'esperienza del «sé», la cui differenziazione rispetto all'io si manifesta già empiricamente nelle espressioni: «conoscenza di sé», «affermazione di sé», «ricerca di sé».



© Recensione a cura di Reno Bromuro



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RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA “DENTRO UNA SOSPENSIONE”


Da qualche tempo mi chiedo se la scrittura sia altro dalla vita: mi è capitato di non riconoscere l’uomo incontrato, prima, solo nei suoi versi.

Chi è Felice Serino, un uomo il cui vissuto sembra continuamente dilatarsi in una luce cosmica e frangersi in un big-bang silenzioso? Sentimento, questo, di un continuo morire, precipitare, sprofondare, ma anche di un rinnovato germoglio che vince la morte con dolore, in un grido di luce.

Vita-morte o morte-vita: sequenza naturale, seme di vita nel cosmo e nell’uomo, oppure segno di contraddizione, come nell’amore cristiano, dove appunto la morte è inizio di una resurrezione?

E come si concilia questa particella di memoria cosmica infinita, senza tempo, con il senso di alterità, incompiutezza, ambiguità, forse, che l’accompagna? La percezione di un se stesso diviso, spiato attraverso uno specchio, copia, proiezione, fantoccio che cammina accanto (mi ricorda l’amato Sbarbaro). Ma qui la dimensione del sogno, che ritorna quasi ossessivamente in tutte le composizioni, anziché contenere una ricerca di senso, un pensiero, sembra scivolare,  galleggiare in un flutto di sangue.

E’ questo il suo mare? Il canto ha la stessa voce: poche variazioni sonore (e poche, essenziali parole) fluiscono senza pause in un’armonia siderale, monocorde, eppure mai uguale, che lambisce, sfiora senza carezze, sembra appartenere alla superficie delle cose e invece è profondamente ...dentro una sospensione.


Giancarla Raffaeli


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RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "LA DIFFICILE LUCE" , 2005 – di
Felice Serino


Nostalgia immemore

Io penso che le nostalgie che trapelano dai tuoi scritti non sono nostalgie terrene.

Si tratta unicamente di una nostalgia che sfugge alla memoria,  infatti non possiamo avere flash visivi, odori, suoni, gusti, sensazioni tattili se non in questo mondo. Non c'è un ricordo che inchioda il tempo, che languisce, che rimpiange e che rende amaro il quotidiano. Non c'è un ricordo bello e non c'è un ricordo brutto che infantilizza o rende immaturo il nostro vivere. Non c'è… non c'è, non c'è. Non ci sono regole nel mondo assoluto dell'amore da cui proveniamo, non ci sono schemi, non ci sono segni di riconoscimento, Dio si riconosce in tutto e in tutti e noi ci riconosciamo in lui. Nei cieli, per intenderci, non ci sono paletti che delimitano spazi né orologi che scandiscono tempi, l'eternità è fatta di ben altra pasta e noi non sappiamo quale. Avvertiamo solo un senso di appartenenza, un afflato, un desiderio d'infinito di quando
siamo stati intessuti nel seno materno di Dio dalla Sapienza e dalla Parola che, nell'atto del creare, han separato Creatore e creatura. E' questo distacco – a me sembra – che porta, causa in te il pathos nostalgico, immenso, senza paragoni.

E' facile e naturale che un immigrato senta il richiamo delle sue radici; tutti noi siamo immigrati e mandiamo smisurate lettere al cielo: preghiere o imprecazioni in attesa dell'immancabile ritorno.

Proveniamo da una dimensione celeste e quello che ce lo fa riconoscere è che Dio non ha mai tolto il suo amore da noi.
Siamo concittadini dei Santi e familiari di Dio catapultati su questo globo di creta per riconquistarci, nella prova, la Gerusalemme liberata, la Gerusalemme celeste e il volto di nostro Padre che bramiamo di vedere per poterci rispecchiare in lui. Già il Paradiso ce l'ha conquistato Gesù ma noi dobbiamo metterci del nostro e un giorno comprenderemo pienamente chi siamo. Per ora, nell'estasi, possiamo fare solo piccoli assaggi dell'Eden, come una goccia d'acqua che evaporando sale ma che presto ridiscende rientrando nel suo corpo.

[lettera privata]

Andrea Crostelli


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RIFLESSIONI SULLA RACCOLTA "FUOCO DIPINTO", di Felice Serino

[edizione dell'autore, 2002]

                  
Corpo di vetro


Ci sono poeti legati alla terra (e questi forse sono la maggioranza, nonostante la poesia venga dai luoghi più reconditi e inspiegabili) e ci sono poeti propendenti al cielo; sicuramente Felice Serino è di questa seconda fascia.

A volte il cielo parla con il sangue delle tue vene

più che con l'indaco delle tue arterie,

comunque sia vuole sentirsi uomo

forse solo per avvicinarsi a chi lo guarda

perché costui ci si rispecchi

perché l'umanità nel mondo

è ciò che prevale e pervade il mondo

finché ci sarà mondo,

allora il cielo non può far altro

che ripiegarsi nel gesto d'amore iniziale

e improntare continuamente la sua somiglianza

col fiato sospeso di chi attende

la perfezione finale del ricongiungersi.


E' pure vero che il cielo può rapirti o che tu contemplandolo  favorisca la sua "presa", e in quel momento d'estasi che non t'appartieni sei finalmente libero. Cosa strana, libero di essere preso, libero di appartenere a qualcos'altro che ti ama e ti sovrasta d'amore.

In questo tipo di situazione puoi sentire il tuo corpo leggero, di vetro, accessorio superfluo, e quindi… "ride la tua immagine d'aria".

E' la fusione del tuo corpo nell'immenso corpo cosmico.

Diventa una fatica sottrarsi alla luce per tornare indietro sui passi che la terra chiama a percorrere.

Quella "carne attraversa un incendio", un incendio piacevole,  pienezza per l'anima la fusione col tutto, difficile accettare che si tratti di un momento, di un solo momento dal quale però ricevi carica per affrontare il quotidiano imperniato di materia. E affrontare il quotidiano significa mettersi a servizio, soffrire per chi fa uso di L S D, del fumo, del bere e delle donne come strumento di piacere, soffrire per chi naviga nel male e non si lascia investire dalla luce, soffrire di chi abusa del potere e che, quindi, è nemico della luce.

Felice Serino denuncia la violenza, la guerra con le armi potenti della poesia, e sa cosa potrebbe aspettargli: "di certo m'imbavaglieranno / non sopportano di guardarmi negli occhi". Non scorda poeti assassinati (Dalton, Heraud, Urondo)  per strada o nei manicomi (Campana) ma non può e non vuole trattenere la forza della parola che gli esce dal di dentro.
Dichiara che la morte è sconfitta dalla luce [vedi: "Frammento (lettera di un malato terminale)"], lui, infiammato da una luce, che va oltre i suoi interessi per l'astrologia.

Puntuali, brevi, atossiche e con lampi intuitivi niente male le poesie di Felice Serino ridanno fiducia all'uomo che vuole incontrare animi trasparenti per procedere incoraggiato e sollevato nel cammino dell'esistenza.


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Clessidra in polvere


Il tempo è un'argomentazione che preme al poeta; Serino dice:
"nel sangue un tempo tuo – rotondo". Una continuità di pienezza a cui aspira, tende, come si tende alla perfezione. A me lancia l'immagine del ciclista, quello bravo dalla "pedalata rotonda", costante, mai scomposto e bello da vedere.
Costui elimina i vuoti e va spedito verso il traguardo.
Infiammare il sangue d'amore è benzina che brucia il lacido lattico alle tue gambe che vorrebbe bloccare la tua corsa.
Senza ostacoli nell'immaterialità delle cose avanzi con l'aiuto dell' angelo che "da dietro il velo / del tempo è luce al tuo passo".

Il tempo frequentemente è l'accusatore e l'accusato delle nostre irrealizzazioni. Perché allora non velarlo d'irreale?
Perché non portarlo in un altro contesto dove non sia lui a dirigere le danze bensì noi "cosmonauti di spazi / sovramentali"?! Perché non ipnotizzarlo o sognare di ipnotizzarlo?! Perché non condurlo nel nostro sogno per poterci camminare a braccetto?!

"Nel paese interiore" – aggiunge il poeta – "vivo una stagione  rubata al tempo".

Ma forse, o molto probabilmente, il tempo ideale di Felice Serino non esiste, perché egli ama guardare "all'indietro nell'imbuto fuori del tempo" e avanti "per volare fra le braccia della luce", proiezione anch'essa d'eternità.


Andrea Crostelli


[Andrea Crostelli, di Ostra (An) è pittore, illustratore, fumettista, critico artistico/letterario, poeta. Espone le sue opere in Italia e all'estero.]


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COMMENTI


Serino a mio giudizio riesce a esprimere attraverso delle visioni surrealistiche quella parte del quotidiano che si trasforma nei suoi versi in sogno, dimensione onirica, fantasia, partendo proprio da una visione dell'uomo che si spoglierà della sua essenza per entrare nella trasparenza di uno specchio, per poi alla fine essere proiettato in uno "spazio-tempo vitale", in cui lo stesso trasforma il contesto esistenzialistico in cui si è posto, anti-positivista.L' investimento ideologico  per  un  continuo  rinnovarsi  di  vita-cultura,  la sperimentazione di nuovi modi di costruire versi, l' atteggiamento anti-conservatore di un passato letterario della poesia (da fin troppo tempo contenuta in canoni intoccabili dai puristi), lo pone come personaggi indiscutibile delle avanguardie, in un esprimersi del quale l'ermetismo conosce bene i suoi confini.


Luca Rossi

                  

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Felice Serino: il poeta filosofo


Addentrarsi nelle tematiche di Felice Serino, ci porta a considerare la nostra essenza di creature in balia del senso di perdizione e di precarietà, caratteristiche salienti dell'uomo. In versi ermetici che scavano in profondità, quasi erodendo la nostra coscienza, il poeta affronta il rapporto tra il divino e l'umano, tra realtà e spirito, il contrasto tra spirito e corpo, tra sogno e mondo reale. E certo non manca  la  trattazione  della  problematica  della morte  e  dell' alienazione del vivere moderno. Cito alcune poesie a suffragare quanto detto: "In sogno ritornano", "Preghiera",  "Sospensione", "Dal di fuori", "Appoggiata ad una spalliera di vento", "Io-un altro", "Appunti di viaggio", "Nella valigia",  "Spirale". Interessante l'uso della simbologia e della metafora dello specchio nella disanima poetica del multiforme aspetto di come la mente possa percepire la realtà. A volte si mostra gnomico, umanitario e proteso alla risoluzione dei problemi sociali. Il linguaggio appare scabro e incisivo, spesso  filosofico  e  attinente  al  mondo  della  psicanalisi  e  dell' antroposofia.

Non è una poesia facile, all'inizio si presenta ostica, così intessuta di richiami culturali e stile ermetico,  ma piano piano ci avvolge nell' atmosfera sospesa del nostro essere uomini, tesi alla ricerca della verità.


Peppino Giovanni Dell'Acqua

Dai "Commenti", nel sito http://www.poetare.it/


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LA SCHIZOFRENIA DELLA FABBRICA


Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Dopo vari impieghi nel settore alberghiero e come benzinaio, ha lavorato per ben trentuno anni alla micidiale catena di montaggio della Fiat Mirafiori, a Torino.

Poeta autodidatta, “mail artista” e studioso di astrologia,vive tuttora nella capitale italiana dell’automobile. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche:
Il dio-boomerang (1978); Frammenti dell’immagine spezzata (1981); Di  nuovo  l’utopia  (1984);  Delta  &  grido  (1988);  Idolatria  di un’assenza (1994); Fuoco dipinto (2002); La difficile luce (2005); Il sentire celeste (in e-book, 2006);  Dentro una sospensione (2007).

I versi di Serino sono costruiti, non a caso, attraverso la tecnica del monologo interiore, che, spinto all’estremo, sconfina nel flusso di coscienza: i pensieri vengono riprodotti su carta così come affluiscono alla mente, saltando i nessi grammaticali, logici e cronologici.

Il poeta vuole rappresentarli in presa diretta, senza mediazione alcuna, per rendere palpabile al lettore la condizione psicologica alienata dell’operaio.

Così salta anche la punteggiatura, i piani narrativi si intrecciano, il “prima” si fonde col “poi”.

Non esiste un “tempo di fabbrica” e un “tempo di libertà”, separati l’uno dall’altro. Anche quando l’operaio è a casa con  la famiglia, a letto con la moglie, nell’intimità dell’amplesso, nella dimensione ludica del rapporto affettivo con la figlioletta, la fabbrica è sempre presente, nel pensiero, con i suoi rumori, i suoi ritmi, le sue ansie ed i suoi pericoli.

Pure il verso prende un ritmo incessante, come quello della catena di montaggio. Solo qualche enjambement consente una pausa, poi il macchinario continua a girare, costringendo l’operaio ad inseguirlo, ad adeguare i propri tempi a quelli del mostro tecnologico.

E’ questa la “qualità totale” di cui tanto si parla. L’impresa impone la propria centralità, precludendo ogni spazio esistenziale privato all’operaio, assumendo una funzione totalizzante.

Si noti, inoltre, il clima di angoscia incessante, che domina i versi di Serino.

Le  immagini  degli  omicidi  bianchi,  le  morti  violente,  che  si  susseguono in fabbrica, come lampi al magnesio, esplodono  nella sua mente, impedendogli una vita “normale”, rimangono impigliati nei meccanismi della macchina e ossessionano il poeta in ogni momento del suo ciclo vitale, che ne risulta irrimediabilmente alterato.

Su tutto (sentimenti, valori) domina il plusvalore, che Taylor diceva furbescamente di voler ridurre in un cantuccio. La produzione, secondo lui, avrebbe raggiunto vette così alte che il problema della distribuzione del plusvalore sarebbe diventato marginale.

Ma  nei  decenni  il  Pil  (Prodotto interno lordo)  è  aumentato progressivamente,  senza  che  ciò  contribuisse  ad  eliminare l’alienazione del lavoratore.

Come osserva giustamente Serino, l’operaio, anzi, resta impigliato in un nuovo ciclo alienante, “produci-consuma-produci”, diventa vittima sacrificale per un nuovo “dio-mammona”, “pedina in massacri calcolati”.

Traspare dalle poesie del Nostro (sin dai titolo delle raccolte: Il dio-boomerang; e poi nelle immagini bibliche ricorrenti: l’operaio come Cristo crocifisso, le presenze diaboliche che affiorano qua e là) una religiosità violata, tradita da un ordine sociale cinico, che calpesta persino le leggi di natura, i principi evangelici.


Antonio Catalfamo

Da: IL CALENDARIO DEL POPOLO – Poeti operai [numero
                  monografico n. 730, maggio 2008]

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         PROLETARI

                  1
                  distinzioni di classi
                  niente di nuovo la storia si ripete
                  noi pendolari voi vampiri
                  dell'industria che evadete il fisco
                  (imboscando capitali sindona insegna)
                  ed esponete le chiappe al solleone
                  sulla costa azzurra o smeralda
                  (lontani dal nostro morire -
                  in città-vortice sangue solare
                  innalziamo piramidi umane
                  per l'alba di mammona)
                  dopo aver fatto il bello e il cattivo tempo
                  (burattinai per vocazione
                  di questa babele tecnocratica)
                  averci diseredati crocifissi
                  con bulloni a catene di montaggio

                  2
                  cieche corse cronometriche
                  cottimi barattati con la salute
                  pensieri accartocciati desideri
                  condannati a morte
                  uccidi la tua anima per otto ore
                  sventola la tua bandiera-di-carne
                  produci-consuma-produci
                  per il dio-mammona per il benessere (di chi?!)
                  sei bestia per il giogo del potere
                  pedina in massacri calcolati



                  SPIRALE


                  metti la caffettiera sul gas
                  il tempo di fare l'amore
                  la casa un'isola nella nebbia
                  di ieri nella testa il grido dell'officina
                  non ti avanza tempo per buttare su carta
                  quattro versi che ti frullano nel cervello
                  la bimba vuol passare nel lettone sorridi
                  per il polistirolo ritrovatosi in bocca
                  con la torta ieri il suo compleanno
                  trepiderai ancora una volta al ritorno
                  davanti alla cassetta delle lettere
                  e la moglie a dire qui facciamo i salti
                  mortali per quadrare il bilancio
                  il borbottìo del caffè ti alzi
                  esci e penetri il muro di nebbia
                  nella testa il grido stridulo d'officina
                  a cui impigliati restano brandelli
                  d'anima e carne
                  d'un'altra settimana di passione
                  stasera deporrai la croce



                  LINEA DI MONTAGGIO


                  lo hanno visto inginocchiarsi
                  davanti alla centoventesima vettura: come se
                  volesse specchiarvisi o adorare
                  il dio-macchina:
                  46 anni: infarto - parole
                  di circostanza chi deve informare la
                  famiglia - l'attimo
                  di sconcerto poi li risucchia il ritmo
                  vorticante: come se nulla
                  sia accaduto: la produzione
                  innanzitutto




                  MORTE BIANCA


                  al paese (le donne avvolte
                  in scialli si segnano ai lampi)
                  hanno saputo di stefano volato
                  dall'impalcatura come angelo senz'ali
                  - non venire a mettere radici - scriveva al fratello
                  minore - qui anche tu nella
                  città di ciminiere e acciaio: qui dove
                  mangio pane e rabbia: dove si vive
                  in mano a volontà cieche




                  UOMO TECNOLOGICO


                  parabole di carne convertite in
                  plusvalore - l'anima canta nell'acciaio - pensieri
                  decapitati al dileguarsi di essenze: vuota
                  occhiaia del giorno dilatato:

                  coscienza che si lacera all'infinito




                  L’ANIMA TESA SUL GRIDO


                  l’anima tesa sul grido
                  dopo otto ore alla catena
                  neanche la voglia di parlare
                  davanti alla tivù-caminetto
                  e morfeo ti apre le braccia
                  (impigliàti nello stridìo
                  della macchina
                  brandelli di coscienza)
                  domani ancora una pena
                  l'anima tesa sul grido
                  del giorno
                  in spirali di alienazione




                  OLOCAUSTO


                  immolato al moloch del consumo
                  deponi la croce delle otto ore lasciando
                  brandelli di anima lungo la catena
                  biascichi parole di fumo prima del sonno e sogni
                  strappare alla vita il sorriso ammanettato
                  dal giorno tieni in vita la tua morte tra vortici
                  dell'essere e trucioli d'acciaio rovente ti farà
                  fuori una overdose di nevrosi-solitudine
                  cuore-senza-paese immolato al moloch
                  dei consumi il sangue vorticante nella babele di
                  pacifici massacri offerta quotidiana


[Le poesie si riferiscono ad un periodo compreso negli anni 80]


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VA OLTRE IL SEMPLICE VERSO O LA PURA PAROLA


Felice Serino, poeta campano e residente nel capoluogo piemontese, ha pensato bene di pubblicare le sue poesie più riuscite, tratte da quattro volumi ("Il dio-boomerang" 1978; "Frammenti dell'immagine spezzata" 1981; "Di nuovo l'utopia" 1984; "Delta & grido" 1988, in un'opera unica inserendo anche la sua ultima silloge "Idolatria di un'assenza".
Ed è proprio questo il titolo che Pino Tona in apertura così sintetizza: "Le poesie della presente raccolta non hanno metrica e non godono della musicalità della rima: ubbidiscono solo all'estrosità della penna matura dell'autore che ha avuto il pregio di far scandire senso e doppio senso senza mai stancare la sensibilità del lettore".
Giustamente, è la maturità dell'autore che si erge a vele spiegate in una forma soprattutto particolare e suggestiva: il ritmo incessante, le frequenti parentesi, l'ambiguità, l'importanza del significante, di ciò che va oltre il semplice verso o la pura parola.
Ma Serino è anche poeta di "fondo", sa stare in superficie ed  è agile nel penetrare dentro, sino alla radice delle cose: "la vita: unghiata sulla carne / del cielo: un grido / rosso come il cuore"; il suo grido si alza, là dove necessita, nell'universale stordimento degli eventi: "ma sarò ancora la denuncia la voce / di chi non ha voce sarò il suo sangue che urla / la storia attraverso i miei squarci".
Bravo è il poeta nella costruzione delle frasi, le quali condite anche da opportuni enjambements invitano a lunghi respiri. Un gioco suggestivo che sottolinea il forte impegno tecnico: "gli anni che il volto grida l'amore / cristallizzato le notti che si spaccano alla volta / del cuore absidi-di-nuvole le ipotesi / di vita o voli della memoria oltre l'urlo" oppure: "tua anima di uomo-di-carta / fino a farla sanguinare nel grido / dell'inchiostro guardarti dal di fuori tra idoli / famelici che ti fanno / a brani mentre bagliori d'insegne scheggiano la / coscienza lampeggiando".
Continuando nel mondo seriniano, si nota la penna del nostro  autore affilarsi come lama e accendersi come fuoco: "da albe incancrenite  si  alzano  babeli / che  imbavagliano  il  grido /  di coscienze impiccate / a capestri di profitti" per poi subentrare una voce pacata, quasi melanconica: "detrito / dei delta ove tendi senza / foce le braccia rotte / di solitudine e sei come / giuda col tuo peso / di terra".
Il rammarico di Felice Serino, in quanto troppo premurosamente "lasciamo il posto alle macchine", nell'insensatezza di certi giorni, di una vita che forse è legata a troppe regole (lo stesso Blaise Pascal a suo tempo disse che "le leggi sono leggi non perché sono giuste ma perché sono leggi"): "al trillo della sveglia c'è chi si fa /  il segno della croce mentre al piano / di sopra un altro forse apre il giorno con una / bestemmia c'è chi sventola una bandiera / di carne e chi miete  denaro  di / sangue uno  chiude l'anno  con  un  volo / dall' impalcatura mentre la donna del magnate fa il bagno / in 200 litri di latte vedendo distratta / i cristi del terzomondo in tivù".
Il quadro poetico di questo autore, sfogliando il suo "Idolatria di un'assenza" è una continua scoperta di immagini vive viste anche al microscopio e, forse più suggestive, da un'altezza e un'angolatura sempre differenti: "li inghiottirà una fuga / di luci la città verticale / allucinata: la sua bava / di ragno che tesse latitanze" là dove l'uomo si aliena da se stesso anziché dal resto del mondo: "recita la propria morte e finge / di fingere per essere autentico".
Ed è poeta colui che piange e ride (riprendendo il caro concetto pascoliano) come un fanciullo; ma è anche colui che fra le mani si nasconde il volto nella tenera paura di riuscire a capire: "lancerà l'orso il suo / anatema / sugli uomini e la loro cecità / per non aver posto un albero tra /  sé e la sua fine".


Fabio Greco
["reportage" - n. 21/'94]


***



Carissimo, ho “letto” i tuoi due ultimi volumi di cui mi hai fatto parte: In una goccia di luce e Dentro una sospensione.
In entrambi i tuoi libri, si respira quell’aura del trascendente che pone – al primo impatto – la tua lirica nel clima della grande spiritualità  del  nostro  tempo,  che  attinge  al  metafisico,  ai colori/sentimenti nella loro massima espressione, dei valori assoluti, in cui riscontriamo il senso ed il sublime della vita – della nostra esistenza.
La “luce” di cui tu parli, ed a cui tendi, attraversa ogni tua parola, e rappresenta l’inizio e la proiezione del tuo pensiero e della tua visione del mondo.
Mi limito a segnalarti – a te, autore – “… ricorda: sei parte dell’ Indicibile - sua /infinita Essenza // nato per la terra / da uno sputo nella polvere”. E, altrove: “… essere e proiezione / del Sé / (per speculum in aenigmate…”
La tua problematica – che risponde ai grandi interrogativi  dell’ umanità, sul nostro globo-terraqueo, poggia sullo squarcio degl’orizzonti lontani, nella visione di un “altro” universo, a cui siamo diretti, rientra in un codice altamente significativo. E la tua scrittura così netta, stagliata, come ad es. “se nascere nella morte / è questa vita / breve sarà il vagare…” è ariosa, limpida, anche se carica di domande che ripongono nella Fede la loro risposta.

Posso dirti: continua, va avanti, procedi. La vita e l’arte vanno di pari passo.

Giuseppina Luongo Bartolini

24 maggio 2009 [lettera privata]



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Critica al libro “In una goccia di luce” di Felice Serino.
A cura di Luca Rossi.
Febbraio 2009.



Incentrato sulla psicologia dell’ Io, tra interiorità-esteriorità, tra morfologia del corpo (il pre-essere che si fa uomo, il quale si relaziona successivamente col mondo), il biennio 2007-2008 vede il poeta  dare  alla  luce  queste nuove liriche,  riaffermando  il  suo indagare su ciò che è temporalità e realtà.
Già la prefazione di W. Blake anticipa quello che sarà il  corpus poetico che vede la “bellezza dell’essere” risiedere nel mistero ancestrale del creato.
Quell’essere che non porta al suo interno il mistero stesso, è un individuo che acquista scarso valore. E’ questo che pare voglia affermare Serino ribadendo le parole di A. Crostelli nella lirica che apre la silloge.
Un mistero dentro il quale si racchiude il bello e il brutto di ciò che è umano e non trascendente, per chi volesse pensare ai versi del poeta solamente alla luce dei lumi del cristianesimo.
Un mistero che è regione spazio-tempo indeterminata, in cui anche i sogni hanno un loro ruolo (vedi: “In sogno ritornano”): “…amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati…// si affaccia nel tuo sogno bagnato/ quel senso di perdizione…”.
Riflettori da cui diparte una luce “insostanziale”, che ci permette di vedere il “non-vissuto” o ciò che non si vorrebbe scrutare perché figlio della paura “…luce verde della memoria/  scuote la morte…”, come afferma in “Insostanziale la luce”.
Una luce che diviene il punto di partenza incentrando il  discorso antropologico intrinseco nel vissuto di ognuno: “…sostanza di luce e silenzio/ sapore dell’origine…”, da “Lacera trasparenza”.
Entrare nel mistero vuole dire entrare nella luce: “…camminare nel mistero a volte/ con passi non tuoi…”, da “Entrare nella luce”.
Mistero come sinonimo di fragilità dell’essere e brevità del tempo, o fortezza di entrambi.
Il concetto viene mirabilmente espresso in quelli che potrebbero ritenersi i versi centrali di tutta l’opera, riportati in “Se ci pensi”: “capisci quanto provvisoria/ è questa casa di pietra e di sangue/ dove tra i marosi il tempo/ trama il tuo destino di piccolo uomo?…//…mentre ti ripugna/ il disfacelo lo scandalo/ della morte il salto nel vuoto”.
Come non riandare ai versi della Dickinson scritti per la morte del nipotino Gilbert?
Incostante, poco convincente la chiusura della poesia “Mondo”, dove  colui  che  scrive  sembra  smentire  tutta  una  filosofia
etico-morale appartenente al suo modo di concepire l’immagine dell’essere che detesta il mondo. Eppure è proprio in “quel” mondo che nasce l’uomo descritto da Serino, anche se proveniente da bagliori indefiniti. E’ proprio lì che il mistero di un amore-odio ha valore solo se entrambi coesistono.
Non  ci  potrebbe  essere  amore  se non esistesse  odio.  Non ci potrebbe essere odio se non esistesse amore. Binomio indissolubile senza il quale tutto sarebbe utopia, anarchia del pensiero collettivo, sempre che non si varcassero le porte del trascendente.
Che il suo dichiararsi contro la guerra sia la ragione che sublima il pensiero umano è cosa scontata, ma non reale nella sua pienezza, perché è in quello stesso uomo che il bene e il male convivono.
Così come in “Sic transit…”. Ma questa è la realtà dell’uomo contemporaneo. Aggrapparsi all’effimero o costruire il suo dominio sulla roccia. Probabilmente l’abile penna del poeta vuole portarci a fare un salto di qualità nell’apprendere il suo professare.
Un salto di qualità che è didattica. Perché questo è il fine ultimo della poesia, anche se talvolta difficile da concepire.
Una  poesia  fine  a  se  stessa,  con un costrutto essenzialmente “vuoto”, è infruttuosa. Deve sussistere una poesia invece in grado di farci volgere lo sguardo alle “coordinate dei sogni -  e/ l’insaziato stupirsi della vita/ da respirare su mari aperti// - che tenga lontano la morte”, da “Nel segreto del cuore”.
La morte, la morte…Altra descrizione di un paesaggio tanto forte quanto quello della vita. Il passaggio dalle tenebre alla luce può essere violento, ma è in questo che si risveglia la coscienza di chi vive tra il bene e il male operando attraverso strumenti di discernimento, quelli dettati dalla poesia, appunto: “e tu di nuovo ostaggio della notte/ l’invito/ l’abbraccio del vuoto// parola neo-nata/ la chiami nel buio/ l’innervi in parole// la plasmi a scalpelli di luce”, da “L’invito”.
La morfologia della poesia di Serino differisce da ogni altra per il suo concatenare i puri elementi dell’anatomia umana  (sangue, nervi, fonemi, ecc.) con quelli del logos, perché la parola diventi carne ed entrambi, così terreni, così tangibili, generati da una forza a cui fare ritorno e in cui rispecchiarsi.
Non serve riportare nelle note biografiche la breve descrizione di chi sia il poeta, di quando sia nato o di ciò che abbia scritto.
Le poesie da lui scritte sono un biglietto di presentazione, il biglietto da visita dell’uomo-poeta.
Egli è l’Hermes, colui che nella mitologia greca è il dio dei confini e dei viaggiatori, di tutti noi insomma, di quella geografia che ci appartiene, corporea e del pensiero.
Dio degli oratori e dei poeti, dei pesi e delle misure. E’ apportatore di sogni, osservatore notturno, interprete.
Mercurio, nella mitologia romana.
Serino ci trasporta così dal buio alla luce, dal non-essere alla forma dell’essere.
Scruta le ombre per capire dove sia la fonte di luce che le genera, perché senza luce, non esisterebbe ombra. Ladro e bugiardo solo apparentemente in certe strofe da lui scritte al fine di riscattarci a valori assoluti a cui il nostro “uomo di domani” deve rivalutarsi dal passato.
Proveniente dalla luce, attraversando le tenebre, si (ci) indirizza verso il mistero, oltre lo stesso.
Mi permetto solo di rubare alcune parole all’amico prof. D. Pezzini, direttore della cattedra di lingua inglese e letteratura medioevale inglese presso l’università di Verona, che nel descrivere la figura del poeta gallese Ronald Stuart Thomas, scrisse in un suo libro per gli studenti universitari: “Thomas ha infatti della poesia una visione che diremmo severa e impegnata, nella quale egli traduce un percorso di scoperta personale che passa attraverso la lettura del mondo in cui vive (…) e di indagine ostinata del proprio io alla ricerca del senso ultimo delle cose.”
Questo, a mio modesto avviso, vale anche per F. Serino.

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FELICE SERINO - LACERE TRASPARENZE
Vitale Edizioni, 2010

                   
Quante strade ci sono per sfiorare l'Indicibile?
C'è quella della preghiera che risucchia l'anima dal corpo e la porta altrove per tamponare momentaneamente la ferita aperta data dall' amoroso lamento di chi desidera  ricongiungersi  pienamente  nell' eternità. E sì che l'amore forte non vuole barriere, e l'esistenza terrena invece con la sua fragilità e incompiutezza, ne ha centomila e non può liberarsene.
Anche se l'orazione appunto scosta le nuvole e più non nasconde il Suo azzurro. Questi attimi d'intimità sono il direttissimo, il treno che già assapora la meta, la stazione finale. Sono il principio ancora imperfetto dell'eternità. E gli angeli sollevano per noi lembi di cielo svelandoci l'immediato disegno quotidiano. "Partire è la vita".
                   
C'è poi la strada della creatività, del bello che accarezza il  Mistero, e questa passa per mille interrogativi con risposte sempre in corso, una lettera aperta che non chiude il contatto con un'affrancatura e una spedizione, ma lascia in sospeso tutto perché il circolo del sangue non smette di rigenerarsi.
Entrambe le strade percorre Felice Serino, e le due si intrecciano per farsi forti come una lega metallica.
La  poesia si  libra  anche  tra  LACERE  TRASPARENZE  e  diviene  preghiera. La preghiera assume quel dolce suono melodioso del bla bla dei bambini (così parla lo Spirito) e sfocia in poesia.
I piccoli sogni possono essere grandi: dipingere arcobaleni coi colori dell'amore.
Felice Serino non chiede altro.

                   
Andrea Crostelli

gennaio 2011


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FELICE SERINO, COSPIRAZIONI DI ALTROVE

                   
La cospirazione è quell'accordo segreto che serve a modificare o cambiare radicalmente una situazione. Felice Serino con la sua raccolta poetica "Cospirazioni di altrove", Edizioni  Virtuali "Il Basilisco" ci accompagna in punta di piedi, "in segreto", nella scoperta di un altrove, in quei misteri che girano attorno alla vita.
La prima poesia è una dedica dell'autore a Stephane Mallarmè,  il teorico più lucido della poesia simbolista. (Tenue rosa d'albore/nel cuore fiorite di cielo).
Serino proprio come Mallarmè sogna di evadere in un mondo di incontaminata purezza, vuole raggiungere l'anima delle cose attraverso la poesia.
E' così che l'autore si fa intermediario tra il visibile e l'invisibile, depurando il linguaggio da incrostazioni lessicali troppo rigide. Da "Ho sognato di essere trasparente": "vortico in un vento/di luce/da fenditure di un sogno/spio il mondo".
La parola si fa trionfo di purezza e riesce a radicarsi in profondità nel cuore del lettore rendendolo testimone di un repertorio intimo inesauribile.
Felice Serino trae ispirazione da frasi, concetti, pensieri di altri poeti e scrittori, rimodella a suo modo immagini e sensazioni forgiando i versi di un'autentica intensità e sincerità espressiva.
Da una frase di Erri De Luca è nata "Consapevolezza dell' essere" (..."ma il cuore che non può morire/infiniti universi racchiude").
Erri De Luca diventa così la sorgente dove Serino abbevera il suo "magma" poetico.
Anche  lo  scienziato  e  inventore  Emanuel  Swedenborg  offre involontariamente al poeta una forza creativa particolare.
Swedenborg è stato uno dei pochi a sostenere di essere in grado di comunicare con l'aldilà e in una sua dichiarazione ha rivelato: «Ho visto mille volte che gli angeli hanno forma umana e mi sono intrattenuto con loro come l'uomo si intrattiene con l'uomo, a volte con uno solo, a volte con più di uno, e non ho visto nulla in loro che differisse dall'uomo in quanto alla forma. Affinché non si potesse dire che si trattava di illusione, mi è stato concesso di vederli in pieno stato di veglia, mentre ero padrone di tutti i miei sensi ed in uno stato di limpida percezione.»
Felice Serino in "Emanuel Swedenborg" sembra entrare in contatto con lo scienziato, si affida alle sue virtù sensoriali fino quasi a supplicarlo: " lascia Emanuel che entri/ nel tuo Sogno".
La rivelazione sistematica di radici di fede prende sempre più piede nell'opera di Serino, il quale con molta umiltà si avvicina all' Assoluto chiedendo misericordia.
Il  poeta  tenta  una  personale  conquista  nell'  interiorità,  conservandone echi, trasparenze e sospensioni, conservando in segreto il "raggio verde" delle parole.
                   
Michela Zanarella

gennaio 2011

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CONSIDERAZIONI DI ANDREA CROSTELLI
SU -COSPIRAZIONI D' UN ALTROVE-

                   
Sensibilità è la parola che sento di usare per questa tua silloge. Il destino di un uomo è la solitudine della poesia. Il cammino dell'uomo è il disegno della poesia. Lo spessore dell'uomo è la forza della poesia.
Il canto delle sirene può essere bello, sembrare accattivante, ma è devastante  perchè non c'è poesia. La poesia canta dentro il silenzio che c'è fuori.
Il tempo corrode i sassi e lima la poesia per rendere la vita più pura.
                   
Un grande abbraccio!
Andrea


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associazione culturale noialtri
                   
giovedì 19 gennaio 2012
                   
Recensione: "Cospirazioni d'un altrove"
di FELICE SERINO.
Poesie, Vitale Edizioni 2011, pp. 40, edf
                   
                   
Di Felice Serino avevo già letto qualcosa su Noialtri.  La  lettura della silloge di recente pubblicazione, Cospirazioni d’un  Altrove, inviatami  dal  Direttore  A. Trimarchi,  mi ha spinta a fare delle  ricerche sull’autore, per tentare di scrivere una recensione  il più possibile obiettiva. Non è, infatti, una cosa facile anche perché spesso si teme di ferire la sensibilità di chi scrive.
Per quanto riguarda il Serino, ho visitato i siti personali e mi  sono trovata di fronte ad un autore profondamente innamorato  della poesia:  più di quanto lui stesso creda, amore che, a mio parere,  talvolta lo condiziona nella liberazione spontanea delle  emozioni.
D’ altra  parte,  è innegabile  la sua predilezione per  la  poesia ermetica e i suoi canoni. Il  poeta ermetico non vuole e non ha bisogno  di  troppe  parole  per esprimere gli stati d’animo  e  le intuizioni. Gli è sufficiente utilizzare un linguaggio raffinato e senza fronzoli  per evocare la gamma dei sentimenti e cercare di svelare il mistero  che  circonda  il  significato  della  vita,  esorcizzando  la solitudine disperata che avverte dentro di sé quasi come una fascinazione, e che lo spinge, a volte, a trovare rifugio in una sorta di misticismo espresso con versi brevi e criptici. In Serino non manca nulla di tutto ciò, ma una cosa è l’attrazione e la spontanea condivisione per la  “poesia pura”, che si esprime con termini essenziali, senza orpelli di sorta, un’altra imporsi di scrivere in un certo modo.
In verità F. Serino corre poche volte questo rischio, ma lo corre,  e ciò accade quando si lascia tentare da una specie di compiacimento nell’uso delle parole.
Per fortuna, interviene ad aggiustare tutto proprio la causa che produce l’errore e cioè l’amore per la poesia che gli canta dentro. Ecco che allora i versi scorrono fluidi, limpidi, ad evidenziare l’arte di questo autore che sembra aver trovato risposta al significato della vita, com’è possibile percepire dall’opera in esame, nella visione surreale della scoperta del mistero dell’esistenza, legato alla figura salvifica di Dio e degli angeli,: niente da perdere/ col disfacimento se oltre il fragile/ apparire sarai tutt’uno/ con l’immenso corpo cosmico/ nell’eterno girotondo dei/pianeti / nel sorriso di Dio.
È proprio in questa raccolta, composta da 41 testi e suddivisa in due parti,  il cui titolo si ispira a Paolo Coelho, che quanto detto prima, assume una connotazione più intensa. Nella prima parte, D’un Altrove,  l’autore oltre alla dichiarazione d’amore alla poesia e alla sua sublimazione nascosto starò nella rosa/ azzurra della poesia/ perché non intacchino/ i veleni del mondo/ la bellezza del cuore/, oppure: come in un sogno lucido mi vedevo/ librare oltre le nubi in levità/ l’altro lato mi appariva il versante/luminoso in forma di poesia/ un’armonia nel tempo perduta/ essa non era che il vissuto compreso/in una bolla d’aria un frammento d’eterno/, sembra ossessionato dal pensiero della morte che appollaiata sulla…..spalla dalla culla…..non dissimile dalla vita ci spinge a riflettere su cosa resterà della nostra storia scritta sull’acqua. Sono le eterne domande dell’ uomo trasformate in metafore intrise di sogno, quel sogno che riavvolge il film della vita affrancando il cuore appunto con la poesia.
Nella seconda parte, Verticalità, all’inizio, ricorre il rischio legato sempre a quella specie di suo compiacimento nell’uso delle parole: vedersi su un piano/ inclinato esistere/ sperdimento in/  lunato albeggiare/ su  deriva  dei  sogni/ Lama  della  mente/ incrinata azzurrità/ il vetro del cuore; poi, lasciandosi andare, raggiunge i livelli che rendono giustizia alle sue capacità, nel momento in cui canta: sul lago s’è alzata la luna/ dentro silenzi d’acque/ è  dolce la luce/ nel respiro/ delle foglie una smania che dilata/ abbraccia i contorni della notte/, o ancora, dinanzi all’Assoluto/ misericordia mi vesta/ di un abito di luce/ amen.
Belli e intensi anche i testi dedicati o che prendono spunto  da personaggi famosi con cui evidentemente il poeta è entrato in sintonia. Questo dimostra che è proprio il fattore empatico  che gli permette di accoglierli nella la sua interiorità per  essere in grado di continuare a  cantare il sogno: lasciami entrare nel  tuo sogno/ adesso che col soffio di Dio/ ne scrivi pagine ineffabili/…….. dalle labbra della notte stanotte/ mi pare udire……una  sinfonia da musica delle sfere.
A chiusura la lirica, Inverni, e ancora una volta, una domanda esistenziale: quanti ancora ne restano/ nel conto apparente  degli
anni/ incorniciati nella finestra i rami/ imperlati di gelo e la coltre/ candida che copre/ anche il silenzio dei morti. Immacolato manto/ come un’immensa pagina bianca/ la immagini graffiata da/ due righe di addio/ il sangue delle parole già/ rappreso mentre/ è lo spirito a spiare da un/ lembo di cielo. Sono gli ultimi due versi a dare la risposta, espressa, come sempre, da una visione surreale perché il poeta si ritrovi a vorticare in un vento di luce spiando il  mondo da fenditure di un sogno.

                   
Annunziata Bertolone, per l'Associazione Culturale Noialtri
                   
                   
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FELICE SERINO - COSPIRAZIONI D' UN ALTROVE  
(Vitale Edizioni, 2011)
                   
                   
Raccolta di versi freschi se il lettore riesce a trarre in salvo la loro caratteristica sempiterna, divisa in due parti, nella prima, ch’è intitolata “D’un Altrove”, l’invito a ricontattare un patrimonio immateriale appartiene a meccanismi di riflesso, intrattenibili addentrandosi nel tempo massimo per fare parte di una logica da messa in posa. La grazia nel lavorare col Pensiero è una costante dell’Esistenza, avendo abbastanza Amore da far passare davanti, essendo a capo di una  Pazienza resa intraducibile dall’umanità stessa. Il trasporto cosmico risente della bellezza dell’essere sovrani sulla propria pelle seppur impotenti nella rivisitazione dell’intelletto coniugato all’imponenza del Passato, quel non dare più battaglia ai riferimenti straordinari del moto globale. Il lessico è raccolto nell’emotività predestinata al vago, al vaglio degli elementi armonici di cui non ci si  accorge più immediatamente se non con un bagaglio di sapienza per rendersi autentici e meno imitabili. Nella seconda parte,  dal titolo “Verticalità”, il poeta continua a mantenere la sua posizione contando su nessuna competizione, con una  sensibilità che s’inorgoglisce nella contrazione delle evidenze, domini racchiusi in personaggi romanzati tra le parole di mobilità fisica, dolorosa, protesa verso titoli e poteri soporiferi, di un incantesimo incalcolabile. Lo stato di comprensione assorbe una silenziosità di eventi usati singolarmente, intorno all’autore permane quel minimo di pressione atmosferica indecifrabile, che non le permette la collocazione della sua normalità in termini introspettivi, subendo quasi le precipitazioni di una sacralità appuntita, eppure ai punti nodali del giorno è necessario proteggersi dagli strumenti dell’imprescindibile, attesi non come fossero un univoco scherzo della Natura per testare della serenità in citazioni maturate per un’analisi dell’Inconscio logicamente inaridita per compiuta estasi. La composizione è votata al divenire profetico, d’accarezzare con la speranza di star bene dentro di sé, col cuore che batte e ne sei così certo che te lo ricordi spaesato dinanzi agli ostacoli che si levano con un soffio d’aria, che rappresentano il senso del volersi bene, dispiegato, consumato.
                  

Vincenzo Calò