Recensioni 2014 e oltre

 

Recensione a "Nell'infinito di noi" di

Felice Serino (di Giovanni Perri)



 


È un circolo vizioso la poesia. La parola
cattura, "t'apre il terzo occhio, parla all'orecchio del
cuore". Ci consegna quest'immagine in bellezza Felice Serino,
nel suo ultimo lavoro "Nell'infinito di noi" nuovo e-book
pubblicato da poesieinversi.it (ottobre 2016) : "il terzo occhio":
per dirci che due non bastano, forse; per darci un pianto più
forte; per far convergere immagine ed immaginazione nell'orbita
della sua lente lirica: che ha qualcosa di raro nel panorama odierno
e cerca un battito acuto, che arrivi pungendo, svelandoci, all'apice
di una luce altra, indicibile. Perché è così che si compone,
tutta nel segno della rivelazione, questa poesia sintomatica che ha
voglia di condurci, o piuttosto attirarci in un riflesso di luci e
voci quasi catartiche, dolenti e salvifiche, tra veglie e sonni,
ricordi e presagi, affanni e gioie a ricucire la vita in un'epifania
di interni: dove risiede il cuore, appunto, malato d'amore per la
vita, che batte e sente e più ancora "vede" in quel sentire.
Perché è cantata, così a volte persino come ammonimento, la vita
altrimenti sconfinata, nei "muri di casa che abitano il vuoto",
nelle "code di cometa a cui s'attaccano in sogno i bimbi",
persino "nei fondi di caffè", profondi anch'essi nel "mare
del sogno che è la vita che si lascia vivere". E mai è temuta
questa vita, che Serino ausculta mite, persino in limine, in
quell'ora sospesa guardata dritta negli occhi, perché: "non
serve prodigarsi più di tanto / non restano che spoglie l'anima è
già via / nell'ora sospesa / fisseranno compunti quel viso di
marmo / mentre il tuo presente ha chiuso la porta / il pugno o la
palata di terra / con la benedizione dell'officiante poi / a
tavola com'è uso per dire la vita / continua / qualcuno forse già
alticcio / leggerà con deferenza / alcuni tuoi versi trovati in
tasca / restano in rete briciole di te. Ed eccolo nel viale della
dimenticanza l'abbrivio invocato, alfabeto dell'acqua e del
sangue, a ricordarci che la vita è questo scrigno pieno di palpiti
lasciati sulla riva a brillare, perché il tempo se ne curi e lo
riservi in ogni autunno che si ripete, dentro lo scricchiolio di una
semplice foglia, accartocciati e incolumi, nell'Infinito di noi;
ecco l'enigma che s'invola, per impigliarsi nel vento, per
essere vento sulla rotta del cielo, per accogliere "in vaghezze di
luna l'erratico cuore" o per trovare la "piuma d'angelo"
nascosta dentro la parola. E la parola galleggia, deambula talora
specchio e vertigine, bottiglia nell'oceano e bussola di morte e
vita, ed è già un fiore dalle radici d'oro, uscito dalla bocca
del cielo, per esplodere. E forse l'esplosione è amore che ci
piove addosso, scaglia a scaglia abbracciandoci, affratellati
nell'unico destino, tremebondo, immenso.


Giovanni Perri

 

http://poesiaurbana.altervista.org/recensione-nellinfinito-felice-serino-giovanni-perri/

 


 

 

 

SEGNALAZIONEVOLUMI = FELICE SERINO

 


-Felice Serino - "Nell'infinito di noi" - 2015 - 2016 -
www.poesieinversi.it -2016


Felice Serino, nato a Pozzuoli e residente a Torino, autodidatta, è' un
poeta che ha ottenuto numerosi consensi critici e che ha vinto molti
premi letterari. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia. 
Gestisce svariati siti su Internet di ottimo livello e qualità,
che ospitano poeti anche prestigiosi. E' stato tradotto in otto
lingue.
In "Nell'infinito di noi", che accoglie una
presentazione di Giovanni Perri ricca di acribia, Serino continua ad
elaborare la sua personalissima e originale ricerca letteraria.
La
raccolta è suddivisa in due sezioni, entrambe costituite da
quarantacinque componimenti, "Lo sguardo velato" e quella
eponima.
Se la poesia è in se stessa sempre metafisica, si deve
mettere in evidenza che, di raccolta in raccolta, Felice riesce a
produrre componimenti collegati tra loro che, oltre ad essere
"metafisici", sono connotati sempre da un forte alone, o ancora
meglio, da un'aurea di sorprendente misticismo postmoderno.
Il
suddetto si può evincere, sia in testi che hanno come oggetto o
tematica figure tratte dall'immaginario religioso, come il Cristo o
gli angeli, sia quando il poeta proietta la sua vena trascendente in
situazioni del tutto quotidiane, nelle quali l'io - poetante e le
varie figure protagoniste, dette con urgenza, sono in tensione
appunto verso l'infinito (e qui giocano un ruolo importante le
tematiche della nascita e della morte).
Un accentuato senso del
sacro caratterizza "Nell'infinito di noi". Esso qui trova la
sua espressione estrema, rispetto alle raccolte precedenti del
Nostro, nelle quali già si notava.  
Il poeta sembra
suggerirci, con il titolo della raccolta, che noi esseri, come
persone, pur vivendo sotto specie umana, per dirla con Mario Luzi,
già nel nostro transito terreno siamo infiniti e che le nostre anime
sono immortali.
I componimenti sono tutti connotati (e non
potrebbe essere altrimenti per quanto già affermato), da sospensione
e magia che si realizzano nei versi icastici, veloci e
leggeri.
Stabile è la tensione verso il limite nella ricerca
dell'attimo in senso heidegeriano, della vita oltre il tempo degli
orologi.  
Così Serino produce tessuti linguistici pieni di
illuminazioni e spegnimenti, nei quali è visibile una luce, che è
appunto quella di una realtà soprannaturale, che si proietta
tout-court in quella delle nostre vite, restituendoci una notevole
carica di senso.
Particolarmente affascinante, nella sezione
eponima, la poesia intitolata proprio "Nell'infinito di noi",
nella quale sono stabili visionarietà, sospensione e dissolvenza.
In
questa il tu, al quale il poeta si rivolge, e del quale ogni
riferimento resta taciuto, è Nina, una figura che, nell'incipit,
volteggia nelle stanze viola della memoria. Qui si evidenzia una
forte tensione attraverso una parola sempre raffinata ed
avvertita.
Particolarmente alto il verso "apparire o entrare
nello specchio/ dell'essenza", nella quale è presente una forte
valenza ontologica. Nella seconda breve strofa della composizione il
tu afferma che qui siamo affratellati nel sangue con la terra e la
morte.
Poetica mistica, dunque quella di Serino, la cui cifra
essenziale è quella di una parola che scava in profondità per
riportare alla luce l'essenza dell'esistere in tutte le sue
sfaccettature.
*
Raffaele Piazza

http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.it/2016/10/segnalazione-volumi-felice-serino.html

 

 

 

 

 

RECENSIONE SU -IL CONVIVIO-

 

n. 60 - gennaio-marzo 2015

 

 

Felice Serino, D'un trasognato dove (100 poesie scelte), (libro edito dall'ass. Culturale Rosso Venexiano, pp. 124, euro 12,00)

 

"... e ti sorprendi a chiederti chi sei", scrive Felice Serino nella poesia Sconnessione. Questa domanda indiretta accompagna volutamente tutta la silloge. D'un trasognato dove, dove il dove trasognato traspare durante il sogno. Infatti, in altre due poesie: "Dal di fuori" e "In sogno ritornano", scrive: siamo come volti che galleggiano sulla superficie di un sogno, in sogno sovente ritornano amari i momenti del vissuto ... emerge dai fondali dell'inconscio... I momenti del vissuto, scrive Serino e non i momenti di questo vissuto. C'è un dilatarsi dell'essere in uno spazio-tempo, come dice lo stesso poeta nella poesia "Senza titolo": al di fuori di me - io stesso luogo-non luogo mi espando, per cui questi momenti non appartengono ad uno spazio  e ad un tempo definiti, ma al "lago del mio spirito". Il lago con la sua forma ben definita che raccoglie l'acqua per sussistere, come l'Essere accoglie lo Spirito con la sua memoria animifica e eternizza. In "Maya" chiarisce meglio questa idea affermando: il di qua non è che proiezione nel prisma azzurro del giorno e la perfezione è la carne che si fa spirito... ecco, la luce nella carne si oscura... la luce verde della memoria scuote la morte... Come non pensare a Platone e al suo mito della caverna, dove le immagini che appaiono reali non sono altro che il riflesso di un'altra realtà. Quindi, la verità non è nel riflesso che appare reale perché essa ha delle zone opache, ma nella fusione del singolo spirito con l'immenso corpo cosmico, dove tramite il sogno l'irreale tende a rivelarsi reale, cioè l'eco spirituale suona la sua nota più alta : la poesia, Io pensiero dilatato a spolverare le stanze dell'oblio... sulle pareti la memoria metteva in luce emozioni dipinte su volti che furono me. Il poeta ritrova il filo di Arianna che gli permette di risalire il tunnel che conduce alla luce, quella luce che come egli stesso dice: nella carne si oscura, aspettare di nascere, uscire da una vita a rovescio.

Ebbene, la realtà temporale presente farà ritenere sempre l'altra realtà un rovescio, ma è proprio il presente che raddrizza la realtà che, pur nelle sue apparenti deviazioni è lineare per permettere di immergerci nell'eterno-presente. Felice Serino se la pone come domanda: e si è immersi in un eterno presente? L'umana presenza crea il dubbio, quel dubbio che come scrive Descartes conduce alla presa di coscienza dell'esistenza. Ricorrenti nelle sue poesie sono le parole-simbolo: sangue, occhi, luce, sogno... sono parole che manifestano la sua ricerca, una ricerca compagna e guida. Ed egli come poeta-profeta guida se stesso e i lettori a percorrere i meandri dell'anima alla ricerca di un'immanenza che giustifichi la contingenza. Il Poeta riesce con fluidità linguistica a rendere visibile quello che egli stesso definisce: ... e certo la fiamma che dentro ci arde sottile, ma c'è come scintilla di quella luce che riesce a manifestare nonostante il velo.

 

         Pina Ardita

 

 

 

 

 

SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

Felice Serino – Trasfigurati aneliti--Edizioni virtuali il basilisco - Poesiainversi.it - 2015 – pagg. 49


La nuova raccolta di poesie di Felice Serino, nato a Pozzuoli e residente a Torino, poeta pluripremiato, tradotto in sette lingue e che su internet dirige diversi blog e siti, si colloca sicuramente come il momento più alto della sua fertile e copiosa produzione.
Cifra essenziale, che connota la poetica del Nostro, di raccolta in raccolta, è una vena originalissima che parte da una visione del sacro, visto sia in maniera trascendente che immanente.
Serino si pone nei confronti della realtà, del mondo, del cosmo, che nella nostra contemporaneità spesso diviene caos, inizialmente come creatura che anela ad un essere superiore tramite una religiosità che supera e va oltre le forme confessionali e ritualistiche della Chiesa.
Sono spesso nominati da Felice Dio, Gesù, la Madonna e soprattutto gli angeli, ma il poeta non cade nel dogmatismo, credendo in un amore interessato per Dio, in un rapporto con Lui non mediato, tipico dei mistici, e che trova la sua realizzazione, il suo inveramento proprio attraverso, le sue poesie, che presentano unitarietà del discorso e coerenza.
Proprio in questo modo e in tal senso egli da creatura si eleva a persona, che vive criticamente in una società, relazionandosi con essa secondo una sua personalissima visione del mondo.
Tema essenziale del suo riflettere in versi è quello dell’amore per la vita, che lo porta ad una certa forma di ottimismo.
Per Serino l’esistenza umana è degna di essere vissuta e anche la morte non è considerata come la fine di tutto, ma come il passaggio dalla transitorietà all’eternità.
Non solo i contenuti sono originali nel poiein dell’autore, ma anche la forma dei suoi testi in massima parte brevi.
Il poeta attraverso gli occhi si rivolge alle cose che lo circondano, che vengono trasfigurate in versi, divenendo cariche di senso e di pathos.
Ecco dunque il sentire di Serino in "Trasfigurati aneliti", che esprime la stabile tensione del poeta verso l’universo e anche verso il microcosmo.
Il libro è costituito da 45 componimenti tutti forniti di titolo e non è scandito in sezioni,
"Trasfigurati aneliti" potrebbe essere letto come un poemetto vista la sua unitarietà e tutte le poesie che lo compongono fluiscono in lunga ed ininterrotta sequenza e sono risolte in un unico respiro.
S’incontrano diversi interlocutori in questa raccolta, ai quali l’io-poetante si rivolge, figure che sono Dio, Gesù, gli angeli e anche esseri terreni dei quali ogni riferimento resta taciuto.
Una vena epigrammatica connota il dettato del poeta che pratica una poesia neolirica.
Si notano precisione, velocità, leggerezza, icasticità, grazia e armonia nel versificare di questo autore.
A volte il tema del sacro si coniuga con quello della classicità, in versi sempre luminosi e controllatissimi.


Raffaele Piazza
 

 

http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.it/2015/03/segnalazione-volumi-felice-serino.html#comment-form

 

 

 

 

il sasso nello stagno di An Gre

 

collaborativo di poesia, arte e dintorni a cura di Angela Greco

 

 

 

D’un trasognato dove (100 poesie scelte) di Felice Serino letto da Angela Greco

di Angela Greco

 

 

Felice Serino poesia-

 

D’un trasognato dove è la nuova silloge poetica di Felice Serino, realizzata in collaborazione con l’Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano; cento poesie scelte nell’ambito di una vasta produzione sensibile ai temi dal sociale allo spirituale, sempre esternata con caratteristica gentilezza e partecipazione. La scrittura poetica di Felice Serino è breve, incisiva, toccante, colta e colma di richiami a quella sfera dell’esistenza da cui tutti proveniamo e a cui tutti torneremo. La forte spiritualità dell’autore è un balsamo per il lettore, che anche in questa scelta di testi, può incontrare se stesso e l’altro da sé in versi sintetici, dotati di forza e passione, particolarmente efficaci in relazione alla generazione poetica di chi li sta affidando alla carta.

 

Il testo assomiglia ad un cielo serale (e credo non a caso la copertina) punteggiato da stelle – cento – tutte volte all’attesa e alla metaforica vista del giorno, della maggior luce, di quella nuova prospettiva a cui lo stesso autore anela e che può essere intesa come un’armonia cosmica in cui ciascuno finalmente sarà in grado di comprendere quello che in questa vita gli è precluso. Felice si interroga ed interroga in questi versi, scuote la tranquillità, ricorda, condivide e soprattutto spera, percorrendo una strada a cui il lettore è invitato, fornendo finanche le domande necessarie per incamminarsi su questa via. E la poesia è il mezzo per seguire questo itinerario introspettivo.

 

L’ultima parte del testo, quella che raccoglie poesie dedicate, fa battere il cuore con tono maggiore, riconsegnando il lettore alla storia e alla società attuali; nelle ultime pagine la voce dell’autore si rivolge ai vari destinatari con tutta l’umanità dei suoi anni vissuti, affiancando figure di santi e di giovani, che hanno lasciato fortissimi insegnamenti, quasi a voler idealmente segnare gli estremi entro cui includere tutta la vita stessa dell’uomo, dal punto di partenza alla meta finale. [Angela Greco]

 

 

 

Poesie tratte da D’un trasognato dove di Felice Serino

 

Altra veste

 

un vedermi lontano

io che vesto parole

di carne

alfabeti di sangue

da me lontanissimo

ché ad altra

sembianza anelo

per voli su mondi

ultraterreni

 

§

 

Cielo indaco

 

confondersi del sangue con l’indaco

cielo della memoria dove l’altro-

di-te preesiste – sogno

infinito di un atto d’amore

 

§

 

Senza titolo

 

al di fuori di me –

io stesso luogo-non-luogo –

mi espando

 

di cerchi concentrici è il lago

del mio spirito: sasso gettato

dal capriccio della musa

 

fremito d’acque e stelle

 

§

 

Alta Engadina

 

diario [mentre “mi” scrivo spiando

il mondo da qui tra terra e cielo]

 

è il caso di dire

un bianco

da ferire gli occhi

la parete del

ghiacciaio

riflettente una luce

quasi

ultraterrena

 

a bucare la notte

-mentre qui

mi scrivo

 

§

 

In divenire

 

appoggiato alla spalliera

d’aria del divenire

tu –

arcoteso

futuro anteriore o

tempo che ti mastica

sangue del pendolo

 

§

 

Un appiglio

 

giorni sui precipizi

vivendo

in braccio a capricci del vento

 

…un appiglio sarebbe il cielo

a rinascere

in echi d’inchiostro?

 

§

 

Sospensione

 

un camminare nella morte dicevi

come su vetri non conti le ferite

aspettare di nascere uscire

da una vita-a-rovescio

 

riconoscersi enigma dicevi

di un Eterno nel suo pensarsi

 

*

 

Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Autodidatta. Vive a Torino. Copiosa e interessante la sua produzione letteraria (raccolte di poesia: da Il dio-boomerang del 1978 a La luce grida del 2013); ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. E’ stato tradotto in sette lingue. Intensa e prolifica la sua attività redazionale visibile anche on-line. Scrive su vari blog. (dal testo)

 

 

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2015/02/09/dun-trasognato-dove-100-poesie-scelte-di-felice-serino-letto-da-angela-greco/

 

 

 

 

FELICE SERINO

D'UN TRASOGNATO DOVE

 

Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano, 2014,

Pagg. 128, Euro 12

 

 

 

Felice Serino (classe 1941) è campano di Pozzuoli, autodidatta, vive a Torino, vanta una "copiosa e interessante" produzione letteraria, è noto in Italia ed è tradotto all'estero. Giordano Genghini nella prefazione a D'un trasognato dove, indica il tentativo che il Poeta rivolge alla ricerca di un oltre "inesprimibile", che conduce al Divino, uno sforzo entro cui si rifugia.

La raccolta comprende componimenti brevi o di media lunghezza, dai versi sciolti dal metro variabile generalmente raccolti in strofe; si rivolge in prima persona a un interlocutore in modo confidenziale. L'assenza dell'interpunzione e delle maiuscole, tranne eccezioni, può disorientare. Sono citati (con iniziale minuscola) Kandinsky, Van Gogh, sindrome di Stendhal, San Sebastiano, i Maya. Frequente è l'uso di alcune parole come specchio (d'acqua, di cielo, di vetro), luce, arco, sogno; la voce inglese unforgettable, alcuni termini specifici informatici e scientifici, o esoterici. Il libro si articola in cinque sezioni che procedono in maniera conseguente, così da disegnare un itinerario spirituale ben preciso che giova ripercorrere, per meglio conoscere l'Autore (Di palpiti di cielo, Del trasognare, La parola che fiorisce e dintorni, Dell'impermanenza, Dediche).

Il suo cuore non pomperà sangue ma palpiti di cielo, etere, anzi, luce. Egli si confonde negli spazi siderali e pur nella sua piccolezza, si sente prossimo al Creatore dell'universo. Novello Ulisse viaggia nei cieli facendosi voce di Dio, così spiega che il Figlio s'è fatto crocifiggere per fare posto all'amore. In attesa di una seconda rinascita di Dio in terra, il Poeta vorrebbe risorgere come particella di cielo, pur fra ostacoli per emendarsi. Mi pare irriverente mettersi nei panni di Dio, o semplicemente stravagante: "in verità ti dico/ l'Albero di sangue/ virgulto di mio Figlio/ il Giusto/ si è ingemmato/ ed espande nei secoli le sue radici/ in un abbraccio totale" (pag. 20).

Il trasognare, è la conseguenza del bagno di luce, in una ricchezza di colori, in una contemplazione che eleva lo spirito, in cui ci si fonda con le particelle cosmiche e divine. Ma l'uomo-poeta ha anche visioni terragne, del vivere quotidiano, fra cui fanciulli giocare, ma anche relitti come bare sommerse nel mare, i migranti del Mediterraneo ne sanno qualcosa. I sogni sono "un'oasi di pace" che ci portano fuori di noi stessi, si dispiegano nel profondo dell'anima, come segno di salvezza. Felice Serino travolto dai vortici, tra acque e stelle, si sente stordire "in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto/ che non vorresti mai fossero stati/ si affaccia nel tuo sogno sudato/ quel senso di perdizione/ incarnato nel figlio/ prodigo che fosti/ emerge dai fondali/ dell'inconscio dove naviga il sangue/ e tu non puoi disfartene" pag. 39.

Il Poeta considera la meraviglia della parola che fiorisce, che diventa poesia sui fogli di carta; che ci permette costruzioni fuori dal Sé e permette di padroneggiare la materia. In una sorta di estraniazione sente di ritrovarsi nel mistero, in tanti io diversi, nuotare badando di non soccombere dinanzi al male; ma sa che la vita è anche un morire a poco a poco, così commenta: "ti coniughi ad un presente che s'infrange/ dove l'orizzonte incontra il cielo/ e ti sorprendi a chiederti chi sei/ oggi da specchi rifranto/ e moltiplicato/ mentre il tempo a te ti sottrae" (pag. 85).

L'ultima sezione comprende dediche, in una sorta di discesa in terra, un doveroso riconoscimento di impegno affettivo, religioso e civile; così alla moglie, a Elio Pecora leggendo Sandro Penna, a Karol Wojtyla, Simone Weil per la sua solitudine, a Dino Campana, David Maria Turoldo, a Madre Teresa, J. L. Borges, Padre Pio; ai ragazzi vittime del sistema: così Iqbal "portatore dei diritti dei bambini lavoratori" ucciso nel 1995, così Davide vittima stradale, Carlo Acutis stroncato dalla leucemia, Nkosi Johnson morto perché nato sieropositivo; anche ai migranti di Lampedusa; e infine "a tutti i carcerati e alla loro metà".

Felice Serino con D'un trasognato dove, credo offra una poesia cosmica. Erige mattoni per superare i limiti umani e pure quelli spirituali. Il suo dove emerge da "profondità oniriche", forse perché ha trovato il divino dentro se stesso, pertanto invita a spendersi per gli altri; tuttavia esprime oracoli alla maniera della mitica Pizia.

 

                                                          Tito Cauchi

 

Da POMEZIA-NOTIZIE - febbraio 2015

 

 

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Felice Serino, "D'un trasognato dove"

(Ed. Associazione Salotto Culturale Rosso Venexiano)

 

 

E' caratteristica essenziale in molti poeti la ricerca di una dimensione altra, per lo più disgiunta dalla materialità delle cose e allocata in un empireo che simboleggia la spiritualità, l'amore, il sacro. Questa ricerca indubbiamente parte innanzitutto da se stessi, nel prodigarsi a dragare nei labirinti della propria anima lacerti e spiragli di luce, di speranza, e di tutti quei valori che possano elevare la persona alla dimensione celeste, avvicinandola a quella meta che nel progetto della creazione può chiamarsi anche paradiso. E' innegabile che ogni uomo tenda a superare, e a superarsi, quelle barriere fisiche e materiali che in qualche modo gli consentano di raggiungere, o almeno tendere, ad una certa realizzazione di sé, che non sta tanto in una mera e statica acquisizione di beni materiali, quanto nell'agognare quella famosa "felicità" o stato di grazia che sia, che soddisfi non solo il corpo, ma anche e soprattutto l'anima e il cuore.

Che poi questa ricerca venga estrinsecata, seguita e sviluppata anche in modo creativo ed artistico, nella fattispecie tramite la poesia, è segno di sensibilità personale non indifferente, in quanto l'artista, il poeta, ha il coraggio di mettere in chiaro ciò che gli scaturisce da dentro, ciò che gli detta il cuore. In un mondo in cui i modelli predominanti sono il rivestirsi di corporeità e di ricchezze materiali, da seguire come obiettivo primario della quotidianità, un canto elevato alla purezza dei cieli sembrerebbe anacronistico se non addirittura bambinesco: c'è altro a cui pensare nella vita di tutti i giorni, c'è da sbarcare il classico lunario e non c'è spazio per intime riflessioni trascendentali. Ma il poeta è e resta sempre un puro d'animo, egli vede sempre al di là del velo opprimente che copre il mondo di grigio e di organigrammi, sente il discorso della natura e lo fa proprio, nonostante tutte le ottenebrazioni e i frastornamenti offerti dalla pubblicità più subdola. Si tratta di liberarsi da ogni falsità terrestre, e questo al di là di ogni tipo di religione, chè è primario in noi, nell'uomo, questo senso vago, indeterminato ma sussistente, dell'al di là, inteso come luogo sublime ed eternamente pervaso di gioia, pace e felicità. Si tratta di raggiungere l'empireo, appunto, ricostruire l'antico filo di resistente speranza che, in fondo, c'è qualcosa di vero oltre la dimensione materiale dell'uomo.

Felice Serino è dunque uno di questi poeti che vede e che sente: "insaziata parte / di cielo / vertigine della prima / immagine / e somiglianza / vita / lacera trasparenza / sostanza di luce e silenzio / sapore dell’origine / fuoco e sangue del nascere" ("Lacera trasparenza"); sostanza di luce che permea tutta la sua raccolta poetica "D'un trasognato dove", inesauribile canto di ricerca dell'"oltre", assidua ed appassionata narrazione poetica del suo cercare quel "dove" che possa riscattare il senso materiale della vita, che possa nobilitare l'uomo.

"In una goccia di luce / s’arresterà questo giro del mio sangue / lo sguardo trasparente riflesso / in un’acqua di luna / sarò pietra atomo stella / mi volgerò indietro sorridendo / delle ansie che scavano la polpa dei giorni / delle gioie a mimare maree / nullificate di fronte all’Immenso / allora non sarò più / quell’Io vestito di materia / navigherò il periplo dei mondi / corpo solo d’amore / in una goccia di luce": è il testo iniziale della raccolta di Felice Serino, testo emblematico che in qualche modo concentra e riassume la sua idea progettuale, e poetica, di un distacco dalla materialità al fine di trovare e provare, svestito di materia, quel nocciolo di verità assoluta, quei sentimenti puri non più inquinati o compromessi dalle implicazioni del corpo. Si tratta dunque di un discorso poematico di lungo respiro, tutto intriso di alta religiosità, una religiosità che richiama sicuramente la fede cristiana, pur non citando direttamente situazioni, fatti e personaggi della dottrina classica, ma traendo da essa i riferimenti più sinceri e puri: "- e gli esecrabili / delitti e la vita / tradita? / e il sangue innocente? / -non ricordo: in verità ti dico / l’Albero di sangue / virgulto di mio Figlio / il Giusto / si è ingemmato / ed espande nei secoli / le sue radici / in un abbraccio totale" .

La raccolta poetica di Felice Serino "D'un trasognato dove" è divisa in cinque parti: "Di palpiti di cielo", "Del trasognare", "La parola che fiorisce e dintorni", "Dell'impermanenza", e "Dediche".

Pur mostrando una complessiva omogeneità di progetto, costituita essenzialmente dalla trama religiosa di cui sopra, che lega internamente tutte le composizioni della raccolta, nella quale l'autore riesce ad estrinsecare e a sviluppare esaurientemente tutta l'ispirazione primaria attorno alla quale si addensa il suo dettato, in mille diverse angolazioni, la quinta parte, "Dediche", si discosta alquanto dal tema; si tratta qui di poesie ognuna "dedicata" ad un personaggio particolare (tra cui anche la moglie), che hanno evidentemente colpito la sensibilità del poeta, muovendolo ad esprimere considerazioni e riflessioni dal contenuto veramente nobile e importante, come ad esempio nella poesia dedicata ai migranti: "uscire / dal porto -il cuore in mano- / issare la vela della / passione / dietro lo stridulo / urlo dei gabbiani / tra le vene bluastre del cielo / foriero di tempesta / squarciare / nel giorno stretto / il grande ventre del mare / che geloso nasconde / negli abissi / i suoi figli" ("La ricerca" – Ai migranti di Lampedusa).

La scrittura poetica del Serino si presenta decisa, fluida, chiara, priva di tentennamenti espressivi e di vaghezze retoriche; è d'altra parte una scrittura non priva di un certo sapore lirico, e strutturata sulla base di versi brevi, in cui ogni termine, ogni parola, è fortemente risuonante.

Ne risulta complessivamente una raccolta di sicuro spessore poetico, interessante, propositiva oltre che riflessiva, che certamente induce nel lettore attento ottimi spunti di ulteriori considerazioni sia sul piano religioso che sul piano sociale.

 

Giuseppe Vetromile

3/1/15

 

http://taccuinoanastasiano.blogspot.it/2015/01/dun-trasognato-dove-raccolta-di-poesie.html

 

 

 

 

 

 

 

 

Recensione a “D’un trasognato dove” di Felice Serino (Giovanni Perri)

25 ottobre 2014

 

 

 

Capita raramente di imbattersi in poeti in cui vocazione lirica e pensiero filosofico si fondono così perfettamente da riuscire saldati in un unico corpo come in Felice Serino, la cui voce è tanto più seducente quanto maggiormente risulta isolata nel panorama contemporaneo. Egli rappresenta, forse, la continuità, nel solco di una tradizione tipicamente novecentesca, di pensare la  poesia come antitesi e attrito con la modernità e filtro da cui trascendere nel segno d’una rivelazione;   in lui, senso del tempo e dello spazio, spiritualità e vita, verità intangibile e immanenza, mistero,  trovano la medesima via su cui la poesia accomoda il sentimento, insieme umano e divino, d’essere in sé origine e fine di tutto; e nel mezzo, ricerca passionale e tensione dell’amore puro; (Amore: altissimo e di sangue, lamento quasi siderale degli occhi, fiume alle mani ): dove quel sentimento arriva  e la voce si espande, e l’umore improvvisa emozioni che non trovano il punto, oppure lo invocano sapendo che un urto, anche il più invisibile, può farsi carico di tutta quanta la specie dei sogni di cui è composta la vita.

leggere sull’acqua

lettere storte

camminare nel mistero a volte

con passi non tuoi

nella parusia entrare nella luce

goccia

che si frange nel sole

– che contiene un mondo

Impresa affatto anodina dunque, introdurre Serino: farne passare il battito, la folgorazione; additare nel segno delle sue epifanie, come volendo scottarsi: sentirsi addosso la luce, vivida e sanguigna di un verso che trasloca bucandoci. Perché viene sempre nel segno della carne la sillaba che in lui svanisce: questa croce di vento sulla pelle. E sono spasmi. Cieli a difendersi. Occhi per seminare: amore per la parola sorgiva da cui bagnarsi e bere, a piene mani, quasi fossimo noi quel punto imprendibile l’altrove, che cuce il corpo alla memoria e tace, profondo e innato silenzio:  

sangue del pendolo

tempo-maya dagli occhi

di giada

capovolti

nell’oltre è cuore

del sole abisso

di cielo – antimondo

C’è in Serino un’attitudine all’amore che è soglia, dunque, attracco e mancamento: visionarietà al limite del corpo, come una metafisica della bellezza. Una specie di vizio a perdere la vista per meglio pensare. Viene in mente Democrito; e Borges che lo nomina nel buio. Nelle sue tanto aeree apprensioni, Serino ausculta pungendo, sembra quasi addirittura ch’egli tiri dalla vena una goccia di lontananza e ne faccia presenza aromatica, unguento a lenire ferite. Sono sempre afflizioni, le sue, da cui sgorga dolcezza: l’essere qui e altrove come dato fondante d’una vita:

un vedermi lontano

io che vesto parole

di carne

alfabeti di sangue

da me lontanissimo

ché ad altra

sembianza anelo

per voli su mondi

ultraterreni

Il preziosissimo volume appena pubblicato (d’un trasognato dove)  porta quest’attenzione al luogo come segnale viatico, sintomo d’attraversamento, quasi paura: l’attesa di un dove che ci tiene, mi piace dire, anatomicamente, nel nervo della poesia, in un flusso cosmico, segnato a ferite, di tempo e spazio, appunto, e di memoria:

giro di luna bivaccante nel sangue

baluginare d’albe e notti

che s’inseguono

dentro il mio perduto nome

per le ancestrali stanze un aleggiare

di creatura celeste

che a lato mi vive nella luce

pugnalata

 

Oppure ancora:

espansione a irradiare

poesia a labbra

di luce

indicibile fiore

del sangue

Quale che sia il trasognato dove, quel che posso dire è che qui l’amore s’avverte, terragno e trascendente, nel segno di una luce vivida e irrisolta, cavata dall’occhio di un uomo sospeso, solo e multiplo,  invocata e  assolta nel dono di un verso pulsante, tangente, bellissimo, quasi tenuto nel fiore di un enigma e consegnato al tempo, come un bacio dato alla terra, questa sacra parola illuminante.

Ecco forse Serino è tutto questo, o tant’altro che ancora non so; che ancora non m’è dato di sapere.

 

Giovanni Perri (aka Aguaplano)

 

 

http://poesiaurbana.altervista.org/recensione-dun-trasognato-dove-felice-serino-giovanni-perri/

 

 

 

 

 

 

 

 

D’un trasognato dove – 100 poesie

di Felice Serino

Ass. Salotto Culturale Rosso Venexiano, 2014

Pagine: 124

Costo: 12€

 

Recensione di Lorenzo Spurio

 

 

Ha memoria il mare

Scatole nere sepolte nel cuore

Dove la storia

Ha sangue e una voce. (37)

 

D’un trasognato dove – 100 poesie scelte è la nuova densa raccolta poetica di Felice Serino, poeta nato a Pozzuoli nel 1941 che da molti anni vive a Torino.

L’autore mostra di aver compiuto una meticolosa operazione di cernita in questo “canzoniere dell’esistenza”, tante sono le liriche che ne fanno parte e tante le tematiche che Serino trasmette al cauto lettore. Il fatto che esse siano state raggruppate in filoni concettuali intermedi da una parte facilita al lettore la corretta comprensione delle stesse e dall’altra consente all’opera una struttura ulteriormente compatta e costruita organicamente. È così che questi microcosmi-contenitori delle liriche di Serino si concentrano attorno a questioni che hanno a cuore il rapporto con l’aldilà, il tema celeste, il senso dell’esistere, la potenzialità del sogno, l’inesprimibile pregnanza del tessuto semantico, l’impossibilità di dire (l’impermanenza) e si chiude con un nutrito apparato finale di poesie dedicate a personaggi più o meno famosi della nostra scena contemporanea dal quale partirò.

In questo apparato di dediche si concentra il fascino nutrito da Serino verso una serie di immagini-simbolo quali quello della luce e del sogno (nella lirica dedicata Elio Pecora), il tema della Bellezza (nella lirica a Papa Giovanni Paolo II), il risorgere (nella lirica dedicata a David Maria Turoldo) e lo specchio come proiezione e frantumazione dell’io (nella lirica dedicata a J. Luis Borges). Sono queste solo alcune delle liriche che compongono questo apparato finale poiché ve ne sono varie di chiaro interesse civile che affrontano disagi e tragedie dell’oggi quali i disastri per mare dei tanti immigrati che sperano di giungere in Italia, le precarie condizioni degli incarcerati o gravi casi di violenza in cui alcuni giovani hanno riportato la morte come Iqbal Masih, tessitore di tappeti portavoce dei diritti dei bambini lavoratori che venne ucciso nel 1995 all’età di 12 anni e del quale Serino apre la lirica in questo modo: “come un bosco devastato/ intristirono la tua infanzia/ di pochi sogni” (107).

Nell’intera opera di Serino si nota una pedissequa attenzione nei confronti di isotopie, immagini costruite nelle loro archetipiche forme, che ricorrono, si susseguono, si presentano spesso perché necessarie; esse non sono solamente immagini che identificano o denotano qualcosa, ma simboli, metafore, mondi interpretativi altri: il sogno, la luce, il cielo, il Sole, tanto che permettono di considerare la poetica di Serino come celestiale proprio per il suo continuo rovello sull’aldilà, onirica perché fondata sull’elemento del sogno del quale si alimenta tanto da non poter dire spesso con certezza quale sia la linea di demarcazione tra realtà e finzione. Si penserebbe a questo punto che il tema del tempo possa essere altrettanto centrale in questa silloge di poesie dove, pure, si ravvisa un profondo animo cristiano, ma in realtà il concetto di tempo è ristrutturato da Serino in maniera meno pratica, in chiave esistenziale, come costruzione della mente umana che però risulta avere poca rilevanza nelle elucubrazioni di una mente particolarmente attiva.

Il sogno, l’onirismo e il surrealismo (citato anche nel momento in cui viene nominato il pittore catalano Dalì) sono il nerbo fondamentale della silloge dove il trasognare ne identifica l’intero percorso di formazione e conoscenza. Non è un caso che in copertina si stagli un albero frondoso e, dietro di esso, uno scenario meravigliosamente pacificante di un cielo verde-azzurro tipico di una aurora boreale che fa sognare.

Dal punto di vista stilistico Serino predilige un’asciuttezza di fondo per le sue liriche (molte di esse sono molto stringate se teniamo presente il numero dei versi), dove il poeta evita l’adozione delle maiuscole anche quando queste dovrebbero essere impiegate ed ogni forma di punteggiatura, quasi a voler rendere in forma minimale il pensiero della mente proprio come gli è scaturito. Contemporaneamente il lessico impiegato è fortemente pregno di significati, spesso anche molteplice nelle definizioni, ed esso ha la caratteristica di mostrarsi evocativo, più che invocativo (anche se alcune liriche di invocazione sono presenti) o connotativo.

Sprazzi di ricordi salgono a galla (“in sogno sovente ritornano/ amari i momenti del vissuto”, 39) ma questi non hanno mai la forza di demoralizzare l’uomo o di affaticarne la sua esistenza poiché c’è sempre quella “comunione col sole” (47) che dà forza, garanzia e calore all’uomo che sempre ricerca risposte su sé, Dio e il mondo.

 

Lorenzo Spurio

Jesi, 28-10-2014

 

 

 

http://blogletteratura.com/2014/10/29/dun-trasognato-dove-di-felice-serino-recensione-di-lorenzo-spurio/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Recensione a "Frammenti di luce indivisa" di Felice Serino (centro studi Tindari Patti, nov. 2015



 


Qualcosa illumina l'aria ed è un sentimento, la forma di un respiro accogliente che rigenera come un vento che è dentro la parola e si espande, perdendosi, in infiniti suoni a salire. S'io potessi cogliere la misura, la cifra di questo sentire che accarezza e pungola, farei senz'altro ammenda che la vita è mistero imperscrutabile, arte a proteggerci dai sogni tremolanti la notte, nel tempo di amore, appena plasmata la stanza nel corpo ritagliato da una luce di candela. Mi piace immaginarla così, tenuta da una piccola fiamma tra la mente e il cuore, la voce che in Felice Serino approda a questa comunione di sguardi fratelli, venuti a raccogliersi piano nel segno della luce calda e divina, nella sagoma d'un solo altissimo respiro:


prima del tempo


non c'era che amore


quello-che-muove


il-mondo


danza nel cielo


della Luce -pensiero


della notte


a scalzare le tenebre


"Frammenti di luce indivisa": ha questo titolo davvero bello la silloge che il poeta mette instampa affinché ci colga da subito pienezza e fragilità d'uncanto da cui discendere, o salire appunto, nel medesimo barbaglio,in un solo grande abbraccio di luce a raccoglierci, a definirci:


filtra raggio verde


dalla porta


della conoscenza


vi accede l'anima


-assetata in estasi


sanguinando amore


  


scintilla interminabile di occhi inconclusi eppure trattenuti nella stessa ferita, nella stessa livida vitalità. Poesia d'apici e di gemme, si direbbe, ricamata sul lembo dell'aurora appena senti che qualcosa diviene come un dolore che innalza, germinando, tutta la vocazione a esserci in perfetto amore: perché amore è già nell'occhio che sente, invoca, reclama l'urto d'ogni domanda; la misteriosa faccenda del cuore solo e multiplo, del Dio dei confini tra la vita e la morte:.


la vita ha in tasca la morte


-siamo noi


divino seme:


non è che un perpetuo


tramare


"cospirazioni" del nascere


miracolo d'amore


e poi ancora:


lanciarmi anima-e-corpo


contro fastelli di luce


specchiarmi


nella sua "follia"


e tu a dirmi: Lui


l'irrivelato


nasconde il suo azzurro - è


lamento amoroso


Ecco, questa dimensione spirituale, trafitta d'implacabili singulti onirici, che accompagna tutta l'opera e la tiene in bilico sull'argine tremolante di continui interrogativi; questo cercare ininterrottamente un segno, che svirgoli e sveli di qua e di là dal sogno l'intangibile immanenza del vero, immarcescibile segreto d'esser sangue nella lingua di Dio, unica strettoia possibile, nel tentativo di comprendersi d'infiniti frammenti; questo sorprendersi fieri d'ogni possibile destino, incolpevoli eppure miseri, mendici e mentitori per ricomporsi umani quanto basta:


dammi Signore


un collante di passione


-atto di fede


che snudi il giorno per


fissare nel blucielo


brandelli d'amore


pezzetti


di me


Tutto questo è rintracciabile e altro ancora, in un'opera piena di vertigini giacché densa e altissima, profondissima, surreale, dove l'irreprimibile albero    si rinnova, nominandoci:


cogliere una piccola morte


nello strappo di radice


dove altra ne nasce


dal suo grido


cogliere l'inesprimibile


di questo morire


che s'ingemma d'eterno


E' questo rinnovarsi in uno strappo,   tutto il dolore che il poeta asseconda, portandosi altrove, lievemente, arrovellandosi, dal buio staccando la parola, goccia a goccia, sterminata preghiera del cielo e del mare in un corpo che non vorrebbe peso:


non puoi spiegarlo


alla bimba dagli occhi di luna


se non l'ha mai visto prima


se non è rimasta rapita


dal ricrearsi sull'acqua


di riflessi dorati


-ed è poesia...


lei può solo sognarlo - il mare -


come una carezza di vento


salato e spazi


aperti e voli...


vederlo nel proprio cielo


alla stregua in cui s'immagina


un altrove chiamato paradiso


e ancora..


si vive


per approssimazione


si sta come


d'autunno...


di ungarettiana memoria o


dall'origine


scollàti dal cielo


a vestire la morte


... fino


al fiume di luce che


ci prenderà e saremo


un'altra cosa...


congetture


... ma lasciatemi sognare


un sogno che non pesa


Ecco: vorrei poter concepire una lettura che ne rievochi il battito; la sublimata cadenza dei versi a punteggiare un cielo nel cuore; vorrei restituire il movimento, nudo, degli occhi, a spalancare ogni possibile umore del sangue; vorrei poter dire con Serino che anch'io "da fenditure di un sogno/ spio il mondo; e forse anch'io vorrei "preesistere" all'amore, "gabbiano nel fondo degli occhi",   "veleggiato impastato di luce", sparire come "chi in sogno segua una successione di stanze" e uccelli vede uscire dalla testa e "nel becco i versi d'una vita". Ma poco rende il mio occhio, lo so; poco la mia parola che invoca le viscere e anche il mio sangue coltiva il fiore che non so dire. Così attendo alla capacità dei singoli d'innamorarsi d'un fiore di poesia; al sentimento di chi gli accosti l'orecchio, perdendosi quanto basti ad ascoltarne il battito perché ne ricavi unguento e bussola, donde un filo di luce tremebonda gli dia la formula che il poeta aveva tra i versi nascosta, mentre    saliva sanguinando in bellezza la poesia.


Giovanni Perri





http://poesiaurbana.altervista.org/recensione-frammenti-luce-indivisa-felice-serino-centro-studi-tindari-patti-nov-2015/














 

 

 

FRAMMENTI DI LUCE INDIVISA

di Felice Serino

 

 

       Il titolo di questa raccolta di poesie di Felice

Serino è un ossimoro. Indiviso è, letteralmente,

ciò che non è stato diviso, che non è possibile

frazionare. Eppure, qui, la "luce" è stata ridotta

in "frammenti". Dunque, sembra esserci una

contraddizione nel titolo, il quale, tuttavia,

suggerisce il tema fondamentale che attraversa

tutta la silloge, e cioè la difficoltà di

rappresentare, di tradurre in parole, in versi ciò

che si dà solo nascondendosi e che lascia di sé

delle tracce, dei "frammenti" restando

"presenza" inespressa, unità indivisibile e

inafferrabile nella sua pienezza, nella sua

misteriosa, "oscura" luminosità. E qui

l'ossimoro caratterizza la natura della "luce":

di essere essenza aletheica 1), manifesta e, al

tempo stesso, ineffabile. Fuor di metafora, la

"luce" è la creazione, la poesia stessa ed è la

bellezza che essa emana, in quanto sorgente da

cui  sgorgano le immagini, le visioni, i lampi che

aprono al poeta il cammino lungo i "bui corridoi

di parole dove/ una quartinabalenante e poi

indistinta/ vuol farsi luce ma quasi per sfida/

inafferrabile si fa/ gioca a nascondino con lui

preso/ di sorpresa nei suoi vortici...ahi!/

sprovveduto poeta che non sa/ raccogliere in

tempo un sangue vivo". Questi versi, insieme

con altri testi, appartengono alla sezione "Ladro

di parole": titolo che, se da un lato, sintetizza

quell'impossibilità di cogliere pienamente la

Bellezza, la quale è "spirito vitale" che nutre la

sua vena creativa e gli "ribolle" dentro come

sangue, dall'altro lato, indica il "mestiere" del

poeta, il quale, sognando e agognando

l'irraggiungibile meta, si ritrova a percorrere e a

inoltrarsi nel bosco del linguaggio in cerca delle

parole più adatte a rendere l'amore e la passione

che lo governano e che egli tenta di catturare, di

sottrarre, di strappare all'oscurità che sempre

incombe lungo i sentieri della creazione.  Ma ciò

che egli coglie sono appunto i "frammenti" di

una "luce" che filtra tra i rami inestricabili dell'

impenetrabile foresta dei segni che, diventando

simboli, partecipano di quella oscurità luminosa,

di cui rimandano appena un lucore che non

lascia rifulgere l'angelica bellezza, in virtù della

quale il nostro poeta si sente trascendere senza

però che riesca ad esprimerla. ("a trascendersi

in me/ è forse un angelo/ (...) mi asseconda/ a

snudare la bellezza/ da frammenti di parole e

suoni/ qui nel mio sangue/ ecco si leva il fiore/

che non so dire"). In Serino, il desideriod'infinito

è più forte del dolore, del senso d'impotenza, del

sentirsi preda del caos degli eventi. Una grande

fede lo sorregge nel faticoso cammino

esistenziale e non lo fa desistere dalla ricerca

dell'assoluto, dal quale l'atavica caduta ha

allontanato l'uomo gettandolo nel "mare-mondo",

in una distanza che sembra incolmabile.

Ristabilire il contatto col cielo è possibile "se il

precipitare/ in se stessi è in vista di risalita".

Fede e speranza permeano questa silloge, ma è

la poesia a determinare quello slancio verso

l'infinito. Perché essa è brama, è quella

sehnsucht, quel tendere, alla maniera dei

romantici, verso qualcosa d'inattingibile che, per

Serino, è la "luce indivisa" della creazione:

l'origine divina da cui tutto si è generato e verso

cui tutto tende a ritornare. Ed è quell'oltre, dove

"non c'è ombra", dove la visione sarà chiara;

dove, secondo l'insegnamento di San Paolo,

guarderemo "faccia a faccia" e non più "per

speculum in aenigmate". Lì, l'uomo conquisterà

la piena conoscenza, prenderà posto nella verità,

si riconoscerà parte del Tutto che è in lui. Sarà

come specchiarsi nell'Aleph, in quell'unità, in

quel principio, in quel punto che per Borges è

l'inizio, il tutto, la fine. E, dunque, secondo

l'intuizione di Serino, la vita e la morte non sono

l'una il contrario dell'altra, e viceversa; non si

contraddicono; anzi, è dalla morte, dalla

creazione ex nihilo che scaturisce la vita, e

perciò "la vita non è prima/ della morte". 

 

        Questo stretto legame tra la vita e la morte

è presente, soprattutto, nella prima sezione: "Di

luce indivisa", che riprende il titolo della raccolta.

In parallelo con la morte - con la quale la vita si

accompagna ("la vita ha in tasca la morte") e che

è il tessuto di cui la vita stessa è fatta, un

"perpetuo/ tramare/ "cospirazioni" del nascere"

- è il tema del dolore: "non solo quello/ da carne-

urlo animale/ ma sublimato", sentito, vissuto

soprattutto come sacrificio, nello spirito e sull'

esempio del Cristo, come "Passione per la porta

stretta": quella che, come c'insegna il Vangelo,

conduce alla vita e alla salvezza. La figura del

Cristo è ricorrente ed è presente nei martiri della

cristianità, in Agostino, in Madre Teresa, in Gino

Strada, ai quali Felice Serino dedica alcuni testi

appassionati, densi di spiritualità. E non manca,

accanto alla fede, alla fiducia piena nel Signore,

al quale egli chiede di plasmarlo secondo il Suo

volere offrendosi ai Suoi piedi come "sgabello

di gratitudine", la terribile domanda dell'uomo

del nostro tempo: quel "Grido" d'angoscia e di

risentimento, al tempo stesso, lanciato forte

verso il cielo e rivolto a un Dio assente o

indifferente di fronte alle immani tragedie e ai

mali che affliggono questo nostro povero

mondo. Un "Grido" che, per la sua carica di

dolore e di sgomento, tanto ricorda l'urlo di

Munch. Esso si ripete più volte, come se volesse

percuotere e scuotere le addormentate coscienze

e sollecitarle  a "rigenerarsi nell'urlo/ della

Croce". E quest'urlo che sembra squarciare il

silenzio di Dio, scostare il velo del mistero, fa sì

che il nostro poeta si affidi all'angelo custode

perché lo "aiuti a scalzare/ ogni giorno la morte",

si senta sollevato dalla precarietà del vivere e si

abbandoni al sogno fino a contemplare il "fiume

di luce" oltre la morte, la quale egli  finisce

per negare, nella certezza di essere da sempre

nella mente di Dio e, dunque, di godere già di

una vita eterna, alla quale è impossibile morire.

In Serino, il sogno ha questa funzione

"rivelatrice", escatologica, ma è anche il tuffo

nel passato, il nostalgico "ritorno" alla "verde

età fuggitiva", che il poeta "rivive" in "lampi di

visioni".

 

      Non mancano in questa raccolta le poesie a

tema sociale. In "Hikikomori", "l'oriente/ dove

cresce la luce" si perde con la poesia del mondo

dietro "le spalle" dei ragazzi che, fagocitati dalla

rete informatica, s'illudono di vivere esperienze

reali senza rendersi conto di "precipitare" nel

vuoto dei rapporti virtuali, di vivere "vite separate

tra l'ombra e l'anima", ovvero, quella condizione

di «solitudine multipla» che il sociologo Aldo

Bonomi ha sintetizzato efficacemente nel

concetto di uomo glocale, condannato alla

solitudine, pure essendo a contatto con tutto il

mondo attraverso il sistema di comunicazioni in

cui è immerso. In "Borderline", il poeta rivolge

uno sguardo pietoso ai miseri, ai diseredati, ai

poveri "cristi" traditi dalla vita, prima ancora che

dall'indifferenza degli uomini. Nell'ultima sezione:

"Dediche e trasfigurazioni", sono ricordati eventi

tragici (l'11 settembre), le vittime per la giustizia,

e personaggi, ovviamente cari al poeta, come

l'amico Flavio, i poeti Ungaretti, Alda Merini,

Rimbaud, Whitman; lo scrittore Hemingway; il

filosofo mistico Swedenborg; l'attore James

Dean; S. Francesco. E ritornano gli emarginati

nella figura del clochard, "puntato a dito/ quest'

uomo fatto/ torcia/ per gioco". In questa silloge,

che può essere considerata una "biografia" dell'

anima del nostro poeta, troviamo, proprio tra le

dediche, una poesia in cui egli parla di sé, del

proprio "male di vivere" che riesce a respingere,

a ricacciare indietro, come un "satana",

trovando la forza nella nuova luce dello sguardo

dell'anziano con il quale si accompagna e i cui

semplici gesti, un sorriso, una parola gli fanno

riscoprire il senso e il piacere della vita. E questa

riscoperta è la meta, che dà inizio e valore al

cammino dell'uomo e del poeta Felice Serino.

 

 

         (Guglielmo Peralta)

 

 

1) il termine è mio, derivato dal greco aletheia: svelamento, rivelazione, nel

senso heideggeriano di non essere nascosto dell'ente.

 

 

       Il titolo di questa raccolta di poesie di Felice

Serino è un ossimoro. Indiviso è, letteralmente,

ciò che non è stato diviso, che non è possibile

frazionare. Eppure, qui, la "luce" è stata ridotta

in "frammenti". Dunque, sembra esserci una

contraddizione nel titolo, il quale, tuttavia,

suggerisce il tema fondamentale che attraversa

tutta la silloge, e cioè la difficoltà di

rappresentare, di tradurre in parole, in versi ciò

che si dà solo nascondendosi e che lascia di sé

delle tracce, dei "frammenti" restando

"presenza" inespressa, unità indivisibile e

inafferrabile nella sua pienezza, nella sua

misteriosa, "oscura" luminosità. E qui

l'ossimoro caratterizza la natura della "luce":

di essere essenza aletheica 1), manifesta e, al

tempo stesso, ineffabile. Fuor di metafora, la

"luce" è la creazione, la poesia stessa ed è la

bellezza che essa emana, in quanto sorgente da

cui  sgorgano le immagini, le visioni, i lampi che

aprono al poeta il cammino lungo i "bui corridoi

di parole dove/ una quartinabalenante e poi

indistinta/ vuol farsi luce ma quasi per sfida/

inafferrabile si fa/ gioca a nascondino con lui

preso/ di sorpresa nei suoi vortici...ahi!/

sprovveduto poeta che non sa/ raccogliere in

tempo un sangue vivo". Questi versi, insieme

con altri testi, appartengono alla sezione "Ladro

di parole": titolo che, se da un lato, sintetizza

quell'impossibilità di cogliere pienamente la

Bellezza, la quale è "spirito vitale" che nutre la

sua vena creativa e gli "ribolle" dentro come

sangue, dall'altro lato, indica il "mestiere" del

poeta, il quale, sognando e agognando

l'irraggiungibile meta, si ritrova a percorrere e a

inoltrarsi nel bosco del linguaggio in cerca delle

parole più adatte a rendere l'amore e la passione

che lo governano e che egli tenta di catturare, di

sottrarre, di strappare all'oscurità che sempre

incombe lungo i sentieri della creazione.  Ma ciò

che egli coglie sono appunto i "frammenti" di

una "luce" che filtra tra i rami inestricabili dell'

impenetrabile foresta dei segni che, diventando

simboli, partecipano di quella oscurità luminosa,

di cui rimandano appena un lucore che non

lascia rifulgere l'angelica bellezza, in virtù della

quale il nostro poeta si sente trascendere senza

però che riesca ad esprimerla. ("a trascendersi

in me/ è forse un angelo/ (...) mi asseconda/ a

snudare la bellezza/ da frammenti di parole e

suoni/ qui nel mio sangue/ ecco si leva il fiore/

che non so dire"). In Serino, il desideriod'infinito

è più forte del dolore, del senso d'impotenza, del

sentirsi preda del caos degli eventi. Una grande

fede lo sorregge nel faticoso cammino

esistenziale e non lo fa desistere dalla ricerca

dell'assoluto, dal quale l'atavica caduta ha

allontanato l'uomo gettandolo nel "mare-mondo",

in una distanza che sembra incolmabile.

Ristabilire il contatto col cielo è possibile "se il

precipitare/ in se stessi è in vista di risalita".

Fede e speranza permeano questa silloge, ma è

la poesia a determinare quello slancio verso

l'infinito. Perché essa è brama, è quella

sehnsucht, quel tendere, alla maniera dei

romantici, verso qualcosa d'inattingibile che, per

Serino, è la "luce indivisa" della creazione:

l'origine divina da cui tutto si è generato e verso

cui tutto tende a ritornare. Ed è quell'oltre, dove

"non c'è ombra", dove la visione sarà chiara;

dove, secondo l'insegnamento di San Paolo,

guarderemo "faccia a faccia" e non più "per

speculum in aenigmate". Lì, l'uomo conquisterà

la piena conoscenza, prenderà posto nella verità,

si riconoscerà parte del Tutto che è in lui. Sarà

come specchiarsi nell'Aleph, in quell'unità, in

quel principio, in quel punto che per Borges è

l'inizio, il tutto, la fine. E, dunque, secondo

l'intuizione di Serino, la vita e la morte non sono

l'una il contrario dell'altra, e viceversa; non si

contraddicono; anzi, è dalla morte, dalla

creazione ex nihilo che scaturisce la vita, e

perciò "la vita non è prima/ della morte". 

 

        Questo stretto legame tra la vita e la morte

è presente, soprattutto, nella prima sezione: "Di

luce indivisa", che riprende il titolo della raccolta.

In parallelo con la morte - con la quale la vita si

accompagna ("la vita ha in tasca la morte") e che

è il tessuto di cui la vita stessa è fatta, un

"perpetuo/ tramare/ "cospirazioni" del nascere"

- è il tema del dolore: "non solo quello/ da carne-

urlo animale/ ma sublimato", sentito, vissuto

soprattutto come sacrificio, nello spirito e sull'

esempio del Cristo, come "Passione per la porta

stretta": quella che, come c'insegna il Vangelo,

conduce alla vita e alla salvezza. La figura del

Cristo è ricorrente ed è presente nei martiri della

cristianità, in Agostino, in Madre Teresa, in Gino

Strada, ai quali Felice Serino dedica alcuni testi

appassionati, densi di spiritualità. E non manca,

accanto alla fede, alla fiducia piena nel Signore,

al quale egli chiede di plasmarlo secondo il Suo

volere offrendosi ai Suoi piedi come "sgabello

di gratitudine", la terribile domanda dell'uomo

del nostro tempo: quel "Grido" d'angoscia e di

risentimento, al tempo stesso, lanciato forte

verso il cielo e rivolto a un Dio assente o

indifferente di fronte alle immani tragedie e ai

mali che affliggono questo nostro povero

mondo. Un "Grido" che, per la sua carica di

dolore e di sgomento, tanto ricorda l'urlo di

Munch. Esso si ripete più volte, come se volesse

percuotere e scuotere le addormentate coscienze

e sollecitarle  a "rigenerarsi nell'urlo/ della

Croce". E quest'urlo che sembra squarciare il

silenzio di Dio, scostare il velo del mistero, fa sì

che il nostro poeta si affidi all'angelo custode

perché lo "aiuti a scalzare/ ogni giorno la morte",

si senta sollevato dalla precarietà del vivere e si

abbandoni al sogno fino a contemplare il "fiume

di luce" oltre la morte, la quale egli  finisce

per negare, nella certezza di essere da sempre

nella mente di Dio e, dunque, di godere già di

una vita eterna, alla quale è impossibile morire.

In Serino, il sogno ha questa funzione

"rivelatrice", escatologica, ma è anche il tuffo

nel passato, il nostalgico "ritorno" alla "verde

età fuggitiva", che il poeta "rivive" in "lampi di

visioni".

 

      Non mancano in questa raccolta le poesie a

tema sociale. In "Hikikomori", "l'oriente/ dove

cresce la luce" si perde con la poesia del mondo

dietro "le spalle" dei ragazzi che, fagocitati dalla

rete informatica, s'illudono di vivere esperienze

reali senza rendersi conto di "precipitare" nel

vuoto dei rapporti virtuali, di vivere "vite separate

tra l'ombra e l'anima", ovvero, quella condizione

di «solitudine multipla» che il sociologo Aldo

Bonomi ha sintetizzato efficacemente nel

concetto di uomo glocale, condannato alla

solitudine, pure essendo a contatto con tutto il

mondo attraverso il sistema di comunicazioni in

cui è immerso. In "Borderline", il poeta rivolge

uno sguardo pietoso ai miseri, ai diseredati, ai

poveri "cristi" traditi dalla vita, prima ancora che

dall'indifferenza degli uomini. Nell'ultima sezione:

"Dediche e trasfigurazioni", sono ricordati eventi

tragici (l'11 settembre), le vittime per la giustizia,

e personaggi, ovviamente cari al poeta, come

l'amico Flavio, i poeti Ungaretti, Alda Merini,

Rimbaud, Whitman; lo scrittore Hemingway; il

filosofo mistico Swedenborg; l'attore James

Dean; S. Francesco. E ritornano gli emarginati

nella figura del clochard, "puntato a dito/ quest'

uomo fatto/ torcia/ per gioco". In questa silloge,

che può essere considerata una "biografia" dell'

anima del nostro poeta, troviamo, proprio tra le

dediche, una poesia in cui egli parla di sé, del

proprio "male di vivere" che riesce a respingere,

a ricacciare indietro, come un "satana",

trovando la forza nella nuova luce dello sguardo

dell'anziano con il quale si accompagna e i cui

semplici gesti, un sorriso, una parola gli fanno

riscoprire il senso e il piacere della vita. E questa

riscoperta è la meta, che dà inizio e valore al

cammino dell'uomo e del poeta Felice Serino.

 

 

         (Guglielmo Peralta)

 

 

1) il termine è mio, derivato dal greco aletheia: svelamento, rivelazione, nel

senso heideggeriano di non essere nascosto dell'ente.

 

 

 

Felice Serino,

Frammenti di luce indivisa (poesie scelte)

letto da Angela Greco

 

 

 
Frammenti di luce indivisa- poesie scelte è l'ultima opera di Felice Serino pubblicato dalCentro Studi Tindari-Patti (ME) nel mese di novembre 2015 (dellostesso Autore Il sasso nello stagno di AnGre ha ospitato anche la precedente raccolta poetica uscita nel 2014).
 
Il testo è articolato in cinque sezioni
(Di luce indivisa; Dai cieli del sogno; Ladro di
parole; In divenire; Trasfigurazioni e dediche) comprendenti una
selezione di testi poetici che abbraccia i temi emblematici della
poetica di Felice Serino: lo spirito, il rapporto con Dio, il proprio
vissuto e la propria età, il sociale, ovvero quei motivi vicini ed
universali che hanno colpito la sensibilità del poeta e che egli ha
voluto "fermare" sulla carta. Sono attimi, frammenti appunto,
catturati tra le esperienze quotidiane del corpo e dell'anima,
momenti che Felice Serino vive profondamente e restituisce al lettore
alla luce della sua esperienza del mondo. Quindi frammenti di luce
non divisa, unita, indivisa appunto, come recita il titolo, perché
ogni cosa, ogni persona, ogni incontro con l'umano e con il
l'oltre-umano, per Felice è parte del tutto, è scintilla, raggio,
che fa parte di quella luce maggiore qual è la Vita, intesa nel suo
tratto terrestre e nel suo prosieguo oltre la stessa. E anche la
Poesia diventa un modo di partecipare ad un progetto più grande del
mero scrivere, di quell'atteso emozionare che principalmente è
chiesto ad una poesia, divenendo in questo caso strumento di crescita
soprattutto spirituale; elemento, quest'ultimo, in cui l'autore
si ritrova pienamente.
 
E' una poesia dal tono asciutto, dal verso breve (come già nella precedente 
silloge di cui abbiamo avuto modo di apprezzare qui su questo blog), incisivo 
e colmo di studio, di preparazione sull'argomento, come ad esempio
quando 'parla' Sant'Agostino a pag.23 (Si dice di Agostino),
dove il poeta dimostra di aver ruminato il fatto filosofico,
rendendolo in parole comprensibilissime, semplici come di francescana memoria.
 
Una nuova scelta dipoesie, dunque, quest'ultima di Felice Serino,
dove non dispiace trattenersi e perdersi, approfondire e apprendere,
accompagnati pagina per pagina dalla matura serenità dell'autore,
che emerge in una dolcezza che non lascia non indifferente il lettore.
(Angela Greco)
 
*
poesie tratte da
Frammenti di Luce indivisa (Centro Studi Tindari-Patti, 2015)

 

 

Frammenti di luce indivisa- poesie scelte è l'ultima opera di Felice Serino pubblicato dalCentro Studi Tindari-Patti (ME) nel mese di novembre 2015 (dellostesso Autore Il sasso nello stagno di AnGre ha ospitato anche la precedente raccolta poetica uscita nel 2014).

 

Il testo è articolato in cinque sezioni

(Di luce indivisa; Dai cieli del sogno; Ladro di

parole; In divenire; Trasfigurazioni e dediche) comprendenti una

selezione di testi poetici che abbraccia i temi emblematici della

poetica di Felice Serino: lo spirito, il rapporto con Dio, il proprio

vissuto e la propria età, il sociale, ovvero quei motivi vicini ed

universali che hanno colpito la sensibilità del poeta e che egli ha

voluto "fermare" sulla carta. Sono attimi, frammenti appunto,

catturati tra le esperienze quotidiane del corpo e dell'anima,

momenti che Felice Serino vive profondamente e restituisce al lettore

alla luce della sua esperienza del mondo. Quindi frammenti di luce

non divisa, unita, indivisa appunto, come recita il titolo, perché

ogni cosa, ogni persona, ogni incontro con l'umano e con il

l'oltre-umano, per Felice è parte del tutto, è scintilla, raggio,

che fa parte di quella luce maggiore qual è la Vita, intesa nel suo

tratto terrestre e nel suo prosieguo oltre la stessa. E anche la

Poesia diventa un modo di partecipare ad un progetto più grande del

mero scrivere, di quell'atteso emozionare che principalmente è

chiesto ad una poesia, divenendo in questo caso strumento di crescita

soprattutto spirituale; elemento, quest'ultimo, in cui l'autore

si ritrova pienamente.

 

E' una poesia dal tono asciutto, dal verso breve (come già nella precedente 

silloge di cui abbiamo avuto modo di apprezzare qui su questo blog), incisivo 

e colmo di studio, di preparazione sull'argomento, come ad esempio

quando 'parla' Sant'Agostino a pag.23 (Si dice di Agostino),

dove il poeta dimostra di aver ruminato il fatto filosofico,

rendendolo in parole comprensibilissime, semplici come di francescana memoria.

 

Una nuova scelta dipoesie, dunque, quest'ultima di Felice Serino,

dove non dispiace trattenersi e perdersi, approfondire e apprendere,

accompagnati pagina per pagina dalla matura serenità dell'autore,

che emerge in una dolcezza che non lascia non indifferente il lettore.

(Angela Greco)

 
*
poesie tratte da
Frammenti di Luce indivisa (Centro Studi Tindari-Patti, 2015)

 

.

 

L'angelo

 

.

 

noi lacere trasparenze

 

-sostanza di luce e di
sangue-

 

a superare d'un passo la
morte

 

.

 

 

solleva l'angelo un
lembo di cielo

 

svela l'altra faccia del
giorno

 

(pag.19)

 

 

*

 

Vortice di foglie

 

.

 

distrazione

 

del Supremo - dici -
la nostra parte

 

mancante? ovvero caduta

 

d'angelo nel mare-mondo?

 

.

 

non siamo

 

che un vortice di foglie...

 

.

 

ma se il precipitare

 

in se stessi è in vista
di risalita

 

(alla notte

 

segue il giorno)

 

.

 

allora non esiste

 

-sai- chi potrà
recidere

 

questo cordone ombelicale
col cielo

 

 

(pag.43)

 

*

 

Congetture

 

.

 

si vive

 

per approssimazione

 

.

 

si sta

 

come d'autunno...

 

di ungarettiana memoria

 

.

 

o

 

dall'origine

 

scollàti dal cielo

 

a vestire la morte

 

...fino

 

al fiume di luce che

 

ci prenderà e saremo

 

un'altra cosa...

 

.

 

congetture

 

.

 

... ma lasciatemi sognare

 

un sogno che non pesa

 

 

(pag.49)

 

*

 

Venne a trovarti la poesia

 

.

 

giunse come un vento lieve

 

a frugarti le pieghe

 

dell'anima

 

e guidandoti verso stanze

 

inconsce

 

mondi paralleli ti apriva

 

.

 

... ora sperimenti

 

il tuo daimon

 

-a divorarti

 

per sempre

 

 

(pag.72)

 

.

 

Felice Serino è nato aPozzuoli nel 1941; autodidatta. Vive a Torino.

Ha pubblicato varieraccolte: da Il dio-boomerang del 1978 a

D'un trasognato dove del 2014.

Ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono
interessati autorevoli critici. E' stato tradotto in sei lingue.
Intensa anche la sua attività redazionale.Tutta la sua opera è
visibile on-line. SESTOSENSOPOESIA feliceserino's blog è il suo
spazio in rete.

 

-

https://ilsassonellostagno.wordpress.com/2016/01/21/felice-serino-frammenti-di-luce-indivisa-poesie-scelte-letto-da-angela-greco/


 

Felice Serino - "Palpiti di cielo" - e-book - www.poesieinversi.it 2015

 

Felice Serino,  nato a Pozzuoli e residente a Torino, è un poeta che ha ottenuto numerosi  consensi critici e che ha vinto molti premi letterari. Ha pubblicato diverse  raccolte di poesia. Gestisce svariati siti su Internet di ottimo livello e  qualità, che ospitano poeti anche prestigiosi. "Palpiti di cielo", il libro che  prendiamo in considerazione in questa sede, è connotato da un linguaggio pervaso  da un forte misticismo nello sperdersi e indifferenziarsi dell'io poetante in  spazi cosmici, interspazi, galassie o anche in squarci naturalistici. La  scrittura è composta e composita, elegante e armonica e quasi tutte le  composizioni sono suddivise in strofe. Spesso c'è un tu, al quale il poeta si  rivolge, del quale ogni riferimento resta taciuto. La raccolta è costituita da  due sezioni, quella eponime e quella intitolata "La composizione della luce". La  prima composizione,  "L'indefinito", che nel suo nome riecheggia vagamente  "L'infinito" leopardiano, ha un tono programmatico, in quanto, in essa il poeta  riflette nell'incipit sulla stesso poiein, sulla poesia medesima e sulla ricerca  dell'ispirazione, cosa che avviene anche in altre composizioni: "E' nello spazio  delle attese/ nel bianco del foglio". I suddetti versi spiegano e descrivono  efficacemente il caos calmo dal quale emergono i testi poetici dopo una misurata  pausa, quasi un raccoglimento preliminare del poeta stesso. Ottima la tenuta dei  versi lunghi che Serino sa ben controllare. Ogni componimento fluisce in lunga  ed ininterrotta sequenza e tutte le poesie iniziano con la lettera minuscola,  elemento che produce sospensione e fascino, creando il senso di un'arcana  provenienza, di un ipersegno possibile e affascinante. Temi fondamentali sono  quelli della vita e della morte, il cui timore è superato tramite la  raffigurazione di paesaggi iridati come quello dove il verde grida in folti  ciuffi e gli alberi si cambiano d'abito. Nell'ambito del tema della poesia che  riflette sulla poesia stessa, anche il libro di poesia fresco di stampa può  divenire oggetto di riflessione, per il vertice di emozioni che il poeta prova  avendolo tra le mani. Non mancano composizioni di stampo religioso, che si  rifanno ai testi evangelici. Tutte le poesie sono dense concentrate e ben  risolte. E' spesso presente anche la vena di fisicità mistica, quando vengono  detti abbracci senza mani e corpi immateriali. Una natura intrisa di mistero e  stupore s'insinua nelle pagine che sembrano sottese ad un segreto antico.  Poetica che ha il pregio di essere complessa e chiara nello stesso tempo, nel  suo strutturarsi. Un tema trattato con suggestione è quello dei figli partiti  per un eldorado e ai quali si fa l'invito di reinventarsi una vita nella  fugacità del tempo. Poetica che di libro in libro brilla per originalità e  compiutezza quella di Felice.

*

Raffaele Piazza  .

http://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fantonio-spagnuolo-poetry.blogspot.it%2F&h=3AQEsZJHr&s=1

 

RECENSIONE SU IL CONVIVIO

Gennaio - Marzo 2016 n. 64

 

 

Felice Serino, Frammenti di luce indivisa, poesie, 

(ed. Centro Studi Tindari - Patti,
2015,  pp. 122, euro 10,00)

 

 

 

La silloge "Frammenti
di luce indivisa" di Felice Serino, ha caratteristiche particolari:
divisa in più parti rappresentative di tematiche complesse, richiede
al lettore un'attenta analisi delle stesse, tale da tracciare il
profilo dell'opera in maniera completa. Le liriche brevi, l'uso dei
caratteri minuscoli, la mancanza del ritmo segnato dalla
punteggiatura, rendono più efficace l'emissione dei sospiri
dell'anima del poeta, che non si sofferma a pensare, ma si abbandona
all'espressione catartica e liberatoria del proprio sé.  Una grande
amarezza pervade i versi in apertura, cosicché il lettore che ne
codifica il senso, si sente coinvolto nella profonda tristezza del
poeta che recita così: "la vita ha in tasca la morte / non è
che un perpetuo / tramare / "cospirazioni" del nascere".

 

Con questi versi, il
nostro Serino inizia la ricerca d'appiglio di fronte al "buio"
dell'anima che "... nessun canto d'angelo" conforta.
Attimi d'angoscia attraversano il suo cuore, mentre con affanno, si
chiede: "Dio / dov'era...". Poi, chiuso "nel cerchio
di dolore" esclama: "Padre perché mi abbandoni". Ma
nella sua anima, nutrita da principi cristiani, lo smarrimento è
breve: la presenza certa del Cristo, "il Giusto" immolatosi per
la salvezza degli uomini, lo invita a "rigenerarsi nell'urlo
della croce". Con ascetico slancio, Serino s'impegna a superare
i tanti inganni degli uomini  per i quali "di giuda è piena la
storia...", e accende la sua anima, attingendo agli effetti
benefici della conoscenza che definisce: "il raggio verde".
L'uomo, afferma il poeta, cerca costantemente di uscire dalle
strettoie del male e del dolore che lui stesso conosce e vive.

 

Il ritmo breve e
incalzante delle sue poesie ha come linea conduttrice il percorso
esistenziale dell'autore che, nel trascorrere del suo tempo, vede
alternarsi la luce alle ombre. L'amore per la vita, apparso fievole e
talora inesistente, riemerge nel poeta allorché esprime la sua
meraviglia per gli occhi di luna di una bimba che non ha mai visto il
mare, né ha potuto "restarne rapita / dal ricrearsi sull'acqua
di riflessi dorati". Nella dolcezza di pensieri nuovi, la morte
non gli fa più paura "se il precipitare in se stessi è in
vista di risalita" con la stessa certezza con cui  (alla notte
segue il giorno).

 

Il lettore si chiede cosa
sarà mai mutato nella vita del nostro Serino se insorge in lui il
desiderio di "riscattare le ali/.../ luce dopo luce /...".
Nel suo poetico andare ricordi e sogni s'intrecciano nella preziosità
di momenti in cui il cielo, sua massima aspirazione, è sempre
presente. Non mancano, tuttavia, momenti estatici nei quali lo
sguardo si posa sul mondo dove tutto scorre come "Nuvole vaghe",
titolo emblematico di una poesia della silloge. Tutto scorre e, in
natura, elementi diversi si fondono nell'evoluzione dell'esistere.
Immagini reali e fantastiche e "voli pindarici del sognare",
hanno origine dall'uomo e sono dell'uomo, afferma il poeta. I versi
di Serino, talora complessi, vanno interpretati dal lettore attento
che saprà fare propri la personalizzazione  di enunciati
linguistici, l'alternarsi di elucubrazioni dolenti e di sprazzi di
luce, l'uso frequente della metafora.

 

Adalgisa Licastro

 

 

 

RECENSIONE SU POMEZIA-NOTIZIE

N. 5 -maggio 2016

 

.

 

FELICE SERINO

FRAMMENTI DI LUCE INDIVISA

Centro Studi Tindari Patti (ME) 2015,
Pagg. 120, euro 10

 

 

Felice Serino è campano
di Pozzuoli, nato nel 1941; autodidatta, vive a Torino. La recente
raccolta Frammenti di luce indivisa, si divide in cinque
sezioni (Di luce indivisa, Dai cieli del sogno, Ladro di parole, In
divenire, Trasfigurazioni e dediche). La prefazione è a cura di
Lorenzo Spurio, il quale afferma che la poesia del Nostro è pervasa
dal sogno e dal surrealismo, spiega che il riferimento agli altri da
parte del Poeta, sta a indicarne il desiderio di conoscenza dell'
aldilà.

 

La prima impressione che
si ricava dalla lettura è il linguaggio sciolto e scorrevole,
colorito e a volte divertito. Assenti sono i segni di interpunzione e
le maiuscole ad inizio poesie; e presenti sono echi letterari
espressamente indicati. Ricorrente è la parola 'morte', ecco perché
perfino la bellezza di una rosa è respingente con le sue spine;
perciò mettiamo in dubbio la presenza di Dio, nondimeno sul sangue
di Cristo abbiamo costruito una comunità solidale.

 

Nella visione di Felice
Serino troviamo esempi edificanti quali Madre Teresa di Calcutta,
Gino Strada, Erri De Luca di Emergency; ci invita a riguardarci dai
falsi amici, novelli Giuda. Basti percorrere la crocifissione per
renderci cono della mutevolezza e molteplicità della tipologia
umana. Si mostra compassionevole verso i poveri, i malati di mente, i
disadattati. Un continuo confronto tra angeli e demoni  in cui è
avvenuto il miracolo della conversione del dissoluto Agostino, forse
perché Dio ha bisogno di noi; perciò conclude di affidarci alle Sue
mani.

 

L'Autore commenta che
siamo fatti di cielo, eppure ne abbiamo tagliato il cordone
ombelicale. Nell'alternarsi della vita e della morte, il Poeta si
affida al sogno. Ricorda a Nelo Risi cosa significhi amare. Con
linguaggio colorito, sulla vita considera  "se ci pensi/ vi si
entra con uno schiaffo e/ se ne esce con una/ manata di terra"
(pag. 69). Sa di esprimere parole, ma muove un rimprovero ai critici
che "ti mettono a nudo sulla pagina-lenzuolo/ ravvivano il grido
di luce/ della parola sofferta/ concepita nelle viscere" (pag.
76).

 

Felice Serino nei suoi
Frammenti di luce indivisa parla della vita, ma anche della
morte: basta raccoglierne i frammenti, ordinarli secondo "l'aleph
del poeta cieco" Jorge Luis Borges (in un infinito numerabile,
si direbbe in matematica). Il Poeta vuole dare la voce a chi non
l'ha, come nel caso degli ammalati di Alzheimer, al grido d'aiuto del
senzatetto dato alle fiamme, delle tante vittime dell'11 settembre
(2001 a New York) che gli richiamano gli anni di piombo in Italia.
Pensa all'esempio di San Francesco e a volere scacciare  da sé il
"mal du vivre". Dichiara di trarre ispirazione da Dario
Bellezza, da Nicodemo e da altri. Tiene presenti Ungaretti, Alda
Merini,"segregata incompresa crocifissa", Emanuel
Swedenborg, Rimbaud, Walt Whitman, James Dean, Hemingway; e pensa
all'amico poeta Flavio che l'ha preceduto nella "via
dell'Inconoscibile". Nomi ed eventi che cita il Nostro, possono
sembrare sbavature poetiche, nondimeno essi sono il tentativo di un
mondo ricostruito.

 

 

Tito Cauchi

 

 

 

 

SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

 

FELICE SERINO : “ LA VITA NASCOSTA” - Ed. Il mio libro – 2017- pagg. 368 - € 22,00 ----

 

 

Con una propria narrazione pacata e teneramente cucita Felice Serino (1941) riesce a realizzare volumi di poesia concepiti nel ritmo musicale corposo e ricco di sfumature , validamente sostenuto dalla sua intaccabile coagulabilità di autodidatta. Poesie scritte tra il 2014 e il 2017 , e qui sciorinate in capitoli : “trasfigurati aneliti” , “nell’infinito di noi” , “lo sguardo velato”, colmi di partecipazioni oniriche , di illusioni visive , di fragili vertigini, di aneliti di infinito , di vaghe chimere , di indicibili essenze.

“Ha un titolo davvero bello – scrive Giovanni Perri in prefazione – la silloge che il poeta mette in stampa affinché ci colga da subito pienezza e fragilità di un canto da cui discendere , o salire appunto, nel medesimo barbaglio, in un solo grande abbraccio di luce a raccoglierci, a definirci : scintilla interminabile di occhi inconclusi eppure trattenuto nella stessa ferita, nella stessa livida vitalità.”

Un tipo di poesia che fa leva sugli occhi, sulle capacità visive policromatiche degli occhi, questo organo della vista che ci permette di vedere, a volte, cose inaudite se accompagnato e potenziato dalla immaginazione. In questa poesia, da un semplice atto di osservazione, l’autore ricostruisce tutto un universo di sensazioni, di percezioni, di idee che altrimenti sarebbero rimaste nel buio del non-detto. Con la freschezza degli spazi precisi e centrati , con la tensione condivisa e affascinante degli incantamenti, Felice Serino ripropone i suoi esperimenti stilistico formali, ricchi di figure retoriche di armoniose e ampie declinazioni, mostrando le possibilità che la parola , povera e sussurrata , scopre nel fermarsi e fuggire, con levigatezza e nitore. L’alba e il tramonto, la primavera e l’autunno , l’amore e la morte , le vele e i sussulti , le nudità e i tumulti , vanno oltre il ripiegamento solipsistico, ove la superficie della tela ha la ricchezza di sinestesie e di nascondimenti coloristici, quasi a suggerire toni e controcanti in emblemi e stilemi.

 

 

*

 

ANTONIO SPAGNUOLO

FELICE SERINO : “ LA VITA NASCOSTA” - Ed. Il mio libro – 2017- pagg. 368 - € 22,00 ----

 

 

Con una propria narrazione pacata e teneramente cucita Felice Serino (1941) riesce a realizzare volumi di poesia concepiti nel ritmo musicale corposo e ricco di sfumature , validamente sostenuto dalla sua intaccabile coagulabilità di autodidatta. Poesie scritte tra il 2014 e il 2017 , e qui sciorinate in capitoli : “trasfigurati aneliti” , “nell’infinito di noi” , “lo sguardo velato”, colmi di partecipazioni oniriche , di illusioni visive , di fragili vertigini, di aneliti di infinito , di vaghe chimere , di indicibili essenze.

“Ha un titolo davvero bello – scrive Giovanni Perri in prefazione – la silloge che il poeta mette in stampa affinché ci colga da subito pienezza e fragilità di un canto da cui discendere , o salire appunto, nel medesimo barbaglio, in un solo grande abbraccio di luce a raccoglierci, a definirci : scintilla interminabile di occhi inconclusi eppure trattenuto nella stessa ferita, nella stessa livida vitalità.”

Un tipo di poesia che fa leva sugli occhi, sulle capacità visive policromatiche degli occhi, questo organo della vista che ci permette di vedere, a volte, cose inaudite se accompagnato e potenziato dalla immaginazione. In questa poesia, da un semplice atto di osservazione, l’autore ricostruisce tutto un universo di sensazioni, di percezioni, di idee che altrimenti sarebbero rimaste nel buio del non-detto. Con la freschezza degli spazi precisi e centrati , con la tensione condivisa e affascinante degli incantamenti, Felice Serino ripropone i suoi esperimenti stilistico formali, ricchi di figure retoriche di armoniose e ampie declinazioni, mostrando le possibilità che la parola , povera e sussurrata , scopre nel fermarsi e fuggire, con levigatezza e nitore. L’alba e il tramonto, la primavera e l’autunno , l’amore e la morte , le vele e i sussulti , le nudità e i tumulti , vanno oltre il ripiegamento solipsistico, ove la superficie della tela ha la ricchezza di sinestesie e di nascondimenti coloristici, quasi a suggerire toni e controcanti in emblemi e stilemi.

 

 

*

 

ANTONIO SPAGNUOLO

 

 

 

 

 

 

Così commenta Vanni Spagnoli la mia pubblicazione LA VITA NASCOSTA su ilmiolibro:
 
Forse davvero "per nessuno c'è il nulla o la morte definitiva", ma è certo che nell'aldiqua Felice Serino sperimenta, coi suoi versi, l'angoscioso passaggio tra una presenza e l'altra, tra uno ieri che lascia tracce precise che resistono agli anni ed un oggi che, troppo spesso, lascia smarriti. Poesie davvero toccanti.
 

 

*

nota di lettura a “La vita nascosta” di Felice Serino (di Giovanni Perri)


 

E’ appena uscita, nei tipi “Il mio libro”, l’ultima raccolta di poesie di Felice Serino “La vita nascosta” (pagg. 368, euro 22; 2017): un volume corposo a cui il poeta ha dato impegno e abilità nel combinare forme quasi al limite della palpabilità, tale è la materia dei suoi versi, sempre indicativi d’un limite da attraversare,  una soglia variamente percepita a memoria di palpito o sollievo, come segnata a margine di un sogno.   Ed è inconcluso e sovratemporale il sogno, girato nel cono di luce che lo svela.

Serino ha questo progetto di magia nei versi: poesia come attraversamento e sosta, domanda nella risposta; inventario di formule aeree illuminate e illuminanti: quasi fosse un tragitto segreto tra pareti di vetro da cui vedere. Spesso si nota un tentativo di infrangere il vetro, magari con un urlo, magari l’urlo fa solo tremare il vetro, ma quel tremore basta poco a capire che è la sostanza del nostro mondo interiore: un mondo clessidra, pieno di feritoie e nascondigli, tutto paure e desideri,   bagagli con dentro il timore della felicità. Perché felicità è il Dio ascoso a cui Serino pensa con tutta la gravità possibile, cucendo lo strappo dell’amore-inquietudine, nella dicotomia essere/apparire, nella indomabilità del respiro di ogni minima luce da cui ripartire, nel desiderio di trascendere ogni possibile forma. Serino ausculta ed espande le onde magnetiche di un attrito originario: il battito del tempo, l’indefinita sosta nel regno dei sensi, ogni distanza immaginabile: ed è un vedere ad occhi chiusi ovvero un percepire, un ballare la danza obliqua della morte sublimando la vita nel brillìo di tutti i suoni.

Al centro la cifra altissima di versi capaci dell’azzurrocielo e del neromare, della terra che ha voce di uomini fatti angeli, vortici dove perdere mani e parola perché è lì la Vita nascosta, la forma entro cui è combinato ogni flash di pensiero, ogni sussulto capace di portarci  in un altrove ri-generante.

 

Giovanni Perri

 

 

 

http://poesiaurbana.altervista.org/nota-lettura-la-vita-nascosta-felice-serino-giovanni-perri/

 

Recensione a “La vita nascosta” di Felice Serino

Di Donatella Pezzino

 

 

 

Il poeta: sognatore, visionario, angelo caduto. Nel caso di Felice Serino, anche viandante. La cui strada sta in quella sottile zona intermedia tra il mondo sensibile e la dimensione trascendente. Per questo viandante, la vita stessa è viaggio; una ricerca continua e instancabile, un afflato spirituale, prima ancora che lirico, verso quell’oltre che ogni realtà sembra sempre celare in sé. Non a caso, “La vita nascosta” è il titolo della pluriennale raccolta di liriche nelle quali, dal 2014 al 2017, l’anima del viandante si è voluta raccontare, riversare, svelare: nelle dolcezze dell’attimo, negli inciampi sotto la pioggia battente, nei vuoti incolmabili, nelle domande senza risposta; nei lunghi dialoghi con sé stessa e con Dio. Questo è Felice Serino, fine artigiano di sogni reali e di realtà sognante, aedo di una dimensione parallela in cui tutto parla con il linguaggio perfetto, intellegibile solo all’anima: il silenzio. E in Serino il silenzio racconta i ricordi, le lotte, gli affanni segreti; facendosi racconto di un lungo percorso verso quel punto luminoso e vitale che, lungi dall’essere il punto d’arrivo, diventa abbandono catartico. In questo percorso, l’anima errante si fa parola, e parola silenziosa; in quella contemporaneità di passato, presente e futuro che è, in fondo, la vera estensione del nostro vissuto. Come ogni silenzio, anche la parola silenziosa di Serino è coincidenza di opposti: tutto e niente, vita e morte, trascendenza e immanenza, carne e spirito. In quanto tale, ogni parola è un infinito: di voci, di suoni, di odori; di ricordi, di percezioni; di gioie incontenibili e di dolori laceranti. Quante cose quindi potrà raccontare? Quante potrà fare emergere dal cuore di chi sa ascoltare? Per questo, in Serino l’autore si fa, più che creatore, scultore del verso: uno scultore sensibile e amorevole, che rivela, sbozza, combina forme e sfumature; senza mai eccedere, perché la bellezza, così come la verità, sta sempre nel giusto, nell’armonico, mai nell’eccesso. Ecco perché ogni poesia di questo autore spicca per la sua moderazione: nei colori soffusi, quasi un bianco e nero appena rosato; nel numero dei versi, pochi e intrisi di dolcezza, anche quando in essi è il grido dirompente, lo strazio esistenziale, la malinconia che corrode. Un fiore esangue, spampanato già al suo sbocciare: perché nei suoi colori, l’occhio dell’anima vede già come fatto compiuto quel trascolorare che della morte ha solo l’apparenza, ma che in realtà manifesta la vera essenza della vita. Lo spirito: ecco la dimensione nella quale tutta la poesia di Serino si fa carne e sangue, per sublimare poi nella fede ciò che per altri è destinato a rimanere puro male di vivere. In Serino, la coscienza del dolore è ferita aperta: viva, bruciante, inguaribile. Eppure, il dolore è luce. Che ci guida, che ci sostiene. E che pure è possibile amare:

 

pure

ami la luce

ferita:

 

chiedile

delle infinite crocifissioni

 

fattene guanciale

in notti di pianto

 

Una fine che è dentro ogni inizio: perché andare avanti è un guardarsi indietro, dove uno specchio moltiplica all’infinito le nostre contraddizioni:

 

Luce ed ombra rebus in cui siamo

impronte di noi oltre la memoria

forse resteranno o

risucchiati saremo

ombre esangui nell'imbuto

degli anni

 

guardi all'indietro ai tanti

io disincarnati

attimi confitti nel respiro

a comporre infinite morti

 

C’è ovunque, in questo voltarsi indietro, un forte senso delle cose perdute: non puro e semplice rimpianto, ma quasi una cancrena, cresciuta nella parte più nascosta del cuore per poi radicarsi in ogni punto della carne, fino a creare un velo tra noi stessi e la nostra capacità di rapportarci al presente:

 

pensando a te vedo

il vuoto di una porta

e dietro la porta ricordi

a intrecciare sequenze indistinte

sogni e pensieri asciugati

mentre un sole

di sangue s'immerge nel mare

 

Il presente, in questo senso, si configura come una lunga sequenza di déjà-vu, intrecciando il vissuto alla memoria, e le immagini dei luoghi sognati a profumi realmente accaduti:

 

del luogo sente quasi il profumo

salire dalla terra

lo spirito che si piega

a contemplare

 

gli sembra di esserci già stato

o forse l' ha sognato

... e quell'albero vetusto

sopravvissuto

a suo padre a fargli ombra

a occultargli

in parte l'ampia veduta

del mare quello stesso mare

che vide i suoi verdi anni

 

e il vissuto

(come in sogno) divenuto

lontana memoria

 

Il mare, la terra, la giovinezza; la visione, il ricordo, e poi, più profondamente, la coscienza di sé, nuda, scarna. Un sé da cui la morte, prima ancora che la vita ci abbia detto chi siamo, ci separa, ci libera, stemperandoci amnioticamente nelle acque di un cielo in cui la rinascita è al tempo stesso un ritorno.

 

alla fine del tempo

è come ti separassi da te stesso

in un secondo ineluttabile strappo

simile alla nascita

quando

ti tirarono fuori dal mare

amniotico

luogo primordiale del Sogno

stato che

è casa del cielo

 

Nella morte tutto, forse, sembra acquisire un senso nuovo: perché in quel distacco, paradossalmente, il mondo ci possiede come mai quando eravamo in vita:

 

ritenere antinomia

la morte - la tua

 

come un abbaglio o un

trapassare di veli

 

e nel distacco

quando

il mondo senza più te sarà

impregnato della tua essenza

 

" leggerai" il tuo

necrologio

pagato un tanto a riga

 

Non manca, in queste liriche, l’appello al sogno come via di salvezza dalla più scabra disillusione: ma lo scandaglio, minuzioso e severo, sembra non avere esito certo. La domanda resta appesa; gli anni a tremare, indistinti, nella loro stessa ombra. E’ l’indefinito, uno dei motivi più forti e pregnanti di tutta l’opera: quel punto cartesianamente evidente, chiaro e distinto, l’unica verità delle cose che, in ultima analisi, ci è data di conoscere.

 

è nello spazio delle attese

nel bianco del foglio

nel buco nero del grido di munch

 

l'indefinito

è nell'aprirsi del fiore

nel fischio del treno in un lancinante addio

nell'intaglio

dello scalpello su un marmo abbozzato

 

l'indefinito è in noi

sin dallo strappo

di sangue della nascita

 

Non esiste antidoto alla nostra piccolezza, alla nostra finitezza: tutte le riflessioni, anche le più raffinate, ci portano sempre allo stesso vicolo cieco, alla stessa prigione di carne e sangue dove lo spirito soffre, ricorda, ama. Per questo il viaggio, seppure inquieto e periglioso, è preferibile alla quieta stasi di una stanza chiusa: “forse meglio l'attesa/a dipanare e sdipanare le ore/che l'appagamento/senza più desideri”, perché il bisogno di desiderare è insito nella stessa condizione umana; quasi come l’atto del respirare, in cui un respiro ne attende un altro, e poi un altro ancora, per permettere al corpo di continuare a vivere. E’ questa attesa che rende l’uomo, pur nella sua limitatezza, arbitro del suo destino; all’interno, però, di un disegno più grande da cui Serino, in quanto uomo di spirito e di fede, non può prescindere:

 

chi mai ti toglierà quel posto

da Lui riservato

secondo i tuoi meriti

altro è la poltrona

accaparrata a

sgomitate

trespolo che pur traballa

come in un mare mosso

finché uno tsunami

non la rovescia la vita

 

Chi è il Dio di Felice Serino? Da un filosofo, costantemente proteso al fine lavoro speculativo, potremmo forse aspettarci qualcosa di complesso, di aristotelico, che ci spieghi in qualche modo i grandi quesiti dell’esistenza. Invece, il Dio di Serino è amore. Solo e semplicemente amore, e conoscibile in quanto la nostra anima ne costituisce il riflesso:

 

noi siamo proiezione di Dio

e come angeli incarnati

del nostro Sé

similmente di noi

i nostri figli

 

-frecce scoccate oltre

il corpo

dall'arco teso dell'amore

 

 

E’ il Dio dell’infanzia, della semplicità: dei lunghi colloqui del bambino con il proprio angelo custode, della vita dopo la morte, dell’eternità di quella Luce che culla e conforta l’anima alla fine del viaggio:

 

la Tua luce

abita la mia ferita

che trova

un lieto solco

nel suo risplendere

 

Tu

a farti bambino ed ultimo

 

per accogliere

il nomade d'amore

dalle aperte piaghe

 

Piaghe che rimandano ad altre, più profonde e traboccanti: le piaghe della Passione, il cui rosso sangue diventa, come l’ultima luce del cielo al tramonto, faro di salvezza per le anime disperse nei marosi della vita:

 

acqua mutata in vino

perché continui la festa

 

così al banchetto del cielo

con l'Agnello sacrificato

acqua e sangue dal Suo costato

dal sacro cuore vele

le vele rosse della Passione

nella rotta del Sole

per gli erranti della terra

 

E, seguendo questa rotta, si arriva; come è accaduto alle anime piccole che hanno creduto, e che chiudendo gli occhi hanno visto, attraversando il fango del mondo senza restarne macchiati, come espresso in questi versi dedicati a Madre Teresa:

 

la verità è il tuo sangue

che vola alto

planando

su celestiali lidi

 

oltre

 

le sere che chiudono le palpebre

sul cerchio opaco del male

 

 

http://poesiaurbana.altervista.org/recensione-donatella-pezzino-la-vita-nascosta-felice-serino/

 

 

 

SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

Felice Serino – “La vita nascosta” - (poesie 2014 – 2017)
Copyright 2017 by Felice Serino

Felice Serino, nato a Pozzuoli e residente a Torino, autodidatta, è un poeta che ha ottenuto numerosi consensi critici e che ha vinto molti premi letterari. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia.
Gestisce svariati siti su Internet di ottimo livello e qualità, che ospitano anche poeti prestigiosi. E’ stato tradotto in otto lingue.
“La vita nascosta” è un’opera corposa nel suo racchiudere le raccolte del Nostro “Trasfigurati aneliti” (2015) e “Nell’infinito di noi” (2016) ed è corredata da una presentazione di Giovanni Perri ricca di acribia. 
Cifra essenziale, che connota la poetica del Nostro, di raccolta in raccolta, è una vena originalissima che parte da una visione del sacro, visto sia in maniera trascendente che immanente. Serino si pone nei confronti della realtà, del mondo, del cosmo, che nella nostra contemporaneità spesso diviene caos, inizialmente come creatura che anela ad un essere superiore tramite una religiosità che supera e va oltre le forme confessionali e ritualistiche della Chiesa. Sono spesso nominati da Felice Dio, Gesù, la Madonna e soprattutto gli angeli, ma il poeta non cade nel dogmatismo, credendo in un amore interessato per Dio, in un rapporto con Lui non mediato, tipico dei mistici, e che trova la sua realizzazione, il suo inveramento proprio attraverso, le sue poesie, che presentano unitarietà del discorso e coerenza. Proprio in questo modo e in tal senso egli da creatura si eleva a persona, che vive criticamente in una società, relazionandosi con essa secondo una sua personalissima visione del mondo. Tema essenziale del suo “riflettere in versi” è quello dell’amore per la vita, che lo porta ad una certa forma di ottimismo. Per Serino l’esistenza umana è degna di essere vissuta e anche la morte non è considerata come la fine di tutto, ma come il passaggio dalla transitorietà all’eternità. Non solo i contenuti sono originali nel poiein dell’autore, ma anche la forma dei suoi testi in massima parte brevi. Il poeta attraverso gli occhi si rivolge alle cose che lo circondano, che vengono trasfigurate in versi, divenendo cariche di senso e di pathos. Ecco dunque il sentire di Serino in “Trasfigurati aneliti”, che esprime la stabile tensione del poeta verso l’universo e anche verso il microcosmo. Il libro è costituito da 45 componimenti tutti forniti di titolo e non è scandito in sezioni. Trasfigurati aneliti potrebbe essere letto come un poemetto vista la sua unitarietà e tutte le poesie che lo compongono fluiscono in lunga ed ininterrotta sequenza e sono risolte in un unico respiro. S’incontrano diversi interlocutori in questa raccolta, ai quali l’io-poetante si rivolge, figure che sono Dio, Gesù, gli angeli e anche esseri terreni dei quali ogni riferimento resta taciuto. Una vena epigrammatica connota il dettato del poeta che pratica una poesia neolirica. Si notano precisione, velocità, leggerezza, icasticità, grazia e armonia nel versificare di questo autore. A volte il tema del sacro si coniuga con quello della classicità, in versi sempre luminosi e controllatissimi.
In “Nell’infinito di noi”, Serino continua ad elaborare la sua personalissima e originale ricerca letteraria. La raccolta è suddivisa in due sezioni, entrambe costituite da quarantacinque componimenti, “Lo sguardo velato” e quella eponima. Se la poesia è in se stessa sempre metafisica, si deve mettere in evidenza che, di raccolta in raccolta, Felice riesce a produrre componimenti collegati tra loro che, oltre ad essere metafisici, sono connotati sempre da un forte alone, o ancora meglio, da un’aurea di sorprendente misticismo postmoderno. Il suddetto si può evincere, sia in testi che hanno come oggetto o tematica figure tratte dall’immaginario religioso, come il Cristo o gli angeli, sia quando il poeta proietta la sua vena trascendente in situazioni del tutto quotidiane, nelle quali l’io – poetante e le varie figure protagoniste, dette con urgenza, sono in tensione appunto verso l’infinito (e qui giocano un ruolo importante le tematiche della nascita e della morte). Un accentuato senso del sacro caratterizza “Nell’infinito di noi”. Esso qui trova la sua espressione estrema, rispetto alle raccolte precedenti del Nostro, nelle quali già si notava. Il poeta sembra suggerirci, con il titolo della raccolta, che noi esseri, come persone, pur vivendo sotto specie umana, per dirla con Mario Luzi, già nel nostro transito terreno siamo infiniti e che le nostre anime sono immortali. I componimenti sono tutti connotati (e non potrebbe essere altrimenti per quanto già affermato), da sospensione e magia che si realizzano nei versi icastici, veloci e leggeri. Stabile è la tensione verso il limite nella ricerca dell’attimo in senso heideggeriano, della vita oltre il tempo degli orologi. Così Serino produce tessuti linguistici pieni di illuminazioni e spegnimenti, nei quali è visibile una luce, che è appunto quella di una realtà soprannaturale, che si proietta tout-court in quella delle nostre vite, restituendoci una notevole carica di senso. Particolarmente affascinante, nella sezione eponima, la poesia intitolata proprio Nell’infinito di noi, nella quale sono stabili visionarietà, sospensione e dissolvenza. In questa il tu, al quale il poeta si rivolge, e del quale ogni riferimento resta taciuto, è Nina, una figura che, nell’incipit, volteggia nelle stanze viola della memoria. Qui si evidenzia una forte tensione attraverso una parola sempre raffinata ed avvertita. Particolarmente alto il verso apparire o entrare nello specchio/ dell’essenza, nella quale è presente una forte valenza ontologica. Nella seconda breve strofa della composizione il tu afferma che qui siamo affratellati nel sangue con la terra e la morte. Poetica mistica, dunque quella di Serino, la cui cifra essenziale è quella di una parola che scava in profondità per riportare alla luce l’essenza dell’esistere in tutte le sue sfaccettature.
Perché il titolo onnicomprensivo La vita nascosta? La risposta risiede nel fatto che nel mare magnum del nostro postmoderno occidentale l’umanità è alienata e vittima del consumismo e del mondo dell’avere che prevale su quello dell’essere su uno sfondo dove Dio è morto e i valori non esistono.
I poeti in generale, e tanto più Serino che oltre ad essere un poeta è un mistico, nel loro pensiero divergente, trovano la felicità in altri modi e la vita nascosta di cui ci parla il Nostro è una vita parallela a misura umana perché sottende l’atto di fede nell’esistenza dell’eternità e non la credenza nel nulla eterno foscoliano.
*
Raffaele Piazza 


 

http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.it/2017/06/segnalazione-volumi-felice-serino.html

http://www.literary.it/dati/literary/p/piazza/la_vita_nascosta_poesie_2014.html

Riflessioni di Lorenzo Spurio su LA VITA NASCOSTA

(dalla lettera privata del 31 luglio 2017)

 

Caro Serino,

ho letto il tuo libro e mi complimento con te per questa estesa e notevole "opera omnia" (lasciami la libertà di usare questo termine, seppure improprio).

[...]

C'è tanto su cui riflettere (come ad esempio le poesie nelle quali rifletti sul potere della scrittura) e l'esigenza che la poesia "respiri", ma finirei per scrivere un quaderno intero e forse stancare essendo, queste riflessioni, scaturite dalla mia personale lettura e possono anche non ritrovarsi nei tuoi intendimenti.

Tra le poesie più ricche e che tanto mi hanno trasmesso, ci sono

"L'indicibile, "A bocca piena", la dolorosa lirica su Rigopiano, "Liquida".

 

*

 

Qui di seguito sono trascritti i testi delle poesie menzionate, vi sono aggiunte la prima e l'ultima di cui nella lettera sono citati dei versi.

 

 

Conosco le voci

 

conosco le voci che muoiono

agli angoli delle sere

 

conosco le braccia appoggiate

sui tavoli nel risucchio

delle ore piccole

l'aria densa e le luci

che lacrimano fumo

 

e lo sferragliare dell'ultimo tram

la nebbia che mura le strade

 

conosco

i lampi intermittenti della mente

i singulti che accompagnano

quel salire pesante le scale

la morsa che afferra e non sai

risponderti se la vita ti scava

 

e il freddo letto poi fuori

dal tunnel

un altro mattino

 

per risorgere o morire

 

*

 

 

L'indicibile

 

dove deflagrano

nude parole al di là

della scrittura

ho cercato nel calamaio del cuore

l'inesprimibile

 

ciò

che non può essere detto

 

ho cercato stanze

inesplorate

negli anfratti del mare

 

le voci

trattenute

nella gola del vento

 

l'indicibile

nella luce della bellezza

 

*

 

 

A bocca piena

 

trucidata vita

dai lenzuoli di sangue nei telegiornali

un dire assuefatto freddo

che ti sorprende non più di tanto a bocca piena

che non arriva al cuore

 

-per quei bambini occhi rovesciati

a galleggiare

su un mare di speranza

la cui patria è ora il cielo

 

violata la sacralità

vita che non è più vita

vilipesa resa

quale fiore a uno strappo feroce

di vento

 

*

 

 

La slavina

 

perla nel cuore del Gran Sasso

il "quattro stelle" non esiste più

ghermito dalla mostruosa

mano di ghiaccio

 

meglio la sorte dei sopravvissuti

ti dici

e ancora sperare

sotto la neve una voce udire

pensi ai familiari perduti

deglutendo caffelatte e lacrime

 

 

[tragedia del 18 gennaio 2017]

 

*

 

 

Liquida

 

è striscia di luce verde

la mente

mentre la forma

assumi

dell'involucro-status quo

 

alchimie del sangue

nel vestire la vita

 

il chi-sei

serpeggia

si morde la coda

 

*

 

 

L'essenza

 

inadeguati noi

gettati nel mare-mondo

legati ad una stella di sangue

 

noi siamo l'alfabeto del corpo

che grida

il suo esserci

 

noi essenza degli elementi

 

appendici della terra

 

labbra del cielo

 

Felice Serino, La vita nascosta (poesie 2014 - 2017) letto da Angela Greco

--------------

 

sguardi e il tracimare

di palpiti

alle rive del cuore

 

aria dolce come

di labbra

incanutire di fronde

nella liquida luce

 

 

La vita nascosta (2017), di Felice Serino (Pozzuoli, 1941), ultima silloge edita per i tipi “Il mio libro” (in apertura di questa nota, Sguardi e il tracimare) sin dall’esordio propone un impegnativo corpo a corpo tra lettura e lettore sia per l’importante numero di liriche raccolte, sia per il percorso sacro-intimistico-sociale che in essa si snoda, attraversando momenti pubblici e privati, accadimenti reali e propositi a venire, in un caleidoscopio di sensazioni \ emozioni fedele alla poetica, allo stile e al tono pacato e garbato a cui l’autore ci ha felicemente abituati in questi anni da “autodidatta”, come egli stesso si definisce, rivelando con una sorta di meraviglia, in riferimento alla Poesia, l’essenzialità del fatto che in questo comparto non esistono scuole dove imparare il mestiere, ma, quasi si avesse a che fare con un destino, ognuno è artefice di se stesso. Ed in tempi di proclamate e ostentate scuole-correnti di pensiero non è poco affidarsi a se stesso, con tutte le conseguenze del caso, non per presunzione, quanto piuttosto per volontà di riconoscere fin dove si è capaci di arrivare e scoprendo, magari, che ogni limite può essere un’opportunità.

La silloge, introdotta da Giovanni Perri, propone trecento pagine di testi prodotti nell’ultimo triennio; un dato, questo, che fa ben comprendere il bisogno e la necessità che ancora si hanno della poesia, per la capacità di quest’ultima di riuscire ad esternare quel che è difficilmente esprimibile in altri modi. La poesia è, quindi, ancora un bene indispensabile - ed il lavoro di un poeta di lungo corso dovrebbe far riflettere sullo stato dell’arte - anche in questi nostri tempi di presunto futuro rivoluzionario, di cambiamenti, di distruzione dei valori fino allo sgretolamento della parte umana dell’essere vivente. Felice Serino crede nella poesia, come veicolo di miglioramento e di crescita, tanto del poeta quanto del fruitore della stessa, e nelle sue liriche racconta il vissuto, porta materialmente l’esperienza la riuscita e la disfatta con molta onestà, ad esempio, come si legge in Luce ed ombra:

 

luce ed ombra rebus in cui siamo

impronte di noi oltre la memoria

forse resteranno o

risucchiati saremo

ombre esangui nell'imbuto

degli anni

 

guardi all'indietro ai tanti

io disincarnati

attimi confitti nel respiro

a comporre infinite morti

 

 

L’interesse di Serino è senza dubbio l’Uomo, la Persona, in un’ottica trascendentale, plurale, e mai personalistica: anche quando il soggetto è l’Io, la riflessione poetica non si ferma mai al Sé, ma abbraccia sempre e comunque l’esperienza che può già essere o diventare patrimonio comune. Serino si pone come suggeritore, come consigliere, come insufflatore di positività. Ed ecco, allora, che anche l’esperienza più drammatica, come la morte, in questo poeta diventa qualcosa che non chiude, ma piuttosto apre ad una nuova visione e l’Uomo, nonostante i difetti, viene ad essere un elemento non attorno a cui ruota tutto il resto, ma un pezzo di un più grande disegno di cui si può solo tentare di dire attraverso la poesia, appunto. Ne La separazione si legge:

 

alla fine del tempo

è come ti separassi da te stesso

in un secondo ineluttabile strappo

simile alla nascita

quando

ti tirarono fuori dal mare

amniotico

luogo primordiale del Sogno

stato che

è casa del cielo

 

La poesia di Felice Serino, con la sua concretezza e il suo vissuto, anche laddove prevale il senso etereo o metafisico o quando richiama il sacro e finanche nei riferimenti all’arte, arriva al lettore diretta, mai sofisticata da espressioni scritte soltanto per destare scalpore, per mettersi in mostra o per creare un personaggio; puntuale e delicata anche negli argomenti più impegnativi, questa scrittura poetica rende in modo nitido e molto piacevole il frutto di riflessioni attente e dello studio continuo, sempre quali esternazioni di un grande amore per la conoscenza e per la materia vivente, in tutte le sue forme. Nella verticalità, nel tempo oltre la vita, nell’augurio di luce e nell’ineffabilità di cui è vestito il testo di In questo riflesso dell'eterno a parer mio è possibile leggere i temi cruciali della poetica di questo prolifico autore, che mostra senza fronzoli anche una dote poco comune tra i poeti, la generosità. (Angela Greco)

 

credimi vorrei dirti che quanto

avviene anche là avviene

oltre le galassie oltre

lo specchio dei tuoi occhi amore

anzi certamente è presente

da sempre in mente dèi

imbrigliati noi siamo in un giorno

rallentato

noi spugne del tempo

assediati da passioni sanguigne

credi mia cara che quanto

avviene semplicemente

lo rappresentiamo

sulla scacchiera del mondo

noi essenze incarnate

in questo riflesso dell'eterno

dove l'anima si specchia

mentre ci appare infinito

mistero la vita - miracolo

tutta questa luce che

ci attraversa

 

 

 

 

 

SEGNALAZIONE VOLUMI = FELICE SERINO

Felice Serino – Le voci remote-- Poesieinversi.it – 2017

Felice Serino è nato a Pozzuoli nel 1941. Autodidatta. Vive a Torino. Copiosa la sua produzione letteraria (raccolte di poesia: da “Il dio – boomerang” del 1978 a “La vita nascosta” del 2017); ha ottenuto importanti riconoscimenti e di lui si sono interessati autorevoli critici. È stato tradotto in otto lingue. Intensa anche la sua attività redazionale. Gestisce vari blog e siti.
“Le voci remote” presenta un’introduzione di Giuseppe Vetromile acuta e ricca di acribia.
Con questa nuova raccolta Serino prosegue il suo percorso, già intrapreso nelle precedenti prove, espressione di una vena mistica, di un senso della trascendenza e del sacro calati nel quotidiano e non solo, discorso secondo il quale la poesia stessa si fa costantemente preghiera. 
Libro non scandito, costituito da 45 componimenti, per la sua compattezza strutturale, contenutistica e semantica può essere letto come un poemetto.
Bella nella sua vaghezza e con intenti programmatici la poesia eponima che apre il volume. 
Da un lato la suddetta composizione nella prima strofa si potrebbe considerare una poesia sulla creatività, quando l’io – poetante afferma che un’accoppiata di parole o una frase sentita o letta risuonano e sono una fitta nella mente che inizia a elaborare; e qui viene in mente Borges quando, a proposito dell’ispirazione afferma che il primo verso è dato e poi si sviluppa il tessuto linguistico di un testo poetico.
D’altro canto nella seconda strofa è detto che il letto di un fiume è un sudario che raccoglie le voci remote delle anime in sogno e qui pare che venga toccata la tematica di poesia e sogno connessa a quella delle voci che tracciano i tragitti della poesia stessa, che potrebbero essere quella che gli antichi chiamavano musa, gli psicoanalisti nominano come inconscio e gli ebrei e i cristiani designano come Spirito Santo.
A proposito di religiosità viene toccata anche la tematica della spiritualità pagana: per esempio in Sogno di Cupido il figlio di Venere, voce poetante, afferma che come doppio incorporeo aleggiava “per l’aere” e che con molte frecce al suo arco germinava amore.
La tematica della genesi di un componimento poetico è ripresa in Fuoco azzurro nella quale il poeta afferma che da una forzatura dell’ispirazione stessa verrebbe un pastrocchio e che deve essere invece la poesia stessa a visitare col suo fuoco azzurro a pervadere le viscere e a calare nell’humus della parola. 
Cifra distintiva della poetica di Serino, evidenziata soprattutto in quest’ultimo lavoro, è quella di una vena vagamente intellettualistica, che si esprime con una parola scabra ed essenziale che sembra procedere per accumulo con intermittenze di accensioni e spegnimenti.
Tutte le composizioni iniziano con la lettera minuscola e questo crea un senso di sospensione, come si provenisse da una regione delle cose e della mente arcana e come se ogni poesia fosse la prosecuzione di quella precedente anche se questa non è stata mai scritta.
In “Primavera canterina” viene realizzata una bella immagine naturalistica che ha qualcosa di pittorico: nell’incipit viene detto che la natura si riveste di verde in chiome folte a specchio di sole e poi viene detto il chiurlo che fa il verso se si abbozza un motivetto.
La dominante venatura mistica di Felice è pregnante in “Tutto è preghiera” quando il poeta afferma che la natura riflesso del cielo è preghiera, affermazione che riporta a quella religiosa ma paganeggiante di Goethe, secondo la quale la natura è l’abito vivente della divinità.
Originalissima e alta per stile, forma e contenuti questa scrittura nella sua forte sensibilità che si coniuga ad amore per la vita.
*
Raffaele Piazza


 

  http://antonio-spagnuolo-poetry.blogspot.it/2017/09/segnalazione-volumi-felice-serino.html


 

 

 

Recensione a “Le voci remote” di Felice Serino

di Donatella Pezzino

 

In ogni mondo esiste una porta di comunicazione con tutto il resto. Conoscerne l’esatta ubicazione, aprirla e attraversarla non presuppone capacità medianiche, ma solo un umile atto di fede: una fede qualsiasi, in Dio, nell’amore, nelle energie della natura, in sé stessi. Credere, semplicemente. Ecco, leggere Felice Serino è un po’ come riappropriarsi della consapevolezza che quello stargate esiste, e che possiamo attraversarlo in qualsiasi momento, spinti dalla forza degli eventi, da un desiderio di trascendenza o dalla riflessione sull’oltre che ci attende alla fine dei nostri giorni. In “Le voci remote”, l’anima del poeta ha raggiunto la sua dimensione ideale, meta di un lungo viaggio che lo ha visto percorrere a piedi nudi i vasti deserti umani alla ricerca del sé più puro, nel quale la grandezza dell’uomo sta nella sua valenza infinitesimale e il buio è solo assenza di Dio.

 

tu sei l'ombra

del Sé: l'alterego o se vuoi

l'angelo che

ti vive a lato nei

paradossi della vita

 

La lanterna di questo instancabile Diogene non si affida al lume ma al suono: un suono interiore, fatto di silenzi costantemente modulati allo scopo di rievocare i dolori, le gioie e perfino le insipidezze della vita trascorsa. E fra i suoni che questo silenzio è in grado di intercettare ci sono, appunto, le “voci remote”: appena udibili alcune, più chiare e distinte altre. Un titolo niente affatto casuale, come casuale non è, in apertura, la scelta dei versi del poeta greco Ghiorgos Seferis sulle “voci remote/ delle anime in sogno” che riassumono in un certo senso la cifra dell’intera opera. Ma cosa sono queste voci remote, e a chi appartengono?

 

nell'oltre

non ci son porte e chiavi

è tutto -in trasparenza-

un fondersi di sguardi

 

Sguardi; anime; vite. Si, perché la dimensione “altra” non è un luogo solitario; al contrario, è un humus fertile d’amore a nutrire mani, volti e profumi che dalla realtà visibile, come tutti noi, sono passati; e che ora, abbandonati i pesanti costumi teatrali della quotidianità terrena, ci guardano e ci giudicano.

 

eccoti un ectoplasma ovvero

un antenato

a sentenziare da un aldilà

-non sapete neppure vestirvi

 

-bella forza: voi con i vostri

doppiopetti

vi credevate dio in terra o guappi

noi

casual-cibernetici

della libertà siamo bandiera

grida il rosso

del nostro sangue nelle piazze

 

per le ginocchia aria di primavera

 

Ma più spesso, in queste entità ultraterrene è l’amore a vincere: una pietas che non è -come si potrebbe pensare- l’atteggiamento compassionevole di chi, già in salvo sulla riva, cerca di portare conforto ai naufraghi ancora in mare; piuttosto, il contrario. A dispetto di tutti i luoghi comuni sul paranormale, Serino ci propone l’idea di un interscambio dove le barriere tra morte e vita si annullano e dove il bisogno di contatto non è univoco:

 

m'invitano i miei morti

a una uscita fuori porta

amano

farmi partecipe del loro mondo

m'avvedo

dagli occhi lucenti e i sorrisi complici

ch'è molto molto gradita

indispensabile quasi la mia presenza

ché senza orfani sarebbero

e tristi forse

pur essendo estraneo al loro mondo

di luce

 

Ma voci remote sono anche il frutto della nostra mente: i pensieri, le riflessioni, i sogni e tutte quelle immagini che non sappiamo spiegare e che tante volte ci sconcertano per la loro potenza, ovvero

 

visioni aleggianti nelle

stanze del tuo sangue

 

che spesso restano sepolte per anni prima di riaffiorare dal nostro sottosuolo e che conoscono tutte le nostre debolezze, perché in esse abbiamo creato l’unico specchio in grado di afferrarci quando rischiamo di perderci:

 

vedi: se

qualcuno è a spiarti

 

non sei che tu

da un altrove

 

E poi, ci sono i sogni. In questo labirinto di immagini che si stendono come un ponte tra il visibile e l’ultraterreno, la dimensione onirica si configura come la materia che ci plasma e dalla quale, al tempo stesso, veniamo plasmati. In questo contesto, la poesia è l’unico linguaggio che rende accessibile il mistero, consentendo all’anima di ritrovare la strada:

 

in questo minuscolo essere

smarritosi

nella sua realtà-sogno

 

vedi te stesso se lasci che la vita

ti conduca lungo

i labirinti viola della mente

 

Il sogno è la culla, il rifugio. E’ la linea di confine che rende possibile il momentaneo distacco dell’anima dal corpo; è, in ultima analisi, quel punto di contatto tra il nostro sé terreno e “l’altro” che prefigura il passaggio da questa vita a quella che ci attende.

 

il sogno è proiezione? o

sei tu in veste onirica

uscito dal corpo?

 

sognare è un po'

essere già morti

 

Eccola la porta, lo stargate: il valico che, in qualsiasi momento, ci mette in comunicazione con “l’altrove” consentendo alla nostra anima di espandersi e vivere, anche solo per pochi istanti, la vita che le è congeniale.

 

di notte sto bene con me e l'altro

 

sono io l'altro che -c'hai mai

pensato?- non proietta ombra

ombra di me è il sogno

 

come un bambino

avvolto dal regno delle ombre

affido tutto me stesso alla notte

 

E su tutto, come un velo impalpabile ma sempre presente, domina il pensiero della morte, intesa non come la fine di un ciclo, ma piuttosto come l’ennesima tappa di un viaggio: un nuovo giorno che si schiude e dove il peso delle cose di questo mondo è un fardello che si abbandona volentieri. Perché la vita che abbiamo sempre voluto non è che leggerezza, e la leggerezza viene dalla libertà, e la libertà è possibile solo sciogliendo le corde che ci legano alla materia:

 

confidare

nelle cose che passano

è appendere la vita

al chiodo che non regge

 

è diminuirsi la vera ricchezza

-arrivare all’essenza

 

lo scheletro la trasparenza

 

L’essenza, lo scheletro, la trasparenza: tutto qui tende allo spoglio, al nocciolo, allo sfrondo. Perché solo togliendo le sovrastrutture con cui spesso la vita ci inganna è possibile strappare il velo che ci copre gli occhi e arrivare alla verità. Un’esigenza, questa, che emerge sempre più forte nella matura poesia di Serino e che si riflette anche nell’impianto strutturale: nei componimenti brevi, nella crudità delle riflessioni, nei versi nudi fino alla scarnificazione. “Invettive”, dedicata a Padre Pio, ne è un esempio eloquente:

 

una parola un fendente

 

minimizzi

 

l'orgoglio un ordigno

inesploso

 

carità

ti accompagnerà nella polvere

 

Parola che scarnifica, dunque; che si fa, come la morte, strumento di scavo, liberazione, palingenesi, dando un nuovo significato agli anni che avanzano. Vincendo, soprattutto, l’atavica paura del nulla, con un fatalismo capace, talvolta, di sconfinare nello humour nero:

 

ho a volte il pallino

-farneticare dell'età-

che d'improvviso qualcuno mi spari

da un'auto che rallenta e poi via

-come in una scena da gangsters

-è fantasioso ma

freddamente reale

 

Sorridendo: si, perché uno degli aspetti più tipici della poesia seriniana è il sorriso, declinato in tutte le sue sfumature. Dolce nel rimpianto, feroce nel dolore, sereno nel pensiero di Dio; sornione a volte, mai cinico. Il sorriso del giusto, pronto a consegnarsi nelle mani di Dio con tutta la sua miseria, le sue cicatrici, la propria inesorabile condizione di uomo.

 

ricorda: sei parte

dell’Indicibile - sua

infinita Essenza

 

pure

nato per la terra

da uno sputo nella polvere

 

La religiosità di Felice Serino: cristiana, ma non solo. C’è, nella sua fede, qualcosa di universale, di applicabile a qualsiasi credo: un sentimento che è soprattutto apertura, anelito. Più che limitarsi ad essere credente, l’uomo di Serino guarda oltre, desidera oltre: e nel farlo, il suo sguardo incontra Dio.

 

una farfalla è una farfalla ma

tutto un mondo nella sua essenza

 

la natura

riflesso del cielo è preghiera

ogni respiro ogni sangue

vòlto verso l'alto è lode

 

l'anima nel suo profondo

in segreto s'inginocchia e piange

 

 

 

http://poesiaurbana.altervista.org/recensione-donatella-pezzino-le-voci-remote-felice-serino/